Senegal/1: l’Africa all’improvviso

Un paesaggio arido, color ocra. Dietro, la monocromia di una palizzata di legno, i tetti di alcune capanne e qualche albero spelacchiato. In primo piano, un carretto aperto che avanza lento su una strada sterrata, poco più di un pianale trainato da un cavallo magro, anche lui color ocra. Sul carretto, donne dalla pelle scura, avvolte in vestiti coloratissimi, lunghi, le teste avvolte in panni svolazzanti, salutano la persona che le sta fotografando. Del cocchiere si vede solo un braccio, che regge un bastone, forse è un maschio, ma non si capisce. Sulla strada, un’altra donna, in vestiti se possibile ancora più colorati, osserva la scena.

Questa immagine ha rappresentato per me negli ultimi anni l’Africa nera. E’ la copertina della guida routard del Senegal, edizione francese, acquistata chissà dove, che da tempo attende paziente, insieme a tante altre, rapite a casa mia e abbandonate, di essere usata. Mais, pourquoi, le Sénégal? Bella domanda. L’Africa nera, subito dopo all’America latina, e insieme al medio oriente, mi ha sempre incuriosito. Ne ho un’unica esperienza, ormai piuttosto remota, grazie ad un amico volontario in Zambia, che ho avuto la fortuna di poter raggiungere, per vedere i progetti in cui era coinvolto, e lanciarci in un improbabile road trip attraverso il paese con uno scuolabus scassato. Destinazione: cascate Vittoria. Non lo ringrazierò mai abbastanza. Ma avevo poco più di vent’anni, i capelli lunghissimi e del mondo non avevo visto praticamente nulla. In seguito, ho scoperto la mia vocazione nomade, mi sono tagliato i capelli, ma non sono più tornato in Africa.

Perché? Primo, perché il mio lavoro mi portava verso l’America del nord, e il mio istinto verso l’America del centro-sud. Poi, perché ho iniziato a collaborare con Vagabondo, che di Africa ne fa poca, e con loro ho esplorato altri continenti. Sì ma, perché proprio il Senegal? La risposta di testa è perché è Africa facile: ci sono strade, un governo stabile, criminalità limitata. Infrastrutture decenti e gente amichevole, stretti tra il Sahara e le foreste tropicali. La risposta di pancia sta tutta in quella foto, che mi ronza in testa da anni.

Complice un inaspettato vuoto lavorativo e una decisione molto poco programmata, eccomi improvvisamente in partenza. Sono discretamente agitato: questo è un continente difficile dove muoversi zaino in spalla. I mezzi pubblici sono inesistenti, è impossibile eludere l’impressione di essere un forestiero danaroso, e, guarda un po’, in mezzo al Senegal si è piazzato uno staterello minuscolo, che taglia in due il paese e rende l’accesso alla parte sud, la Casamance, un incubo logistico. Insomma, è pur sempre Africa. E questa volta senza paracadute.

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NB: Per i puntigliosi, quando parlo di Africa qui intendo l’Africa subsahariana. Ho avuto la fortuna di visitare molte volte negli ultimi anni il Nordafrica, ma è proprio un’altra cosa.

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Nicaragua/10: Rivoluzione

In Nicaragua, la rivoluzione sandinista è ricordata ovunque: dai memoriali ogni incrocio ai murales, dagli slogan propagandistici alle vibranti parole degli anziani reduci di Leon. A volte ne ho sentito parlare con orgoglio e commozione; altre persone, invece, evitavano l’argomento. Un po’ come a Cuba, vicino alla retorica ho visto la povertà, evidente e pervasiva, anche se portata con dignità e allegria. Ne è valsa la pena? E quale sarebbe stata l’alternativa? Ma esattamente, cosa è successo? Me lo sono chiesto per un bel po’, poi ho cercato di capirlo, e ora ve lo racconto. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo o competente, anzi magari sarò impreciso, ma ci provo. E se avete intenzione di andare in Nicaragua, questa parte della sua storia non la potete ignorare.

Allora, iniziamo andando un po’ indietro verso la fine dell’ottocento. Nel centro america gli stati erano già quelli odierni, ad eccezione di Panama, che era ancora parte della Colombia. Poco più sopra, anche gli Stati Uniti erano già lì, belli e potenti, la guerra civile alle spalle: le tredici colonie avevano comprato la Florida dalla Spagna, le grandi praterie dalla Francia, e avevano strappato con una guerra al Messico una fetta immensa del suo territorio. Avevano aiutato Cuba a rendersi “indipendente”, salvo poi fare pratica di neocolonialismo manovrando dall’esterno i nuovi leader del neonato paese. Tutto questo per dire che in quella parte del mondo da un bel po’ bisogna convivere con un vicino potente e spesso molto arrogante che ha la tendenza a piazzarsi a casa tua e a dirti quello che devi fare. Questa teoria ha anche un nome: si chiama destino manifesto e auspica una naturale annessione/controllo dell’america da parte anglofoni perché loro, insomma, se lo meritano. E’ praticamente un loro diritto, perché sono er mejo. E’ quindi un bene per gli ispanofoni se vengono assoggettati, direttamente o indirettamente, perché così possono imparare concetti a loro sconosciuti come la democrazia e la libertà. Incidentalmente, sono convinto gli americani pensino ancora così, quando mettono l’embargo a Cuba o supportano i dittatori sudamericani che gli aggradano.

Gli americani, poi, avevano bisogno di un passaggio veloce via mare che collegasse le due coste, e quindi in Nicaragua erano di casa: risalivano il rio San Juan, arrivavano al lago Nicaragua, e poi erano solo una manciata di km da fare a dorso di mulo. Anzi, pensava ad un canale tra i due oceani che passasse dal grande lago. La scelta cadde su Panama (che fu fatta secedere ad hoc nel 1903 dalla Colombia, di cui era sempre stata provincia), ma per buona misura i marines dei paladini della libertà si piazzarono a comandare nel paese per più di 20 anni, dal 1912 al 1933, con la scusa di garantire la sicurezza degli americani e delle loro proprietà.

Avere gente in casa che ti dice cosa fare non è mai piaciuto a nessuno, men che meno al giovane Augusto Sandino, che, ispirato dalla rivoluzione messicana, decide di iniziare una sanguinosa guerriglia sugli altipiani per liberarsi degli yanquis. Salta fuori che Sandino è proprio bravo, riesce ad eludere ogni tentativo di cattura, ma allo stesso tempo è in contatto con la stampa internazionale, fa leva sul mai sopito rancore degli indigeni verso i conquistatori bianchi, e inizia ad attrarre anche le simpatie sovietiche. Dopo molti sforzi, e complice l’arrivo della grande depressione, gli Stati Uniti lasciano il paese nel 1933, e Sandino va a parlamentare con il presidente filoamericani sul futuro del Nicaragua. Dopo un’allegra cenetta, il presidente lo fa ammazzare insieme ai suoi generali, consegnandolo così al mito degli eroi giovani morti per una causa.

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Inizia quindi la dittatura filoamericana della famiglia Somoza, prima con Anastasio, assassinato dal giovane poeta Rigoberto Lopez a Leon nel 1956, poi con il figlio maggiore Luis, morto a 44 anni in circostanze dubbie, e infine con il figlio minore Anastasio jr, a partire dal 1967, dietro il paravento di finte elezioni. In questi anni, il rivoluzionario rock Carlos Fonseca fonda un movimento che si ispira a Sandino, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, o FSLN, che ha tra i suoi vari obiettivi la cacciata del dittatore e il ristabilimento della democrazia. Durante il terremoto che distrugge Managua nel 1972, Anastasio jr si appropria dei fondi della ricostruzione e arriva a vendersi il sangue per le trasfusioni, facendo decisamente arrabbiare il suo popolo. I sandinisti ringraziano per l’ondata di nuovi cospiratori, e iniziano ad aggiungere alla guerriglia eventi eclatanti come l’uccisione di un ministro e il sequestro degli ospiti della sua festa. Somoza dichiara la legge marziale, cancella la libertà di stampa e legalizza la tortura. I sandinisti hanno il supporto popolare anche quando scappano in esilio o vanno a Cuba ad addestrarsi per la battaglia finale. Che avviene nel 1979, dopo un tentativo insurrezionale l’anno precedente: gli USA tolgono il supporto ad Anastasio jr, cercano di evitare un governo di sinistra, i sandinisti dicono col cavolo che ci prendiamo un altro dei vostri e con un’offensiva finale congiunta, cacciano il dittatore, che cerca rifugio a Miami. Gli Stati Uniti però, non si vogliono sporcare le mani e gli negano l’ingresso.

Ma non è finita qui: non tutti i nicaraguensi accettano la rivoluzione, molti scappano all’estero e, ben armati e supportati dalla CIA e da Reagan, iniziano una guerra controrivoluzionaria (i contras), mentre gli Stati Uniti dichiarano l’embargo per far sentire il proprio dissenso ad un governo filosovietico. I sandinisti fanno le solite cose che i governi rivoluzionari fanno: alfabetizzano la popolazione, collettivizzano le risorse, favoriscono la cultura e i diritti umani e devastano l’economia, mentre i contras si impegnano a distruggere i progressi con azioni odiose contro scuole ed ospedali, violando ogni regola delle guerre “civili”. La guerra contro i contras è sanguinosa e porta ad uno stato di emergenza lungo sei anni, e il Nicaragua si trova ad essere una pedina insanguinata nello scontro tra USA e URSS.

A differenza di tanti altri rivoluzionari, però, i sandinisti non si inchiodano alla sedia e organizzano elezioni vere. Tanto vere che, nel 1990, le perdono e vanno all’opposizione, mentre un popolo sempre più stanco di guerra e nauseato dalla violenza chiede la pace. E la pace arriva: dopo tanto combattere, sembra che il “governo di unità e riconciliazione nazionale” funzioni. Il FSLN riprende il potere nel 2006 e governa tuttora il paese povero ma pacifico che ho visitato. I decenni di sfruttamento e di combattimenti hanno distrutto l’economia nicaraguense, ma, a differenza del Guatemala, non hanno tolto il sorriso dalla faccia di questi allegri campagnoli.

Le mie storie nicaraguensi finiscono qui. Ho un progetto per l’estate ma preferisco tenerlo ancora un po’ per me, per scaramanzia. Nel frattempo, nel caso vi fosse rimasto qualche dubbio, andate in Nicaragua! Gli abitanti di questo stupendo paese vi aspettano a braccia aperte: rispettateli e vi accoglieranno come una persona di famiglia.

Nicaragua/9: trasporti (sull’acqua)

Nella parte di Nicaragua che non ha strade, il trasporto si svolge esclusivamente sull’acqua: decine e decine di fattorie e villaggi, ma anche capitali provinciali come Bluefields, non sono raggiungibili via asfalto ma esclusivamente usando il corso dei fiumi (o al massimo via aria, se c’e’ un piccolo aeroporto nella zona). Il servizio di navigazione diventa quindi l’unico garante degli approvvigionamenti e rifornimenti delle comunità, e un po’ come per i trasporti terrestri, ci sono varie opzioni. Ancora più che per i trasporti terrestri però, gli orari di barche & barchette sono sconosciuti a chiunque tranne che alle persone appollaiate sul molo, e in ogni caso pensati aborrendo il concetto borghese di coincidenza. In ogni caso, bisogna imparare ad aspettare.

La regina delle acque nicaraguensi è sicuramente la panga: una piccola imbarcazione dotata di panche o sedili, di un tetto per ombreggiare i passeggeri, e di una serie di tele cerate che si srotolano dal tetto in caso di pioggia. Esistono pangas rapidas, che vanno dal punto A al punto B senza interruzioni (più o meno), e pangas compartidas, che, simili agli autobus roteados, si fermano ovunque a raccattare gente. Sono tutte piene all’inverosimile e si muovono alla velocità consentita dal motore, che può essere molto bassa.

La prima che ho preso, sul rio San Juan, dal porto di San Carlos per El Castillo, era compartida, e ha impiegato tre ore e mezza per fare pochi chilometri. Alla partenza, il carico era tale che solo una spanna separava il bordo dell’imbarcazione dal filo dell’acqua, ma il panguero, serafico, continuava a imbarcare merci. Raggiunta (e superata) la capacità massima, si inizia con il rituale del giubbetto di salvataggio, che va messo quando si passa davanti alla fiscalissima guardia costiera e tolto subito dopo, per poi essere rimesso per qualche minuto davanti all’altra postazione della guardia all’arrivo. Ovviamente il giubbetto non si chiude, è della taglia sbagliata, e probabilmente è anche bucato. Ma va indossato lo stesso, sia per una questione di uniformità estetica, sia come rituale propiziatorio per il viaggio. La panga compartida ondeggiava come un pitone e zigzagava tra i due lati del fiume servendo tutte le comunità che hanno nel molo l’unico contatto con il mondo esterno, facendo quindi scuolabus e trasporto pendolari. E se i sedili sono finiti, pazienza, i nuovi passeggeri si accalcano in piedi da qualche parte. Fortunatamente, il fiume è calmo e la velocità moderata, quindi il contributo adrenalinico dell’esperienza è limitato, se si fa atto di fede di rimanere a galla.

Le lanchas sono delle pangas più grandi, ma di cui condividono la struttura: quella per Papaturro aveva il tetto di legno, su cui trovavano posto altre merci, una piccola di coperta a prua e delle scomodissime panche di legno con il corridoio in mezzo. La lancha caricava tutti i rifornimenti per il paesello isolato: due motociclette, detersivi, oggetti in plastica e metri cubi di bottiglie di birra (piene) all’andata; diversi quintali di banane e gli stessi metri cubi di bottiglie (vuote) al ritorno. Il motore era pesantemente sottodimensionato per un barcone di quella stazza, che si muoveva lentissimamente sul lago piatto, con un effetto ipnotico che mal si coniugava con la scomoditò della seduta. I passeggeri scafati hanno tirato fuori delle amache che hanno appeso nell’invidia generale, mentre a poppa una giovane ragazza con un fiore nei capelli sfoggiava uno sguardo talmente fiero che non poteva chiamarsi altro che Esmeralda. Alle 10.30 ci siamo fermati su un’isoletta sperduta nel lago per un po’ di riso e fagioli, imbanditi su una tavola vicina al molo, per spezzare il viaggio, e a due terzi del viaggio si è rotto il motore. Per fortuna, c’era quello di scorta, che però pescava male, quindi il timoniere ci ha vigorosamente richiamati tutti a poppa affinché il motore potesse spingere la lancha. I lancheros si sono poi esibiti in una serie di virtuosismi navigando in un fiume tortuoso pieno di alberi caduti, facendo “manovra” e aiutandosi con lunghi pali, mentre noi passeggeri contemplavamo bradipi e iguane sugli alberi.

Le pangas che vanno verso il mare, lungo il rio Escondido per la baia di Bluefields sono leggere e hanno un potente motore fuoribordo. Da ferme, ballano tremendamente, ma una volta in assetto di navigazione planano eleganti sul fiume, con la punta in aria e la poppa che salta sulle onde e sulle scie delle altre navi. Il pangaro, espertissimo, schiva a velocità folle i rami che escono dalle acque e derapa nei meandri come un Valentino Rossi qualunque. La panga ha poi affiancato un peschereccio in corsa e due ragazzi sono saltati sulla nave (senza corda, senza scarpe, senza appoggi) in piena velocità, e io mi sono improvvisamente sentito in un film di pirati.

Le pangas marine, come quelle che collegano Great Corn a Little Corn, sono simili a quelle fluviali, ma operano in condizioni molto più difficili. Io non le ho prese, ma ho visto il mare in tempesta e ho compatito chi lo ha attraversato su quei gusci di noce. Se c’è bonaccia probabilmente è una bella traversata di una mezz’oretta, ma ho sentito racconti agghiaccianti di quando affrontano il mare grosso, tra attacchi di panico e secchiate d’acqua che entrano dalla cerata. Il caso più estremo (che quindi mi incuriosisce) è una panga che affronta la navigazione nella costa tra San Juan del Norte e Bluefields: 3 ore in mare aperto surfando contro le onde che procedono in direzione contraria. Da tornarci solo per provarla.

Nicaragua/8: trasporti (sulla terra)

Viaggiare in Nicaragua è divertente perché il paese non è fatto per i turisti, e spesso per mangiare, dormire e spostarsi non ci sono alternative a quelle usate dagli autoctoni. Uno dei ricordi più belli che mi porto a casa è legato al mondo dei trasporti, che cercherò di descrivere in un paio di post. Oggi parliamo degli spostamenti via terra; la prossima volta di quelli sull’acqua.

E’ con un mezzo di trasporto che, a Managua, percepisco di essere atterrato in un altro mondo. Arrivando in ora tarda, avevo prenotato un taxi che mi portasse fino a Leon, la mia prima tappa. Alcuni amici mi avevano dato il numero di Luis Padilla, tassinaro professionista, che si presenta puntualissimo agli arrivi con un cartello con scritto “MARCOS”. E’ gentile, ma ha fretta. Dopo pochi convenevoli, accende la sua macchina potente e inizia con le sue accelerazioni disinvolte: slalomeggia a velocità folle sui viali della capitale come un novello Alberto Tomba, e superando a destra un camion ad un semaforo rosso, mi rassicura: “questo è un posto sicuro, non è che ti puntano una pistola al finestrino per rapinarti. Tu però tienilo alzato”. In effetti, i viali bui della capitale e le facce da tagliagole che emergono dalla fioca luce dei baretti non sono molto rassicuranti. Luis polverizza 100km di strade statali in poco più di un’ora, superando nel buio pesto camion, macchine, carretti e maiali.

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Il gran premio è stato divertente, ma costoso e generato dalla mancanza di alternative. Certo, si può sempre prendere in affitto una macchina: le strade non sono per nulla male, i costi non bassi ma affrontabili da un gruppo di 3-4 persone. L’unico problema è la parte caraibica, dove le strade non ci sono. Io però non avevo voglia di rinchiudermi in una scatola da solo per tutto il tempo, quindi ho scartato l’ipotesi. Se si è in molti si può prenotare uno shuttle privato che vi porterà dove volete (con costi europei, beninteso). Ma io ero solo, e volevo far finta di non essere un turista. E così ho scoperto i trasporti pubblici.

In Nicaragua non esistono treni, ma solo autobus, che arrivano ovunque e sono usati tantissimo dai locali. I turisti chiamano dispregiativamente quelli interurbani chicken bus, nome sommamente ingiusto. Io ne ho presi tantissimi, di tutti i tipi, ed è stata una delle esperienze più belle di tutto il viaggio: ve li consiglio caldamente, e cercherò di spiegarvi il perché.

– Sono economici. Molto economici. Un’ora di viaggio costa circa meno di un euro, e i viaggi più lunghi in questo piccolo paese non superano i 5. Ce ne sono di due tipi: i “roteados” (locali) e gli “expresos” (rapidi), leggermente più cari, ma leggermente più di nulla rimane ancora quasi nulla. Si viaggia quasi gratis.

– Sono colorati: se gli expresos sono simili ai pullman occidentali, giusto con i sedili un po’ sfondati, i roteados sono spesso ex scuolabus americani che hanno subito un restyling radicale: ogni parte è stata accuratamente decorata, colorata e resa funzionale per il viaggio: dai televisori a 35 pollici imbullonati sopra il guidatore, alle onnipresenti casse che allietano il viaggio; dai frequentissimi riferimenti biblici, perché il mezzo ha bisogno di tutti gli aiuti possibili per farcela, all’immancabile catenella sopra all’autista che attiva una sirena tipo petroliera a mo’ di clacson: è impossibile non vedere il sorriso fanciullesco del guidatore che gioca a fare il commodoro ogni volta che la suona. E se lo vedete afflosciarsi sul volante sotto il sole di mezzogiorno davanti ad una strada dritta, quando il bus non riesce a superare i 60 all’ora, state tranquilli: ha tutto sotto controllo.

La musica merita poi un capitolo a parte: non stop, ma a volume discreto, spazia dai Roxette alla cumbia, dalla musica ranchera (gettonatissimi i Los Temerarios) al revival anni ’90. L’epitome rimane il tamarrissimo Prince Royce che canta “soy un pasajero a destino ser feliz”. Visto che l’intero centroamerica si regge su questi mezzi, mi chiedo: ma quanti ne buttano via gli americani?

– Sono un ecosistema perfetto: scordatevi i nostri viaggi asettici, noiosi, silenziosi: i chicken bus sono una rappresentazione in miniatura dell’umanità (centroamericana). Oltre all’imperturbabile guidatore, l’altra figura chiave del mezzo è il cobrador, una specie di manager che riscuote i biglietti, ma soprattutto si assicura della buona riuscita del viaggio. Di aspetto vario, è riconoscibile dalla penna dietro l’orecchio e dai mazzi di banconote che tiene in mano. Non gli sfugge nulla: non affrettatevi a pagare, arriverà lui e vi darà il vostro biglietto, che dovrete restituirgli all’uscita; è l’unica persona che conosce gli orari precisi di tutti gli autobus e coincidenze sul tragitto (non vorrete davvero fidarvi di quelli appesi alla stazione, vero?), staziona sulla porta (aperta) dell’autobus per individuare e raccattare nuovi passeggeri, e, occasionalmente, fornire un servizio di ammortizzazione per le salite in corsa, aiuta vecchiette, fa alzare passeggeri per far posto ad anziani e donne incinte, a volte vende bevande che tiene in un enorme contenitore pieno di ghiaccio, organizza la gente che staziona nel corridoio a seconda della fermata e, all’occorrenza, li comprime, gentilmente ma con fermezza; insomma, è un tuttofare su cui si può sempre contare.

Avete fame? Tranquilli, ad ogni fermata grande saliranno sull’autobus venditori con cibo, noccioline, succhi di frutta, pane, tutto quello che volete (omaggio all’autista sempre garantito). Alle stazioni ciechi e storpi vi chiederanno qualche spicciolo dopo un discorso di grande dignità ed eloquenza, mentre altri personaggi vi proporranno tagliaunghie, forbicine, spazzolini da denti in offerta, penne, rimedi naturali contro “tumori e artrite” e l’occasionale predicatore vi ricorderebbe che solo Dio salva, se non fosse balbuziente (giuro).

I trasporti urbani sono invece garantiti, oltre che dai taxi che raccattano altre persone nel tragitto, da alcuni camion su cui si sale nel retro, ombreggiati da uno stiloso tendone di plastica. I prezzi sono veramente ridicoli e il cobrador qui si evolve in una figura appollaiata sulla scaletta per accedere al furgone, che si regge con una mano mentre con l’altra messaggia el amor de su vida.

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Sono scomodi, se non li si sa usare. Sempre arrivare in stazione una mezz’oretta prima della partenza. Così vi verrà garantito un posto che, seppure con un sedile più corto del mio femore, vi permetterà di stare abbastanza comodi. Perché un passaggio non si nega a nessuno, e il bus farà salire gente ad ogni fermata e mai, mai, negherà a qualcuno il suo diritto di viaggiare. E così può darsi che nella corsia tra i sedili la concentrazione umana arrivi a livelli superiori a quelli dei una metropolitana all’ora di punta, e da seduti dovrete incastrare la vostra testa tra i corpi di quelli in piedi (scordatevi di metterla sul poggiatesta, quello serve a dare l’equilibrio ad almeno tre persone). Eppure, per qualche strana violazione del principio dell’incompenetrabilità dei corpi, il cobrador riuscirà sempre ad estrarre la persona giusta alla sua fermata, e il venditore riuscirà sempre a passare con il suo secchio pieno di leccornie, e a tornare indietro. Se poi una mamma vi chiederà di prendervi uno dei suoi tre pupi in grembo, non vi preoccupate: è educatissimo e se volete potete divertirvi a giocarci, tanto non appena si agita la solerte genitrice se lo riprenderà con se’.

Questo sistema, solo in apparenza caotico, funziona in realtà come un orologio svizzero, giusto un po’ più lento: le coincidenze sono perfette e, sulle rotte maggiori, non aspetterete mai più di un quarto d’ora sulla strada prima che un cobrador vi individui e vi raccolga o vi dia indicazioni per arrivare alla vostra destinazione. Potrete conoscere un’umanità varia, umile ma sempre disponibile e gentile, che vi permetterà di capire il paese meglio di qualsiasi guida. E le uniche galline che ho mai visto su un chicken bus erano civilmente portate in un sacco di iuta, da cui spuntava solo la testa.

Nicaragua/7: sua maestà il Caribe

Le coste caraibiche del centro america sono spesso un posto particolare. Un po’ perché qui gli inglesi volevano metterci il becco, e ci si piazzavano portando con se schiavi africani per i lavori pesanti, che poi si sono ritrovati ad essere minoranze anglofone in una zona latina; un po’ perché queste zone erano sovente lontane dalle fertili pianure dove gli spagnoli fondavano città, separate da foreste impenetrabili e paludi appiccicose; un po’ perché i nativi di queste zone non erano esattamente docili. Sta di fatto che, in Nicaragua, la costa del caribe è un altro mondo.

È tuttora difficilissimo arrivarci. Le due regioni autonome (Caribe Nord e Caribe Sud) sono enormi di dimensioni e povere di strade. A nord ce n’è una sola, lunghissima, punteggiata da villaggi e miniere, fino al nulla di Puerto Cabezas. A sud manca anche questa, e le uniche via di accesso sono solo il già citato rio San Juan e una strada asfaltata che, attraverso zone collinose, arriva ad El Rama, capitale dei nativi omonimi, a 50 chilometri dal mare. Percorro quest’ultima da San Carlos sul lago, sfruttando una perfetta combinazione di lentissimi chicken bus che attraversano villaggi dai nomi affascinanti: “Molo dei buoi”, “Faccia di scimmia”, mentre il colore della pelle dei nativi diventa sempre più scuro. El Rama, e tutta questa zona, non è esattamente un posto per signorine. Pericoloso no, anche se quando arrivo, dopo il tramonto, le vie buie mi inquietano leggermente; chiedo ad un taxi di portarmi ad un hotel ma proprio un tassinaro svogliato, insieme a tutti i suoi colleghi, mi sconsiglia di buttar via soldi per un tragitto così breve, e mi spiega il cammino, facendomi passeggiare al buio per qualche isolato. Va tutto bene, ma è domenica sera, e le opzioni per mangiare sono molto, molto limitate: sono aperte solo le rusticissime fritangas del mercato, dove l’unico utensile che mi viene consegnato per spolpare il mio pollo arrosto è un cucchiaio.

Alla mattina, El Rama sembra più amichevole, anche se ugualmente desolata: se non sei un rama, è difficile che diventi più di un posto di passaggio per andare altrove. Qui l’asfalto finisce, ma si connette al rio Escondido, il grande fiume che porta alla baia dove sorge la capitale della regione autonoma nord, Bluefields, un bel nome che sembra inglese ma che in realtà è deriva dal pirata olandese Abraham Blauvelt. Pangas veloci (che partono solo quando si riempiono) percorrono in un paio d’ore il tratto che manca all’Atlantico, in un viaggio divertente: la barchetta ha un motore potente e saltella veloce sulle acque piatte, surfa nei meandri del fiume tortuoso evitando le scie delle altre barche, due ragazzi si trasferiscono in corsa su un peschereccio con un abbordaggio piratesco. Sul percorso, lentamente, le acque si increspano e cormorani e aironi lasciano il passo a eleganti pellicani che planano a fil d’acqua.

Eccolo qui il caribe, e Bluefields si manifesta in tutto il suo splendore multietnico: nativi dalla pelle molto scura si confondono con mulatti di origini africane (per distinguerli devo guardare i capelli: lisci per i primi, crespi per i secondi), i soldati dell’esercito, massicciamente presente per contrastare i trafficanti di droga, hanno le facce tonde e piu’ chiare dei gruppi etinici che ho incontrato nell’ovest del paese, e allo spagnolo si affianca un inglese incomprensibile che mi ricorda le canzoni reggae o soca. La cittadina è una specie di capitale del nulla, abbastanza povera, piena di vita e priva di attrazioni, a parte un’inspiegabile chiesa morava: tra il parque central e il porto alcuni negozi soddisfano le esigenze dei locali e se ne fregano allegramente di quelle dei turisti, che qui comunque scarseggiano. Camminando in giro, scopro che i vari gruppi etnici se ne stanno divisi in quartieri ben separati e non è che vadano così d’accordo: gli atlantici vedono con un certo sospetto i “latini” che li governano, e hanno sempre fatto sentire il loro ruolo di minoranza etnica, anche contro la rivoluzione. Poco dopo il tramonto, verso le 18, tutti si riversano per le strade dopo il lavoro per mangiare e fare festa, ma alle 20 sembra già di stare in una città fantasma. Peccato non avere tempo, qui intorno ci dovrebbero essere baie e lagune paradisiache, se trovassi il modo di raggiungerle.

Le informazioni sulle barche in partenza e in arrivo sono, ovviamente, inesistenti e solo dopo una certa insistenza scopro che quella che interessa a me partirà solo tra due giorni. Mi rassegno a raggiungere la mia ultima meta con un borghesissimo (e carissimo) aereoplanino, prenotato, da vero signore, il giorno prima. Il mio viaggio si conclude sulle Corn Islands: due isolette nel bel mezzo dell’Atlantico, che dovrebbero rappresentare la quintessenza dei caraibi. L’avioneta della compagnia nazionale la Costeña in 20 minuti mi scaraventa a Great Corn, l’isola grande, che però tanto grande non è, visto che per azzeccare una pista d’atterraggio hanno dovuto deviare la strada principale. Ecco sì, qui è effettivamente il caribe come uno se lo immagina: stesso mix di nativi e africani di Bluefields, ma gente a piedi nudi per le strade, baracche da cui esce reggae a tutto volume, taxi senza targa che raccattano passeggeri per le strade, case colorate con porticati in legno e lussuosi hotel gestiti da stranieri vicino a spartani hostal gestiti da locali. Per fortuna l’isola famosa è l’altra, Little Corn, quella senza strade, tutta sabbia, con i fondali per fare snorkelling, saldamente in mano agli stranieri. Per spirito di contraddizione e per curiosità verso i locali, resto qui sull’isola “sfigata”; potrei visitare l’altra in giornata, ma gli orari della barchetta non sono molto comodi, e poi qui sto talmente bene che chi me lo fa fare di andare a incontrare altri turisti come me? Great Corn è divertente: ci sono spiaggioni infiniti tutti per te, dove ogni tanto passa un cavallo o un amichevole pescatore, il mare è cristallino come quello della Sardegna (che è un po’ il nostro caribe, solo che si mangia meglio), i bambini giocano in acqua vestiti dopo la scuola, e anche qui le chiese morave sono inspiegabilmente presenti. I ritmi sono molto, molto calmi e la gente accogliente senza essere invadente. Stranamente, l’isola è molto attenta all’ecologia, protegge le sue zone paludose e la loro biodiversità, e raccoglie la spazzatura: una rarità in un paese dove tutti buttano qualsiasi cosa dal finestrino. Un pazzo chiamato Rafael Trenor ha piazzato qui una piramide, che, insieme ad altre sette, formano il progetto “soul of the world”: rappresentano gli otto vertici di un cubo inscritto nel nostro pianeta, e ne canalizzano le energie positive.

Svaccato al sole, rifletto che è passato molto tempo dalla mia partenza, ed è ora di tornare: non essendo un amante dei viaggi ad oltranza, ho voglia di casa. E di cibo! Dopo aver spolpato 30 polli arrosto e aver mangiato quintali di riso e fagioli, sto morendo di voglia per una pasta. Non ho voglia di freddo e nebbia, e mi porterò un altro pezzo di latinoamerica nel cuore. Tornerò tra breve. Un saluto a tutti quelli che mi hanno seguito. Nei prossimi tempi scriverò, con calma, qualche post su altri aspetti del Nicaragua a complemento di questo diario di viaggio.

Nicaragua/6: di fiumi, laghi e lentezza

L’umidità che mi avvolge in un abbraccio indesiderato, la provvisorietà delle abitazioni, poco più che quattro tavole di legno e un tetto di onduline, l’assenza totale di traffico e le persone che si muovono a passo ancora più rilassato, tutto cerca di suggerirmi che sono arrivato in un’altra parte del Nicaragua, e del mondo. Da Ometepe a San Carlos, sonnacchioso porto sul lago Nicaragua, proprio alla bocca del rio San Juan, il viaggio è epico e dura tutto il giorno, ma ha un pregio: dopo un traghetto, tre autobus e un taxi, è impossibile non sentire la distanza. Sono nella parte più selvaggia del paese.

San Carlos si presenta così, una manciata di case malferme intorno ad una vecchia fortezza di guardia ai pirati, ma ha carattere da vendere. Sul malecon affacciato sul lago che sembra il mare, i pescatori scaricano le loro prede e le donne lavano i panni a mollo nell’acqua scura, mentre i tanti ristorantini sparano musica a tutto volume di fronte a bambini che giocano a calcio. In questo hub dei trasporti locali ben tre porti servono destinazioni diverse. Gli orari dei mezzi pubblici sono una specie di segreto di stato, che vengono cambiati spesso, forse per paura che qualcuno li divulghi al mondo. La solerte impiegata dell’ufficio informazioni, ubicato a non più di 100 metri da ciascun molo partenze, non ne azzecca uno, le coincidenze sembrano fatte apposta per non coincidere e obbligare i turisti a lunghe attese sorseggiando una bibita davanti al lago e a ricordargli che il mondo non è mai completamente sotto il nostro controllo.

Ci sono pangas (piccole lance) che scendono il fiume, fino all’oceano atlantico, altre che collegano i piccoli insediamenti sul rio Papaturro (bel nome), altre che raggiungono le mitiche Solentiname, il remoto arcipelago di artisti rivoluzionari guidati dall’altrettanto mitico ex-prete Ernesto Cardenal, la cui pregiata teologia della liberazione è stata disprezzata da un papa polacco timoroso del comunismo, e confutata da un futuro papa tedesco poco esperto del sud del mondo. Ovviamente, vorrei andare ovunque, ma l’atmosfera languida è come una droga, e mi ritrovo ogni mattina a lottare con me stesso per trovare la combinazione di mezzi che non esiste, contemplando segretamente la possibilità di restarmene qui per sempre.

In uno slancio trovo le energie e parto per il rio San Juan, lungo l’antica rotta dei pirati prima e degli americani che volevano evitare il giro attorno a capo Horn poi. Per arrivare alla foce, a San Juan del Norte, sono almeno 12 ore di navigazione. Decido di fermarmi nel posto più famoso, El Castillo (3 ore), su una panga carica e scomoda all’inverosimile. Il viaggio lungo il fiume merita. Ci si immerge in un mondo acquatico, dove l’asfalto scompare e la gente vive in palafitte sulle rive, vicino alla terra fertile. La canoa sostituisce la bicicletta, la lancia l’automobile. Ovunque bambini allegri giocano nell’acqua vestiti, con l’aria di chi non ha bisogno di videogiochi. La mia piccola apocalypse now finisce davanti ad una maestosa fortezza antipirati, costruita su una collina di fronte ad un’ansa del fiume dove le rapide obbligavano le navi a rallentare. Il “paese” è una serie di palafitte intorno all’unica strada intorno alla collina, dove uomini e animali vivono in serena comunione, e sono entrambi gentili e amichevoli. Il caldo, l’umidità, il silenzio e la lentezza degli abitanti rendono il tutto un po’ surreale. Giustamente, nella mia ricerca di un letto mi imbatto in una pensione-fantasma con terrazza sul fiume, perfettamente arredata, a porte spalancate, dove sono l’unico cliente, e anche l’unica anima viva: a prezzo di grandi sforzi trovo due ragazzine truccate pesantemente, che mi sorridono e ammiccanti e mi danno una chiave (inutile, la porta non si chiude e non c’è nessuno). Al mio risveglio, sarà tutto di nuovo deserto e pagare sarà un’impresa. Probabilmente il negromante che gestiva l’hostal Melany aveva appena letto Lolita di Nabokov.

Purtroppo, meno di due mesi fa, l’uragano Oto è risalito dal caribe e si è abbattuto sulla foresta incontaminata che si estende ai lati del fiume, sradicando alberi e rendendo la navigazione lungo gli affluenti del rio San Juan molto difficoltosa. Naufraga così il mio tentativo di visitare la riserva naturale di Indio-Maiz dove in teoria doveva essere rimasto un bel pezzo di foresta primaria… ma per fortuna una simpatica guida alcolizzata, che come hobby agguanta caimani e serpenti a mani nude, mi porta a pagaiare sul vicino rio Juana, ed ho anch’io la possibilità di fare un piccolo safari. Il basilisco, lucertolone che attraversa i fiumi zompettando velocemente sull’acqua vale da solo il viaggio.

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Di ritorno a San Carlos, forse ho trovato l’incastro: se parto per il villaggio sul rio Papaturro la mattina, posso tornare la mattina dopo e prendere la barca per le Solentiname il pomeriggio. La prima parte del programma gira a meraviglia: la panga questa volta è un barcone enorme che solca il lago a velocità testuggine (ha un motore ridicolo per la sua stazza) e porta i rifornimenti alle isolatissime comunità lungo il fiume. Ovviamente, a metà tragitto ci si ferma su un’isoletta per “pranzare” (sono le 10.30), ma io ho un mal di pancia tremendo e soffro in silenzio. Rimango stoico anche di fronte al destino avvero che fa rompere il motore e dobbiamo usare quello di scorta (“spostatevi tutti in fondo por favor, sennò l’elica non entra in acqua!”). Oto ha colpito duro anche Papaturro e la sua riserva naturale: manovrare la panga grande nei suoi stretti meandri pieni di alberi caduti è un po’ come parcheggiare la macchina a Milano all’ora di punta, ma con la differenza che si possono osservare iguane, bradipi e uccelli sui pochi alberi ancora in piedi.

All’arrivo, Murillo, la solerte guida del centro ecologico locale, mi apre gli occhi sulla mia finitezza: la panga del giorno dopo non esiste, e sono spiaggiato qui per due giorni. Il telefono è completamente muto, l’acqua è quella piovana, l’elettricità c’è solo qualche ora durante il giorno, quando vanno i pannelli. Però ho un dormitorio tutto per me, con una vezzosa zanzariera (alla sera le zanzare si potranno tagliare con il coltello), una candela per leggere, tanto tempo e tanto silenzio. Tutto sommato il medioevo tropicale non mi è dispiaciuto: ho conosciuto le fattorie che contrabbandano con il Costarica, i militari che mi controllavano i documenti ogni volta che mi vedevano, gli operatori di una troupe mandata a far conoscere ai nicaraguensi stessi questa parte del loro paese che ignorano, i bambini che vanno a scuola due giorni interi ogni due settimane, quando arriva il maestro, il piccolo parco pieno di animali e di zanzare, mi sono ripreso dal mio malessere, e ho imparato a rallentare un po’. Le Solentiname rimarranno sul taccuino delle cose da fare: ora è tempo di andare verso il mare.

Nicaragua/5: il lato oscuro dell’isola

Due vulcani altissimi collegati da un sottile istmo, spiagge, tracce di civiltà precolombiane, natura incontaminata: la grande isola in mezzo al lago promette molto al viaggiatore curioso. Ometepe, che in lingua nahuatl significa, con logica inappuntabile, “due montagne”, sta in mezzo al mare d’acqua dolce, il lago Cocibolca che gli spagnoli chiamarono Nicaragua, e non è per nulla facile da raggiungere: bisogna arrivare a Rivas in chicken bus, da qui raggiungere il porto di San Jorge, e infine imbarcarsi per un’ora su un traghetto attraverso le acque limacciose del lago agitato. Nonostante queste difficoltà, Ometepe è famosa, e il turistico Costarica molto vicino: siamo in molti bianchi, i primi che incontro su mezzi locali. Insieme ai turisti vengono naturalmente i piccoli raggiri da parte dei locali, che cercano di appiopparmi un taxi per il porto, servito invece da un comodissimo e economicissimo autobus. Con il naso leggermente arricciato scendo al porto isolano di Moyogalpa, e subito arriva la riconciliazione: sembra davvero un posto tranquillo, rilassato e dedito all’agricoltura. Peccato che sia più grande del previsto: a piedi non si va da nessuna parte. Affitto una bicicletta scassata, mi trovo a stramazzare su una salita infinita, poi affitto un motorino.

Muoversi è semplice: c’è una sola strada, che gira intorno all’isola. Metà asfaltata, metà in condizioni terribili. Traffico quasi zero, qualche moto, qualche raro autobus. La mancanza di veicoli permette l’invasione delle carreggiate da parte del mondo animale: schivo ogni tipo di animale da cortile e da stalla (nell’ordine: cavalli, mucche, galline, maiali, tacchini) e contemplo la placidità con cui enormi buoi aggiogati si aggirano sull’asfalto, mentre giovani adolescenti a cavallo pascolano le vacche a bordo strada, e maialotti curiosi esplorano i dintorni con curiosità tipicamente suina.

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Ma l’isola non è solo placida: salendo verso le pendici dei vulcani si incontrano incisioni rupestri di civiltà legate agli aztechi, che emigrarono qui dal Messico e che in queste zone praticavano i loro riti, ora pateticamente imitati da hippie americani. Sarà per questo motivo che ogni tentativo di salire i vulcani viene osteggiato in ogni modo dagli elementi? Pioggia, fango, serpenti e alberi caduti cercheranno di far desistere chiunque voglia andare a curiosare tra le nubi sotto la foresta nana e diradare il mistero della laguna in cima al vulcano a destra (il Maderas, quello più basso, spento). Io l’ho solo vista scomparire nella nebbia, ma forse appena più in là mi aspettava una mano con un excalibur nicaraguense.

La realtà è che questo mondo bucolico nasconde dei lati oscuri, che si rivelano solo ad uno sguardo attento. Avrei dovuto capirlo subito, dalla “minacciosa presenza dei vulcani” (copyright Nanni Moretti) che incombono ovunque, sempre circondati da nubi minacciose che ne nascondono le cime. Il più alto è ancora attivo, ha eruttato recentemente e ovunque si vedono i cartelli della “ruta de evacuacion” verso il primo porto disponibile per scappare in caso di risveglio. Anche sul tramonto che ammiro dalla scenica punta Jesus Maria, una specie di lingua di sabbia che entra nel lago, pesa la sagoma del mostro fumante, pronto a dire la sua. Ma non basta: a Ometepe le leggende sono nere, segni della sua natura inquietante sotto la patina placida. Nella laguna di Charco Verde, vicino ad un bellissimo farfallario, si dice aleggi ancora lo spirito di Chico Largo, figlio della strega mama Bucha, stregone lui stesso, che venne ferito da cacciatori quando si aggirava nei boschi sotto forma di cervo. I cacciatori seguirono le tracce di sangue fino ad una zona dedicata ai rituali di magia nera, e lì desistettero. Mama Bucha lo recuperò ferito a morte, lo trasformò di nuovo in uomo e lo seppellì davanti alla laguna. Quando il paese si accorse della sua assenza, lo riesumò per dargli cristiana sepoltura, ma trovarono solo il suo sudario insanguinato. Da allora, Chico Largo aleggia per la laguna e può portare nel suo mondo chiunque sia tanto sfortunato da incontrarlo. Ma c’è di più: i nativi raccontano la leggenda del carro Nahua, pieno di fantasmi: se lo incontrate per le strade di notte, potreste essere presi dalle febbri o morire d’infarto. Beh certo, loro non conoscevano i carri e ne associavano il fragore a forze soprannaturali (e alla schiavitù). Ah, e se a Ometepe vedete gufi neri o farfalle nere e marroni, fate gli scongiuri: probabilmente sono incarnazioni del diavolo che vi porteranno solo guai.