Sierra Madre

La Sierra Madre Occidentale attraversa il Messico del Nord per oltre 800km: i gringos, dalla loro parte, la chiamano montagne rocciose. Nelle guide turistiche questa parte del Messico è praticamente assente: forse perché la sierra, oltre ad essere selvaggia e inospitale, è decisamente pericolosa. Qui i narcos hanno enormi piantagioni di marijuana e papaveri da oppio per produrre la droga che i ricchi vicini le chiedono, e sicuramente non vogliono visitatori tra i piedi, con l’unica eccezione del corridoio di sicurezza intorno al Chepe, il treno che attraversa la Sierra. Ironicamente, ai narcos i turisti fanno comodo: permettono di riciclare il denaro sporco attraverso alberghi e attrazioni turistiche. L’accordo è chiaro: voi rimanete lì intorno e noi vi non vi facciamo niente; voi raccontate in giro quanto è bello qui, l’esercito non si allarma e portate altri soldi. Facile.

La natura qui ancora stravince sull’uomo e la “civiltà” si riduce quasi sempre a qualche squallido villaggio di baracche cadenti e rottami, collegato da tremendi sterrati. Gli unici posti in cui non si respira la rassegnazione alla povertà e di abbandono sono i pueblos magicos, paesi “protetti” dal governo messicano ed adeguatamente foraggiati. Anche qui però, i sorrisi sono merce rara.

In queste zone si concentrano gli indios Tarahumara, o Raràmuri che, scacciati dai conquistatori, si sono rifugiati nelle zone più impervie della Sierra. Facilmente riconoscibili per la pelle molto scura, i vestiti sgargianti delle donne e i sandali fatti in casa con vecchi copertoni e lacci di cuoio, evitano il più possibile di mischiarsi con quelli che ancora chiamano “gli usurpatori”. Si dice che siano fantastici corridori, in grado di percorrere anche cento chilometri al giorno su sentieri di montagna. Tutte le ricerche antropologiche parlano di un popolo filosofo, a cui gli agi del mondo materiale non interessano, organizzati in un’affascinante struttura sociale dove tutto viene messo in comune. Purtroppo, non riesco a cogliere questa profondità. I miei occhi miopi vedono solo persone che mi evitano, mi parlano solo per chiedere soldi e bambini sporchi e vestiti di stracci. Come altri nativi americani, l’orgoglio e il senso di credito verso chi li ha cacciati dai loro territori purtroppo si traduce in una chiusura che li porta a vivere nella povertà e ad importare i nostri lati peggiori, come l’alcolismo.

La zona del Chepe è famosa per i suoi canyons, un gigantesco sistema di gole profondissime. Il bello è quindi zompettare su e giù dai canyon usando i mezzi pubblici: la strada è da percorrere è più interessante che la destinazione. La discesa più bella è quella da Bahuichivo ad Urique, dove il camion copre in 3 ore e mezza i 54 chilometri che separano i due paesi. Dopo un incagliamento su una buca e il pronto intervento di alcune ruspe, improvvisamente si apre il canyon di Urique, con una strada che sembra uscita direttamente da un film di indiana Jones: uno strerrato senza protezioni, abbarbicato alla parete di una gola che scende scende senza finire mai e che sembra tanto vicina al mio finestrino. Lorena, l’avvenente bigliettaia, ferma il camion ad un bellissimo punto panoramico sopra lo strapiombo e rompe la mia teoria sui narcos. Sì, ai turisti non fanno nulla, ma se capiti in mezzo a una sparatoria tra di loro non è simpatico. “Ma per fortuna a Urique queste cose succedevano solo in passato”, continua. “Anni fa, quindi?” “No no, fino a due mesi fa, quando è arrivato l’esercito”. Ah. In effetti, se nella discesa il camion è stato superato da due enormi jeep piene di soldati in kalashnikov, nella risalita, nel punto in cui si cambia il mezzo, un pickup pieno di signori con passamontagna e altri kalashnikov controllava l’operazione. Nei canyon, alle quote più basse, la marijuana cresce rigogliosa e decisamente non è il caso di essere troppo curiosi.

Da Creel, il centro turistico della zona, si può invece scendere di quasi 2000m a Batopilas, un pueblo magico sul fondo dell’omonimo canyon: questa volta la strada è asfaltata, ma molti tratti sono in rifacimento o semidistrutti dai massi che si staccano dalle pareti, e che il furgone deve aggirare. La vegetazione cambia dai pini, alle querce, fino al caldo, con il ritorno dei cactus e degli alberi da frutta tropicali: mango, guava, papaya. Si scende attraverso decine e decine di tornanti e qualche ponte sospeso fino ad ammirare il museo curato da Rafael, uno dei pochi messicani entusiasti e ciarlieri che ho incontrato. Dopo cena (cioé alle 19), mentre prendo il fresco nella bella piazza di Batopilas, mi trovo improvvisamente sotto una surreale pioggia di fiori che scendono dall’enorme albero tropicale sotto cui sono seduto. Non faccio domande, questo è il Messico e sono in un pueblo magico, no? Mi faccio cadere i fiori in testa e guardo i bambini che accorrono per raccoglierli.

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El Chepe

Chepe, e cioè l’acronimo CHP, è il nomignolo con cui è conosciuto il Ferrocarril Chihuahua al Pacifico, probabilmente l’unica linea ferroviaria affidabile del Messico, che ironicamente lo attraversa nel suo tratto più impervio: la zona delle barrancas, o dei canyon, nella sierra madre occidentale. Frutto di un progetto ardito e visionario di un ingegnere gringo, fu approvato dal presidente del Messico già alla fine dell’800, anche se la linea entrò in funzione solo nel 1961. Dai due capolinea, Chihuahua e Los Mochis, separati da 654km, parte un treno ogni giorno la mattina alle 6, che arriva alle 9.30 di sera dall’altro lato. Facendo due conti, viene una media di poco più di 40 km/h, in perfetto ossequio alla lentezza.

La stazione di El Fuerte mi porta subito in un mondo dove il treno è una bolla di civiltà in un mondo dove la natura domina sovrana: una tettoia e una piccola sala d’aspetto in mezzo al nulla, lontano dalla città. Cani randagi, pile di rotaie e traversine di scorta, gente di ogni tipo e due binari senza protezioni che si perdono verso l’infinito. In contrasto, il servizio è impeccabile: scorgo il locomotore diesel in perfetto orario, annunciato dal più classico dei fischi e vengo accolti da controllori azzimati e impomatati, mentre nel vagone ristorante camerieri in papillon sono pronti a servire drinks e spuntini. L’aria condizionata e il riscaldamento mantengono la temperatura sempre confortevole, i sedili sono ampi e comodi: sembra veramente di imbarcarsi su uno di quei treni che hanno fatto la storia e la poesia dei viaggi su rotaia, stile transiberiana o orient express. Anche i costi sono eccezionali: il tragitto in classe economica (disponibile solo tre volte per settimana) costa circa il triplo di un autobus, mentre la prima almeno cinque volte tanto. Nei vagoni della classe economica è però disponibile una tariffa “sociale”, per soli messicani, a prezzi popolari. Io decido di prendere il treno solo nelle sue parti più spettacolari, nelle strette valli dove la strada asfaltata non esiste e solo le rotaie addomesticano la sierra.

Anche nelle prime pianure, aride e polverose, il Chepe si muove senza fretta, puntando pigramente alle montagne tra qualche scossone e fragore sospetto: il paesaggio scorre lento dal finestrino e nei balconcini tra le carrozze sognatori ed innamorati guardano lontano. Nella classe economica sono l’unico turista, i passeggeri sono silenziosissimi ed discreti. Dopo un’oretta il paesaggio diventa più movimentato: le valli si stringono, diventano canyon su cui il trenino si arrampica seguendo le curve del paesaggio, solo occasionalmente usando la forza bruta dei tunnel e dei ponti sospesi, su cui per ragioni imperscrutabili si ferma sempre a metà. Scarsissimi i segni della presenza umana: gole impervie, falesie perfette per arrampicare, pendenze vinte solo con acrobatici tornanti e larghe spirali, seguendo il corso del Rio Fuerte e del Rio Septentrion sempre più in alto, fino ai 1600m di Bahuichivo, 170km e 4 ore da El Fuerte. Il paesaggio cambia, diventa meno drammatico, un altopiano infinito di pinete e rocce, e sale più dolcemente fino al Divisadero, lo spartiacque continentale che separa i fiumi atlantici da quelli pacifici.

Qui il treno si ferma per 20 minuti perché i passeggeri possano rifocillarsi ai banchetti di tacos e ammirare il maestoso canyon del rame, un sistema di valli e gole ben più grande e più profondo del grand canyon americano, ma molto meno conosciuto. D’ora in poi il treno corre vicino alla strada, e il suo fascino scema: io continuo solo fino alla zona alta, al paesino montano di Creel, a 2350m, 105km e 3 ore da Bahuichivo, che userò come base per escursioni. All’isolata Chihuahua mancano ancora 250km, ma il Chepe diventa da qui un normale mezzo di trasporto, e un comodo autobus è un modo molto più veloce ed economico per arrivare all’ultima tappa di questo viaggio.

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Interstizi

I trasferimenti tra le località toccate in un viaggio sono spesso più interessanti dei posti visitati. Sono gli interstizi del mondo dove si può interagire con i locali: mezzi pubblici, supermercati, stazioni, una biblioteca sempre aggiornata dove studiare la cultura di un popolo, inesauribile fonte di conoscenza ed avventura. Dopo il mistico road trip nel deserto, senza radio e senza compagni di strada, ci voleva.

Ho iniziato con la California Star, una specie di traghetto-sommergibile senza quasi posto all’aria aperta che attraversa due volte al giorno il golfo di california. I messicani si rinchiudono dentro le aree comuni, con le tende tirate, l’aria condizionata, e si dimenticano senza remore il mare che scorre lentamente fuori. I due piani del traghetto vedono una rigida separazione antropologica: sul ponte inferiore, dove c’è il bar, si concentrano gli uomini, molti i camionisti, tutti vestiti alla nortena, con jeans, stivali di pelle a punta, camicia nei pantaloni, cinturone con fibbia e cappello bianco da cowboy. Sembra di stare in un film, invece è solo il Messico del Nord. Resisto qualche ora nel posto che mi compete, ma cedo alla terza birra, quando dagli schermi esce a volume alto un video di Laura Pausini. Mi sposto al ponte superiore, popolato da donne e bambini sorprendentemente silenziosi ed educati, cartoni animati sugli schermi, sedili per sonnecchiare. Al mio ritorno al piano di sotto, i tavoli del bar sono completamente ricoperti di lattine di Tecate, la Peroni messicana, vuote. E con nonchalance, i camionisti riprenderanno a guidare nel buio della notte senza lampioni.

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L’arrivo è in uno di quei posti in cui ci si va solo per il nome, tipo Winnemucca in Nevada o Truth or Consequences in New Mexico: Topolobampo. Il fanciullino che c’è in me spera di vedere apparire all’orizzonte due grandi orecchie di Topolino, ma invece c’è solo un paesino di pescatori raccolto intorno ad una piazza, in cui mi fermo a dormire solo per poterlo raccontare. Un centinaio di anni fa Topolobampo era un posto fichissimo: qui Albert Owen, il visionario ingegnere che progettò l’ardita linea ferroviaria attraverso la sierra madre, aprì una comunità di anarco-socialisti utopisti, che funzionò talmente bene che le sirene del guadagno portarono rapidamente la corruzione e lo sfacelo nella piccola comunità di gringos.

Da Topolobampo partono i camiones, gli scuolabus riadattati che raggiungono l’anonima Los Mochis, una città che ha come unico pregio l’essere all’incrocio della linea del treno per Chihuahua e della strada che percorre la costa pacifica messicana. Il mio camiòn è stupendo: l’autista è gentilissimo, ha gli occhi affondati nel grasso e i capelli unti, e ha personalizzato il suo mezzo secondo la consolidata triade centroamericana: devozione (signora della Guadalupe con tanto di nappe e tendine, un po’ di Gesucristi), turismo (cartoline, pescetti di latta) e gnocca (qui solo un discreto coniglietto di playboy, probabilmente l’autista è un morigerato).

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Il treno parte ogni giorno da Los Mochis alle 6 di mattina, e io sono arrivato a Topolobampo alle 10 di sera. Invece di fare le corse, mi ricordo del pedalatore e mi godo una lenta giornata negli interstizi del ruspante stato di Sinaloa, famoso per le sue bande di ottoni che cantano struggenti canzoni d’amore. Raggiungo El Fuerte, una cittadina a 80 km di polvere e pianure da Los Mochis, sul tragitto del treno, in alto sulla valle del Rio Fuerte, tra donne e vecchi in tenuta nortena, tutti molto silenziosi, forse per la musica sparata a palla.

El Fuerte è una bellissima sorpresa. Un paese, tranquillo, pulito, a misura d’uomo, persone amichevoli, un museo scarno ma curato, ottime bancarelle e bambini che tornano da scuola. Qui una volta c’erano migliaia di indios a coltivare la valle fertile, con il fiume gonfio d’acqua che sembra un piccolo Mississippi, poi sono arrivati i conquistadores, i gesuiti, e la rivoluzione. Mentre mi abbuffo di frutti di mare, Poncho, il proprietario, mi dice che l’economia non è molto buona. Non sembra, soprattutto rispetto alla povertà che ho visto finora. Ma lui nicchia, e forse pensa ai soldi dei narcos su in alto nella sierra.

Il pedalatore

Quando l’ho visto, ho pensato ad un miraggio. Dopotutto siamo nel deserto. Ci sta. Nel mezzo dell’immensa Valle del Los Cirios, in Baja California, appare un tipo arrampicato su una bicicletta d’altri tempi, di quelle con la ruota davanti gigante. Una parte del mio cervello, probabilmente già assuefatta al surrealismo messicano, non lo nota nemmeno. Poi la parte razionale si sveglia, e lo aspetto un paio di km più avanti. E’ vestito tutto tecnico, ha in testa uno strano casco bianco che ricorda quello dei poliziotti inglesi, e sta spingendo il suo velocipede su una lieve salita.

Quando gli rivolgo la parola, ho un po’ paura che scompaia. E invece è vero. Si chiama Geoffrey, viene da Londra, e sta percorrendo l’America con la sua bicicletta. “Sono partito dal Canada 6 mesi fa e seguo la costa pacifica. Ora vado a Guerrero Negro a vedere le balene. I like whales. In fondo alla baja california prendo il traghetto, poi continuo verso il Guatemala e poi giù giù fino in Argentina”. Non ho cuore di dirgli che il pacifico, laggiù, è un affare cileno, sto ancora cercando di mettere insieme i pezzi del puzzle.

“Queste bici le faccio io!” – interrompe i miei pensieri esclamando con orgoglio – “era il mio lavoro in Inghilterra. Poi ho deciso di partire. Sulla bici c’è tutto quello che possiedo.” All I own. Urca. Cioé questo tipo secco e bruciato dal sole, gentile, che parla bene spagnolo e sembra ci stia con la testa, ha venduto tutto, si è fatto una bici e ci sta attraversando un contiente? Equipaggiato bene, per carità: pannello solare, tenda, due borracce sul manubrio, telefono satellitare, go-pro, e probabilmente, non più di una maglietta e mutanda di ricambio. Ogni tanto si prende una camera d’albergo, ma alla mattina, così se la gode per 24 ore. I copertoni sono di gomma piena, non si forano e sono ricavati riempiendo e incollando diversi copertoni normali – “durano 8000km!”. Probabilmente ha un sito, una piattaforma di crowdfunding, o un blog, ma non lo voglio sapere. Me lo preferisco così, pazzo e romantico,

I pedali sono installati direttamente sulla ruota gigante, niente catena o cambi: “riesco a fare circa 60km al giorno”. Una fatica immensa. E mi sa che deve stare lontano dalle montagne, è appena dovuto scendere dalla bici per una salitina da nulla. “This is a big adventure!”, taglia corto. E fa bene. Se uno si mette a ragionare, queste cose non le farà mai. E invece Geoffrey, sudato, cotto, affaticato, è felice come quasi nessuno tra quelli che conosco con un bel lavoro e una bella casa. Con lucida follia, e un po’ di preparazione, è riuscito a consacrare la sua vita alle divinità pagane che anch’io cerco faticosamente di venerare: la Semplicità e la Lentezza. E a dimostrare senza arroganza che le avventure vere si possono realizzare e non solo sognare.

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Baja Blues: el Sur (seconda parte)

A Sud la transpeninsular flirta con il mare di Cortez, si avvicina e si ritrae nel deserto, sempre meno aspro; c’è sempre un’isola, irta di montagne come la schiena di un drago, a proteggere la costa. Mulegé è un paesino, ma ha una porta imponente come se avesse mura, una prigione bianca e l’immancabile missione. Ha sofferto l’uragano, appoggiato sul greto di un fiume che ora è pieno di terra e sassi. I primi negozi per turisti: artigianato locale della tribù Cochimì. Ci sarà un posto per dormire tra qui e Loreto, 140km più a sud – penso – e invece mi sbaglio, solo spiagge da sogno nella Bahìa della Concepciòn, sabbia bianca, mare trasparente, montagne tutto intorno e camper parcheggiati a due passi dal mare. Avessi un’amaca l’attaccherei tra due alberi, invece continuo: quando le rupi arrivano fino al mare, la strada entra nelle valli della Sierra la Giganta, i picchi erti sembrano contro il tramonto sembrano artigli di aquila pronti a ghermire i malcapitati di passaggio. Al bordo della carreggiata cappellette dipinte di fresco, coloratissime, adorne di cactus, e poi finalmente Loreto, l’antica capitale di tutta la California, un sospiro di sollievo. O forse no, qui ci sono turisti, alberghi sul lungomare, rumore per le strade, ridatemi il deserto! Non basta a compensare la missione da cui i gesuiti prima e i francescani poi colonizzeranno le due californie.

Meglio scappare tra i falchi e gli avvoltoi della Sierra aguzza e rocciosa, perfetta per arrampicare, tra i canyon stretti e i guadi allagati per scoprire i segreti di altre missioni arroccate qui nel mezzo del nulla: San Javier, san José de Comondù.. 26esimo parallelo, nella baia di Loreto altri draghi fanno la guardia: la isola Carmen, la piccola isola danzante, di fronte a Puerto Escondido, rifugio per yacht da ricchi dove gli inservienti mi cacciano in malo modo, mi avranno guardato in faccia. La transpeninsular vira a est, si allontana dal mare di Cortez e entra ancora nella Sierra la Giganta, in una valle stretta, sinuosa, piste sterrate partono per paesi dai nomi che raccontano storie: Agua Amarga, Ultima Agua, finché gli spazi si dilatano, rimane solo un altopiano di cactus e cespugli verdi, con la transpeninsular che si perde verso l’infinito, a Ciudad Insurgentes, da qui a ovest c’è il porto Adolfo Lopez Mateos, adagiato su un canale nella laguna dove passano le balene, ma anche le ragazze che passeggiano per le strade non sono male.

Ciudad Consitucion è una cittadina senza attrattive e senza turisti, quindi perfetta per sentire la pancia di un paese, magari chiacchierando con le tortilleras più gentili del mondo, prima di continuare e attraversare altri duecento km di nulla, attraverso Santa Rita, Las Pochitas, El Cien, San Agustin, con la strada distrutta dall’uragano, lunghi tratti sterrati e polverosi a ricordare la furia degli elementi. La Paz. La capitale. 24esimo parallelo. Grande, ricca, turisti locali abbienti e un po’ di americani vecchi al braccio di messicane giovani. La civiltà. Meglio scappare, nella Bahia de los Suenos, su strade secondarie, attraverso la Sierra el Novillos, uno sguardo al mare senza sole, e poi giù a riprendere la transpeninsular a San Antonio, vedere i turisti, tatuati, che fanno windsurf a los Barriles e poi Santiago, dentro la Sierra la Laguna. Sul Tropico del Cancro.

Nell’unica camera affitata da un ristorante, Sergio mi svela i segreti della sierra: piscine di acqua termale, cascate, montagne, qui c’è l’acqua che disseta tutte le grande città della zona, ma non ci viene nessuno, preferiscono stare al mare, e allora l’esplorazione si impone, chilometri e chilometri di sterrati, mi perdo, ho paura che la macchina perda la sua sfida con la sabbia profonda, ma alla fine trovo la piscina naturale, calda, è un paradiso, scotta ma c’è il fiume fresco a due passi, poche persone, tutte locali, mi svelano l’altro accesso per queste montagne: Todos Santos, dall’altro lato della punta estrema, sull’oceano pacifico, oltre la zona de los cabos, le due città attrezzate per il turismo americano, con resort all inclusive, bar per bere allo sfinimento, strip club, campi da golf nel deserto e la gazzetta del gringo. Almeno hanno costruito un’autostrada a doppia corsia per poter attraversare velocemente queste terre, arrivare al 23esimo parallelo, e risalire verso il tropico dal lato dell’oceano, per arrivare alla cittadina dei finti artisti e dei surfisti tatuati, portale della sierra, americana e turistica ma dove ancora si può chiacchierare con una nonna mentre prepara il suo stufato all’aperto. Su questo tramonto tropicale, su una spiaggia deserta, tra pellicani e cavalloni finisce il mio road trip. Ora si continua con tutti i possibili mezzi pubblici, a cominciare dal traghetto fino a Topolobampo, nel Messico continentale.

Baja Blues: el Sur (prima parte)

29esimo parallelo, la transpeninsular fende il deserto, i cactus si alternano alla yucca, le rocce, gli altipiani, poi Rosarito, Villa Jesus Maria e una pianura immensa, di cespugli bassi, spinosi, e polvere, fin dove l’occhio può arrivare, tagliata in due, dalla strada, dritta come un fuso: è il Vizcaìno, il nuovo deserto, quello più a Sud, chiamato come l’esploratore spagnolo, che arriva al 28esimo parallelo. Il confine. La Baja California diventa Baja California del Sud. L’orologio si sposta avanti di un’ora, ma non se ne accorge nessuno, neanche il deserto.

E’ ora di tornare all’oceano, a Guerrero Negro. Le più grandi saline del mondo: 40mila ettari di laguna producono decine di migliaia di tonnellate di sale che finiscono sulle tavole di tutta l’America. Paludi piatte, moscerini, uccelli che sguazzano nell’acqua bassa nella laguna Ojo de Liebre, dove le balene grigie vengono ad amoreggiare e a partorire, dopo aver passato l’estate in Alaska. Ora ce ne sono 400 nella baia, a febbraio saranno 1500 e più. Enormi, sbuffano, soffiano, spruzzano, si immergono, giocano. Sono curiose, sbucano con la testa per osservare chi li osserva, si fanno toccare. Gilberto il balenaro fa il cuoco in California per 4 mesi all’anno, ma poi torna qui per stare con le balene per altri 4 mesi. “E gli altri 4 mesi?” “Dormo”.

La strada torna verso l’interno, taglia la penisola in diagonale, il buio mi sorprende a Vizcaìno, è ancora deserto, infinito, da qui partono piste in terra battuta che si perdono nel nulla. A est la sierra de San Francisco promette visioni lisergiche di disegni ancestrali, ma la strada è sterrata, ripida, non si passa. Ai cespugli si aggiunge l’erba secca, San Ignacio è un’oasi, verde di palme e tamerici, finalmente un paese che non è sdraiato sulla transpeninsular, ma ha la sua piazza centrale, una chiesa decorata e tanto verde per rinfrancare l’occhio e lo spirito dopo tanta polvere. La valle si stringe, il Vulcano delle Tre Vergini incombe sui cactus, ripido, isolato, percorso dai mufloni dalle grandi corna e inaccessabile al piede umano. Il deserto si colora di verde, erba, arbusti, i grandi cactus sembrano meno solitari, quando appare il mare dalla costa arida, un mare duro, miniere di rame e scheletri di capannoni arrugginiti, anche qui i segni dell’uragano, e Santa Rosalia. Bella come la patrona di Palermo, casette di legno colorate costruite dai minatori francesi, negozi, librerie, la biblioteca “Mahatma Gandhi”, la bollente chiesa di acciaio progettata dall’ing. Eiffel, facce meno consumate dal caldo e dalla polvere, tacos di pesce, lo stufato di carne detto birria, i primi turisti biondi, le prime code ai semafori. Qui ricomincia la civiltà e l’avventura scala una marcia.

Baja Blues: el Norte

La Baja California è, come ogni penisola, uno stato a direzione obbligata. Probabilmente si arriva dal Nord, da San Diego, e dopo un breve imbarazzo, si capisce che non si può altro che andare a Sud, lungo la carrettera 1, che ha un nome bellissimo: la transpeninsular. La strada porta giù, tra mare e terra, e non si riesce ad essere soddisfatti se non si arriva in fondo, a quasi 2000 km di distanza, a Cabo San Lucas, dove il golfo di California si fonde con l’Oceano Pacifico. La transpeninsular erra da una costa all’altra come un coyote ubriaco, tra deserti, montagne, lagune, accarezza un paesaggio che cambia ad ogni curva, che va raccontato a tempo di musica, con un giro di blues veloce e sincopato, a scandire le soste e le partenze, le tappe volute e quelle improvvisate, gli imprevisti e la meraviglia. Accendete la musica.

La prima strofa del Baja Blues inizia in minore, con i sobborghi di Tijuana che arrivano squallidi fino all’oceano, a Rosarito, dove alberghi e resort per decine e decine di chilometri danno svago e sfogo a giovani americani, finalmente liberi di fare tutto quello che a casa loro non oserebbero mai. Popotla, Nuevo Cantamar, la Fonda, l’autostrada costiera a doppia corsia, no! Meglio la strada interna, verso le valli fertili dei rancheros con i loro pickup sporchi di fango, il vino, i paesi dai nomi tutti uguali: o un santo, o un eroe messicano. Ensenada, 32esimo parallelo, città grande. Turistica. Balneare. In bassa stagione. Anche se è tardi, meglio scendere, scendere verso le missioni abbandonate dei frati domenicani al servizio di sua maestà il re di Spagna, che cercarono di convertire gli indios: Santo Tomas, San Vicente Ferrer, il paesaggio montuoso, stop per la notte all’imbrunire, non ci sono luci, i camion, giganteschi, sfrecciano, è pericoloso continuare, ma l’unico motel è sporco, rotto, freddo e gestito da un proprietario alcolizzato.

Traffico: oltre ai camion, curve, vacche a passeggio, si procede lentamente, ma una deviazione verso est da respiro. Parque Nacional de la Sierra de San Pedro Martir. E come d’incanto, nessuno. La strada attraversa vallate fertili, fattorie, sale come una scala verso gli altipiani più aridi, le radure, poi ancora più su, le rocce, più su, i primi pini, ancora più su, le foreste di sequoie, il parco dove i coyote inseguono i cervi, l’aria profuma, il terreno è ghiacciato e il silenzio assoluto. Dall’osservatorio astronomico, a 2700m, a 100km dalla strada principale, si vede il mare ad est, l’oceano ad ovest, e il picacho del diablo, la cima più alta della baja california, a sud.

Giù, giù, e ancora camion, e paesi cadenti allungati lungo la strada, facce dure, scavate, indie, barbe sfatte e fango e polvere, l’asfalto sparisce già ai lati della transpeninsular (qui è un lusso, bellezza!), 31esimo parallelo, Vicente Guerrero, San Quintin, sfruttata, inquinata e abbandonata, Làzaro Càrdenas, pianure fertili e verdi, gente, paesi sempre più lunghi che si fondono, gommisti, benzinai, poi… stop. Che il nulla abbia inizio. Prossima stazione di servizio: 308km. Benvenuti nella valle de los Cirios, degli alberi a forma di cero, allampanati, inquietanti, che crescono solo qui, nel deserto, lontano dalle coste. La strada si svuota, si affianca all’oceano per regalare un tramonto, prima di virare verso l’interno, le prime montagne, El Rosario de Arriba, l’ultimo avamposto della civiltà, il ristorante di Mama Espinosa, amante del motocross, poi il regno del cactus gigante, dita storte puntate verso il cielo sopra un mare di arbusti, spettrali nella nebbia mattutina. Sembra tutto finto. Un avvoltoio sbrana i resti di un animale investito per la strada e io mi ritrovo a fischiettare il motivo di Trinità.

Catavina, Chapala, sono nomi più che paesi, due baracche con tetto di lamiera pomposamente chiamate “restaurante”, un gommista e un abarrote per le spse. Parador Punta Prieta, bivio: di nuovo a est, la Bahia de Los Angeles. Paradiso. Gli angeli sono le isolette che punteggiano la baia, chiusa dall’esterno da un’isola più grande, l’angelo custode. Deserto, colline aride, mare blu, per terra un unicorno fatto di foglie di palma piegate, e senso di tragedia. L’uragano è passato qui il 15 settembre. Il fiume, ora secco, si è gonfiato a dismisura, ha raccolto l’acqua di tutte le montagne e l’ha portata qui, era largo un miglio. Ha distrutto case, alberghi, ma ha risparmiato le persone. Ora rimangono bar chiusi, alberghi in riparazione, stormi di pellicani, e cinque ragazze carine. “Erano sei”, dice José Luis, esperto nel business dei pneumatici usati e albergatore, “ma la più bella se n’è andata”.