San Diego vs Tijuana

In attesa di dare conto della battaglia finale dei cavalieri di MYC….

Un po’ meno cafona di LA, molto meno cool di SF, quintessenzialmente californiana, San Diego si spalma su una cinquantina di km sulla costa, fino al confine messicano. Un importante ingrediente dell’opulenza è il biotech: istituti scientifici di altissimo livello si affiancano ad aziende a sfondo biologico, e creano un enorme indotto. La gente e la natura sono entrambi più californiani che mai: sorrisi smaglianti, fisici palestrati, cameriere che ti stordiscono di parle, luce accecante, palme che ondeggiano al vento e oceano per surfisti. La gente guida enormi macchine in strade altrettanto enormi e alla mia domanda di informazioni sulle fermate degli autobus neanche l’omino delle reception del lussuosissimo hotel del convegno riesce a contenere una microsmorfia di stupore. Senza una macchina, qui, non esisti.

San Diego non è bella. Il centro è un agglomerato di parchi, ristoranti e banche, qualche grattacielo e un triste lungomare. Per strada si aggirano barboni di ogni sorta, ognuno con il loro carrellino della spesa, che dormono all’addiaccio. La Jolla, la zona universitaria, una ventina di km a nord del centro, è tutta una fila di condomini di lusso, shopping malls, altre banche (ovunque!) e bar vuoti alle 10 di sera, fino alle spiagge dei surfisti. La gente, serissima, parla, parla e parla, con l’involontaria arroganza di chi si sente il capo del mondo.

Eppure, c’è un altro mondo tra le pieghe di San Diego. Un mondo fatto di tassisti, spazzini, guidatori di autobus, addetti alle pulizie. Facce tonde e molto meno curate, fisici tozzi, tratti latini. Un esercito di servitori che permettono alla città di continuare a funzionare, e che altrettanto improvvisamente spariscono. Li vedo aumentare gradualmente mentre prendo l’autobus e poi il tram che mi porta a San Ysidro, l’ultimo sobborgo americano prima del confine. Lo sfarzo di downtown cede il passo prima alla più grande base navale della marina americana sul pacifico, e poi alla solita, infinita, zona suburbana californiana fatta di case e centri commerciali, ma più squallidi e meno patinati. Sul tram, piano piano, scendono tutti gli americani, sono l’unico gringo all’ultima fermata.

Passare il confine è banale. C’è una passerella, un tornello da cui non si può tornare indietro, e basta. In una stanzetta fortunatamente mi accorgo della scritta “visti turistici” e posso farmi timbrare il passaporto e pagare il visto, e basta. Neanche un poliziotto americano. I messicani passano senza controlli, e sarebbe stato facilissimo infilarmi nella coda ed entrare illegalmente.
Già dal tram, il territorio messicano era diverso: casette ovunque, strade strette, gente ammassata. Ma appena varcato il confine, bienvenidos a latinoamerica amici: le persone, dall’aria decisamente povera, sono ovunque, corrono, urlano, mendicanti chiedono l’elemosina, bancarelle vendono cibo e souvenir, tassisti offrono i loro servizi a voce alta. Sembra impossibile che a 500m ci siano gli stati uniti. Nessuna traccia, come in Europa, di una zona intermedia in cui i costumi di due paesi confinanti sfumano uno nell’altro. Qui la divisione è netta, e la pressione esercitata sulla frontiera da questa umanità sudata e povera è pari solo all’indifferenza da parte dell’americano medio per questo mondo che ha sotto casa.

Che poi Tijuana a me è piaciuta tantissimo. La gente quasi non parla inglese, ci sono pochissimi stranieri per le strade e il mio tassista, il gracile José Luis, mi istruisce sulle caratteristiche dei diversi tipi di tequila e sulle zone della città che è meglio evitare. E’ vero, che non sia un posto per signorine si sente nell’aria (ma fino a pochi anni fa, durante la guerra tra bande di narcotrafficanti, era molto peggio). Ma la vita notturna in avenida revolucion è impagabile: la musica esce alta da tutti i locali e si mischia agli urli dei karaoke stonati su canzoni latine, le bancarelle affollano i larghi marciapiedi, e ragazze cicciotte e strizzate in microabitini passeggiano al braccio di ragazzi in camicia. Mangio una quesadilla in un baretto con cavi elettrici a vista, decorato con la madonna de Guadalupe e frasi sgrammaticate in inglese. Su una parete laterale, un piccolo poster di san diego sembra fuori posto. L’America è ormai un ricordo.

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