Baja Blues: el Norte

La Baja California è, come ogni penisola, uno stato a direzione obbligata. Probabilmente si arriva dal Nord, da San Diego, e dopo un breve imbarazzo, si capisce che non si può altro che andare a Sud, lungo la carrettera 1, che ha un nome bellissimo: la transpeninsular. La strada porta giù, tra mare e terra, e non si riesce ad essere soddisfatti se non si arriva in fondo, a quasi 2000 km di distanza, a Cabo San Lucas, dove il golfo di California si fonde con l’Oceano Pacifico. La transpeninsular erra da una costa all’altra come un coyote ubriaco, tra deserti, montagne, lagune, accarezza un paesaggio che cambia ad ogni curva, che va raccontato a tempo di musica, con un giro di blues veloce e sincopato, a scandire le soste e le partenze, le tappe volute e quelle improvvisate, gli imprevisti e la meraviglia. Accendete la musica.

La prima strofa del Baja Blues inizia in minore, con i sobborghi di Tijuana che arrivano squallidi fino all’oceano, a Rosarito, dove alberghi e resort per decine e decine di chilometri danno svago e sfogo a giovani americani, finalmente liberi di fare tutto quello che a casa loro non oserebbero mai. Popotla, Nuevo Cantamar, la Fonda, l’autostrada costiera a doppia corsia, no! Meglio la strada interna, verso le valli fertili dei rancheros con i loro pickup sporchi di fango, il vino, i paesi dai nomi tutti uguali: o un santo, o un eroe messicano. Ensenada, 32esimo parallelo, città grande. Turistica. Balneare. In bassa stagione. Anche se è tardi, meglio scendere, scendere verso le missioni abbandonate dei frati domenicani al servizio di sua maestà il re di Spagna, che cercarono di convertire gli indios: Santo Tomas, San Vicente Ferrer, il paesaggio montuoso, stop per la notte all’imbrunire, non ci sono luci, i camion, giganteschi, sfrecciano, è pericoloso continuare, ma l’unico motel è sporco, rotto, freddo e gestito da un proprietario alcolizzato.

Traffico: oltre ai camion, curve, vacche a passeggio, si procede lentamente, ma una deviazione verso est da respiro. Parque Nacional de la Sierra de San Pedro Martir. E come d’incanto, nessuno. La strada attraversa vallate fertili, fattorie, sale come una scala verso gli altipiani più aridi, le radure, poi ancora più su, le rocce, più su, i primi pini, ancora più su, le foreste di sequoie, il parco dove i coyote inseguono i cervi, l’aria profuma, il terreno è ghiacciato e il silenzio assoluto. Dall’osservatorio astronomico, a 2700m, a 100km dalla strada principale, si vede il mare ad est, l’oceano ad ovest, e il picacho del diablo, la cima più alta della baja california, a sud.

Giù, giù, e ancora camion, e paesi cadenti allungati lungo la strada, facce dure, scavate, indie, barbe sfatte e fango e polvere, l’asfalto sparisce già ai lati della transpeninsular (qui è un lusso, bellezza!), 31esimo parallelo, Vicente Guerrero, San Quintin, sfruttata, inquinata e abbandonata, Làzaro Càrdenas, pianure fertili e verdi, gente, paesi sempre più lunghi che si fondono, gommisti, benzinai, poi… stop. Che il nulla abbia inizio. Prossima stazione di servizio: 308km. Benvenuti nella valle de los Cirios, degli alberi a forma di cero, allampanati, inquietanti, che crescono solo qui, nel deserto, lontano dalle coste. La strada si svuota, si affianca all’oceano per regalare un tramonto, prima di virare verso l’interno, le prime montagne, El Rosario de Arriba, l’ultimo avamposto della civiltà, il ristorante di Mama Espinosa, amante del motocross, poi il regno del cactus gigante, dita storte puntate verso il cielo sopra un mare di arbusti, spettrali nella nebbia mattutina. Sembra tutto finto. Un avvoltoio sbrana i resti di un animale investito per la strada e io mi ritrovo a fischiettare il motivo di Trinità.

Catavina, Chapala, sono nomi più che paesi, due baracche con tetto di lamiera pomposamente chiamate “restaurante”, un gommista e un abarrote per le spse. Parador Punta Prieta, bivio: di nuovo a est, la Bahia de Los Angeles. Paradiso. Gli angeli sono le isolette che punteggiano la baia, chiusa dall’esterno da un’isola più grande, l’angelo custode. Deserto, colline aride, mare blu, per terra un unicorno fatto di foglie di palma piegate, e senso di tragedia. L’uragano è passato qui il 15 settembre. Il fiume, ora secco, si è gonfiato a dismisura, ha raccolto l’acqua di tutte le montagne e l’ha portata qui, era largo un miglio. Ha distrutto case, alberghi, ma ha risparmiato le persone. Ora rimangono bar chiusi, alberghi in riparazione, stormi di pellicani, e cinque ragazze carine. “Erano sei”, dice José Luis, esperto nel business dei pneumatici usati e albergatore, “ma la più bella se n’è andata”.

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