Baja Blues: el Sur (prima parte)

29esimo parallelo, la transpeninsular fende il deserto, i cactus si alternano alla yucca, le rocce, gli altipiani, poi Rosarito, Villa Jesus Maria e una pianura immensa, di cespugli bassi, spinosi, e polvere, fin dove l’occhio può arrivare, tagliata in due, dalla strada, dritta come un fuso: è il Vizcaìno, il nuovo deserto, quello più a Sud, chiamato come l’esploratore spagnolo, che arriva al 28esimo parallelo. Il confine. La Baja California diventa Baja California del Sud. L’orologio si sposta avanti di un’ora, ma non se ne accorge nessuno, neanche il deserto.

E’ ora di tornare all’oceano, a Guerrero Negro. Le più grandi saline del mondo: 40mila ettari di laguna producono decine di migliaia di tonnellate di sale che finiscono sulle tavole di tutta l’America. Paludi piatte, moscerini, uccelli che sguazzano nell’acqua bassa nella laguna Ojo de Liebre, dove le balene grigie vengono ad amoreggiare e a partorire, dopo aver passato l’estate in Alaska. Ora ce ne sono 400 nella baia, a febbraio saranno 1500 e più. Enormi, sbuffano, soffiano, spruzzano, si immergono, giocano. Sono curiose, sbucano con la testa per osservare chi li osserva, si fanno toccare. Gilberto il balenaro fa il cuoco in California per 4 mesi all’anno, ma poi torna qui per stare con le balene per altri 4 mesi. “E gli altri 4 mesi?” “Dormo”.

La strada torna verso l’interno, taglia la penisola in diagonale, il buio mi sorprende a Vizcaìno, è ancora deserto, infinito, da qui partono piste in terra battuta che si perdono nel nulla. A est la sierra de San Francisco promette visioni lisergiche di disegni ancestrali, ma la strada è sterrata, ripida, non si passa. Ai cespugli si aggiunge l’erba secca, San Ignacio è un’oasi, verde di palme e tamerici, finalmente un paese che non è sdraiato sulla transpeninsular, ma ha la sua piazza centrale, una chiesa decorata e tanto verde per rinfrancare l’occhio e lo spirito dopo tanta polvere. La valle si stringe, il Vulcano delle Tre Vergini incombe sui cactus, ripido, isolato, percorso dai mufloni dalle grandi corna e inaccessabile al piede umano. Il deserto si colora di verde, erba, arbusti, i grandi cactus sembrano meno solitari, quando appare il mare dalla costa arida, un mare duro, miniere di rame e scheletri di capannoni arrugginiti, anche qui i segni dell’uragano, e Santa Rosalia. Bella come la patrona di Palermo, casette di legno colorate costruite dai minatori francesi, negozi, librerie, la biblioteca “Mahatma Gandhi”, la bollente chiesa di acciaio progettata dall’ing. Eiffel, facce meno consumate dal caldo e dalla polvere, tacos di pesce, lo stufato di carne detto birria, i primi turisti biondi, le prime code ai semafori. Qui ricomincia la civiltà e l’avventura scala una marcia.

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