Baja Blues: el Sur (seconda parte)

A Sud la transpeninsular flirta con il mare di Cortez, si avvicina e si ritrae nel deserto, sempre meno aspro; c’è sempre un’isola, irta di montagne come la schiena di un drago, a proteggere la costa. Mulegé è un paesino, ma ha una porta imponente come se avesse mura, una prigione bianca e l’immancabile missione. Ha sofferto l’uragano, appoggiato sul greto di un fiume che ora è pieno di terra e sassi. I primi negozi per turisti: artigianato locale della tribù Cochimì. Ci sarà un posto per dormire tra qui e Loreto, 140km più a sud – penso – e invece mi sbaglio, solo spiagge da sogno nella Bahìa della Concepciòn, sabbia bianca, mare trasparente, montagne tutto intorno e camper parcheggiati a due passi dal mare. Avessi un’amaca l’attaccherei tra due alberi, invece continuo: quando le rupi arrivano fino al mare, la strada entra nelle valli della Sierra la Giganta, i picchi erti sembrano contro il tramonto sembrano artigli di aquila pronti a ghermire i malcapitati di passaggio. Al bordo della carreggiata cappellette dipinte di fresco, coloratissime, adorne di cactus, e poi finalmente Loreto, l’antica capitale di tutta la California, un sospiro di sollievo. O forse no, qui ci sono turisti, alberghi sul lungomare, rumore per le strade, ridatemi il deserto! Non basta a compensare la missione da cui i gesuiti prima e i francescani poi colonizzeranno le due californie.

Meglio scappare tra i falchi e gli avvoltoi della Sierra aguzza e rocciosa, perfetta per arrampicare, tra i canyon stretti e i guadi allagati per scoprire i segreti di altre missioni arroccate qui nel mezzo del nulla: San Javier, san José de Comondù.. 26esimo parallelo, nella baia di Loreto altri draghi fanno la guardia: la isola Carmen, la piccola isola danzante, di fronte a Puerto Escondido, rifugio per yacht da ricchi dove gli inservienti mi cacciano in malo modo, mi avranno guardato in faccia. La transpeninsular vira a est, si allontana dal mare di Cortez e entra ancora nella Sierra la Giganta, in una valle stretta, sinuosa, piste sterrate partono per paesi dai nomi che raccontano storie: Agua Amarga, Ultima Agua, finché gli spazi si dilatano, rimane solo un altopiano di cactus e cespugli verdi, con la transpeninsular che si perde verso l’infinito, a Ciudad Insurgentes, da qui a ovest c’è il porto Adolfo Lopez Mateos, adagiato su un canale nella laguna dove passano le balene, ma anche le ragazze che passeggiano per le strade non sono male.

Ciudad Consitucion è una cittadina senza attrattive e senza turisti, quindi perfetta per sentire la pancia di un paese, magari chiacchierando con le tortilleras più gentili del mondo, prima di continuare e attraversare altri duecento km di nulla, attraverso Santa Rita, Las Pochitas, El Cien, San Agustin, con la strada distrutta dall’uragano, lunghi tratti sterrati e polverosi a ricordare la furia degli elementi. La Paz. La capitale. 24esimo parallelo. Grande, ricca, turisti locali abbienti e un po’ di americani vecchi al braccio di messicane giovani. La civiltà. Meglio scappare, nella Bahia de los Suenos, su strade secondarie, attraverso la Sierra el Novillos, uno sguardo al mare senza sole, e poi giù a riprendere la transpeninsular a San Antonio, vedere i turisti, tatuati, che fanno windsurf a los Barriles e poi Santiago, dentro la Sierra la Laguna. Sul Tropico del Cancro.

Nell’unica camera affitata da un ristorante, Sergio mi svela i segreti della sierra: piscine di acqua termale, cascate, montagne, qui c’è l’acqua che disseta tutte le grande città della zona, ma non ci viene nessuno, preferiscono stare al mare, e allora l’esplorazione si impone, chilometri e chilometri di sterrati, mi perdo, ho paura che la macchina perda la sua sfida con la sabbia profonda, ma alla fine trovo la piscina naturale, calda, è un paradiso, scotta ma c’è il fiume fresco a due passi, poche persone, tutte locali, mi svelano l’altro accesso per queste montagne: Todos Santos, dall’altro lato della punta estrema, sull’oceano pacifico, oltre la zona de los cabos, le due città attrezzate per il turismo americano, con resort all inclusive, bar per bere allo sfinimento, strip club, campi da golf nel deserto e la gazzetta del gringo. Almeno hanno costruito un’autostrada a doppia corsia per poter attraversare velocemente queste terre, arrivare al 23esimo parallelo, e risalire verso il tropico dal lato dell’oceano, per arrivare alla cittadina dei finti artisti e dei surfisti tatuati, portale della sierra, americana e turistica ma dove ancora si può chiacchierare con una nonna mentre prepara il suo stufato all’aperto. Su questo tramonto tropicale, su una spiaggia deserta, tra pellicani e cavalloni finisce il mio road trip. Ora si continua con tutti i possibili mezzi pubblici, a cominciare dal traghetto fino a Topolobampo, nel Messico continentale.

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