Interstizi

I trasferimenti tra le località toccate in un viaggio sono spesso più interessanti dei posti visitati. Sono gli interstizi del mondo dove si può interagire con i locali: mezzi pubblici, supermercati, stazioni, una biblioteca sempre aggiornata dove studiare la cultura di un popolo, inesauribile fonte di conoscenza ed avventura. Dopo il mistico road trip nel deserto, senza radio e senza compagni di strada, ci voleva.

Ho iniziato con la California Star, una specie di traghetto-sommergibile senza quasi posto all’aria aperta che attraversa due volte al giorno il golfo di california. I messicani si rinchiudono dentro le aree comuni, con le tende tirate, l’aria condizionata, e si dimenticano senza remore il mare che scorre lentamente fuori. I due piani del traghetto vedono una rigida separazione antropologica: sul ponte inferiore, dove c’è il bar, si concentrano gli uomini, molti i camionisti, tutti vestiti alla nortena, con jeans, stivali di pelle a punta, camicia nei pantaloni, cinturone con fibbia e cappello bianco da cowboy. Sembra di stare in un film, invece è solo il Messico del Nord. Resisto qualche ora nel posto che mi compete, ma cedo alla terza birra, quando dagli schermi esce a volume alto un video di Laura Pausini. Mi sposto al ponte superiore, popolato da donne e bambini sorprendentemente silenziosi ed educati, cartoni animati sugli schermi, sedili per sonnecchiare. Al mio ritorno al piano di sotto, i tavoli del bar sono completamente ricoperti di lattine di Tecate, la Peroni messicana, vuote. E con nonchalance, i camionisti riprenderanno a guidare nel buio della notte senza lampioni.

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L’arrivo è in uno di quei posti in cui ci si va solo per il nome, tipo Winnemucca in Nevada o Truth or Consequences in New Mexico: Topolobampo. Il fanciullino che c’è in me spera di vedere apparire all’orizzonte due grandi orecchie di Topolino, ma invece c’è solo un paesino di pescatori raccolto intorno ad una piazza, in cui mi fermo a dormire solo per poterlo raccontare. Un centinaio di anni fa Topolobampo era un posto fichissimo: qui Albert Owen, il visionario ingegnere che progettò l’ardita linea ferroviaria attraverso la sierra madre, aprì una comunità di anarco-socialisti utopisti, che funzionò talmente bene che le sirene del guadagno portarono rapidamente la corruzione e lo sfacelo nella piccola comunità di gringos.

Da Topolobampo partono i camiones, gli scuolabus riadattati che raggiungono l’anonima Los Mochis, una città che ha come unico pregio l’essere all’incrocio della linea del treno per Chihuahua e della strada che percorre la costa pacifica messicana. Il mio camiòn è stupendo: l’autista è gentilissimo, ha gli occhi affondati nel grasso e i capelli unti, e ha personalizzato il suo mezzo secondo la consolidata triade centroamericana: devozione (signora della Guadalupe con tanto di nappe e tendine, un po’ di Gesucristi), turismo (cartoline, pescetti di latta) e gnocca (qui solo un discreto coniglietto di playboy, probabilmente l’autista è un morigerato).

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Il treno parte ogni giorno da Los Mochis alle 6 di mattina, e io sono arrivato a Topolobampo alle 10 di sera. Invece di fare le corse, mi ricordo del pedalatore e mi godo una lenta giornata negli interstizi del ruspante stato di Sinaloa, famoso per le sue bande di ottoni che cantano struggenti canzoni d’amore. Raggiungo El Fuerte, una cittadina a 80 km di polvere e pianure da Los Mochis, sul tragitto del treno, in alto sulla valle del Rio Fuerte, tra donne e vecchi in tenuta nortena, tutti molto silenziosi, forse per la musica sparata a palla.

El Fuerte è una bellissima sorpresa. Un paese, tranquillo, pulito, a misura d’uomo, persone amichevoli, un museo scarno ma curato, ottime bancarelle e bambini che tornano da scuola. Qui una volta c’erano migliaia di indios a coltivare la valle fertile, con il fiume gonfio d’acqua che sembra un piccolo Mississippi, poi sono arrivati i conquistadores, i gesuiti, e la rivoluzione. Mentre mi abbuffo di frutti di mare, Poncho, il proprietario, mi dice che l’economia non è molto buona. Non sembra, soprattutto rispetto alla povertà che ho visto finora. Ma lui nicchia, e forse pensa ai soldi dei narcos su in alto nella sierra.

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