El Chepe

Chepe, e cioè l’acronimo CHP, è il nomignolo con cui è conosciuto il Ferrocarril Chihuahua al Pacifico, probabilmente l’unica linea ferroviaria affidabile del Messico, che ironicamente lo attraversa nel suo tratto più impervio: la zona delle barrancas, o dei canyon, nella sierra madre occidentale. Frutto di un progetto ardito e visionario di un ingegnere gringo, fu approvato dal presidente del Messico già alla fine dell’800, anche se la linea entrò in funzione solo nel 1961. Dai due capolinea, Chihuahua e Los Mochis, separati da 654km, parte un treno ogni giorno la mattina alle 6, che arriva alle 9.30 di sera dall’altro lato. Facendo due conti, viene una media di poco più di 40 km/h, in perfetto ossequio alla lentezza.

La stazione di El Fuerte mi porta subito in un mondo dove il treno è una bolla di civiltà in un mondo dove la natura domina sovrana: una tettoia e una piccola sala d’aspetto in mezzo al nulla, lontano dalla città. Cani randagi, pile di rotaie e traversine di scorta, gente di ogni tipo e due binari senza protezioni che si perdono verso l’infinito. In contrasto, il servizio è impeccabile: scorgo il locomotore diesel in perfetto orario, annunciato dal più classico dei fischi e vengo accolti da controllori azzimati e impomatati, mentre nel vagone ristorante camerieri in papillon sono pronti a servire drinks e spuntini. L’aria condizionata e il riscaldamento mantengono la temperatura sempre confortevole, i sedili sono ampi e comodi: sembra veramente di imbarcarsi su uno di quei treni che hanno fatto la storia e la poesia dei viaggi su rotaia, stile transiberiana o orient express. Anche i costi sono eccezionali: il tragitto in classe economica (disponibile solo tre volte per settimana) costa circa il triplo di un autobus, mentre la prima almeno cinque volte tanto. Nei vagoni della classe economica è però disponibile una tariffa “sociale”, per soli messicani, a prezzi popolari. Io decido di prendere il treno solo nelle sue parti più spettacolari, nelle strette valli dove la strada asfaltata non esiste e solo le rotaie addomesticano la sierra.

Anche nelle prime pianure, aride e polverose, il Chepe si muove senza fretta, puntando pigramente alle montagne tra qualche scossone e fragore sospetto: il paesaggio scorre lento dal finestrino e nei balconcini tra le carrozze sognatori ed innamorati guardano lontano. Nella classe economica sono l’unico turista, i passeggeri sono silenziosissimi ed discreti. Dopo un’oretta il paesaggio diventa più movimentato: le valli si stringono, diventano canyon su cui il trenino si arrampica seguendo le curve del paesaggio, solo occasionalmente usando la forza bruta dei tunnel e dei ponti sospesi, su cui per ragioni imperscrutabili si ferma sempre a metà. Scarsissimi i segni della presenza umana: gole impervie, falesie perfette per arrampicare, pendenze vinte solo con acrobatici tornanti e larghe spirali, seguendo il corso del Rio Fuerte e del Rio Septentrion sempre più in alto, fino ai 1600m di Bahuichivo, 170km e 4 ore da El Fuerte. Il paesaggio cambia, diventa meno drammatico, un altopiano infinito di pinete e rocce, e sale più dolcemente fino al Divisadero, lo spartiacque continentale che separa i fiumi atlantici da quelli pacifici.

Qui il treno si ferma per 20 minuti perché i passeggeri possano rifocillarsi ai banchetti di tacos e ammirare il maestoso canyon del rame, un sistema di valli e gole ben più grande e più profondo del grand canyon americano, ma molto meno conosciuto. D’ora in poi il treno corre vicino alla strada, e il suo fascino scema: io continuo solo fino alla zona alta, al paesino montano di Creel, a 2350m, 105km e 3 ore da Bahuichivo, che userò come base per escursioni. All’isolata Chihuahua mancano ancora 250km, ma il Chepe diventa da qui un normale mezzo di trasporto, e un comodo autobus è un modo molto più veloce ed economico per arrivare all’ultima tappa di questo viaggio.

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