Sierra Madre

La Sierra Madre Occidentale attraversa il Messico del Nord per oltre 800km: i gringos, dalla loro parte, la chiamano montagne rocciose. Nelle guide turistiche questa parte del Messico è praticamente assente: forse perché la sierra, oltre ad essere selvaggia e inospitale, è decisamente pericolosa. Qui i narcos hanno enormi piantagioni di marijuana e papaveri da oppio per produrre la droga che i ricchi vicini le chiedono, e sicuramente non vogliono visitatori tra i piedi, con l’unica eccezione del corridoio di sicurezza intorno al Chepe, il treno che attraversa la Sierra. Ironicamente, ai narcos i turisti fanno comodo: permettono di riciclare il denaro sporco attraverso alberghi e attrazioni turistiche. L’accordo è chiaro: voi rimanete lì intorno e noi vi non vi facciamo niente; voi raccontate in giro quanto è bello qui, l’esercito non si allarma e portate altri soldi. Facile.

La natura qui ancora stravince sull’uomo e la “civiltà” si riduce quasi sempre a qualche squallido villaggio di baracche cadenti e rottami, collegato da tremendi sterrati. Gli unici posti in cui non si respira la rassegnazione alla povertà e di abbandono sono i pueblos magicos, paesi “protetti” dal governo messicano ed adeguatamente foraggiati. Anche qui però, i sorrisi sono merce rara.

In queste zone si concentrano gli indios Tarahumara, o Raràmuri che, scacciati dai conquistatori, si sono rifugiati nelle zone più impervie della Sierra. Facilmente riconoscibili per la pelle molto scura, i vestiti sgargianti delle donne e i sandali fatti in casa con vecchi copertoni e lacci di cuoio, evitano il più possibile di mischiarsi con quelli che ancora chiamano “gli usurpatori”. Si dice che siano fantastici corridori, in grado di percorrere anche cento chilometri al giorno su sentieri di montagna. Tutte le ricerche antropologiche parlano di un popolo filosofo, a cui gli agi del mondo materiale non interessano, organizzati in un’affascinante struttura sociale dove tutto viene messo in comune. Purtroppo, non riesco a cogliere questa profondità. I miei occhi miopi vedono solo persone che mi evitano, mi parlano solo per chiedere soldi e bambini sporchi e vestiti di stracci. Come altri nativi americani, l’orgoglio e il senso di credito verso chi li ha cacciati dai loro territori purtroppo si traduce in una chiusura che li porta a vivere nella povertà e ad importare i nostri lati peggiori, come l’alcolismo.

La zona del Chepe è famosa per i suoi canyons, un gigantesco sistema di gole profondissime. Il bello è quindi zompettare su e giù dai canyon usando i mezzi pubblici: la strada è da percorrere è più interessante che la destinazione. La discesa più bella è quella da Bahuichivo ad Urique, dove il camion copre in 3 ore e mezza i 54 chilometri che separano i due paesi. Dopo un incagliamento su una buca e il pronto intervento di alcune ruspe, improvvisamente si apre il canyon di Urique, con una strada che sembra uscita direttamente da un film di indiana Jones: uno strerrato senza protezioni, abbarbicato alla parete di una gola che scende scende senza finire mai e che sembra tanto vicina al mio finestrino. Lorena, l’avvenente bigliettaia, ferma il camion ad un bellissimo punto panoramico sopra lo strapiombo e rompe la mia teoria sui narcos. Sì, ai turisti non fanno nulla, ma se capiti in mezzo a una sparatoria tra di loro non è simpatico. “Ma per fortuna a Urique queste cose succedevano solo in passato”, continua. “Anni fa, quindi?” “No no, fino a due mesi fa, quando è arrivato l’esercito”. Ah. In effetti, se nella discesa il camion è stato superato da due enormi jeep piene di soldati in kalashnikov, nella risalita, nel punto in cui si cambia il mezzo, un pickup pieno di signori con passamontagna e altri kalashnikov controllava l’operazione. Nei canyon, alle quote più basse, la marijuana cresce rigogliosa e decisamente non è il caso di essere troppo curiosi.

Da Creel, il centro turistico della zona, si può invece scendere di quasi 2000m a Batopilas, un pueblo magico sul fondo dell’omonimo canyon: questa volta la strada è asfaltata, ma molti tratti sono in rifacimento o semidistrutti dai massi che si staccano dalle pareti, e che il furgone deve aggirare. La vegetazione cambia dai pini, alle querce, fino al caldo, con il ritorno dei cactus e degli alberi da frutta tropicali: mango, guava, papaya. Si scende attraverso decine e decine di tornanti e qualche ponte sospeso fino ad ammirare il museo curato da Rafael, uno dei pochi messicani entusiasti e ciarlieri che ho incontrato. Dopo cena (cioé alle 19), mentre prendo il fresco nella bella piazza di Batopilas, mi trovo improvvisamente sotto una surreale pioggia di fiori che scendono dall’enorme albero tropicale sotto cui sono seduto. Non faccio domande, questo è il Messico e sono in un pueblo magico, no? Mi faccio cadere i fiori in testa e guardo i bambini che accorrono per raccoglierli.

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