Chihuahua

A volte le tappe inserite per pura convenienza (uno snodo ferroviario, un posto sperduto per spezzare una lunga tratta…) si rivelano più interessanti delle imperdibili “attrazioni”, imballate di turisti.

Per esempio, se dico Chihuahua, cosa vi viene in mente? Gli orribili cagnetti? La canzone dance che girava nelle discoteche qualche anno fa? E invece il Chihuahua è il più grande stato del Messico, un’Inghilterra abbondante, e il nome della sua capitale, che dopo esser passato da posti come Cerocahui o Bahuichivo, non suona più tanto strano: in Tarahumara significa “posto arido e sabbioso”, ed è molto azzeccato. Come Las Vegas o Phoenix, questa città sorge nel bel mezzo del deserto, circondata da paesaggi da far west, con le montagne aride che si stagliano all’orizzonte. Nulla è vicino: la capitale, quasi 1500km; la frontiera americana, con la famigerata Ciudad Juarez (palma d’oro di città più pericolosa del mondo per diversi anni), altri 400; la spiaggia, 8 ore di macchina attraverso la sierra e i narcos. Qualsiasi altra cosa degna di nota: da 2 a 4 ore.

Eppure questo isolamento non aliena il quasi milione di abitanti di Chihuahua, moderatamente benestante grazie agli stabilimenti di assemblaggio dislocati qui dalle aziende statunitensi. C’è bel centro storico, pedonale, dove la gente passeggia nel tepore alla sera, una cattedrale sfarzosa, una villa art nouveau costruita da un ricco politico amante della Francia. Il modernissimo museo dello stato di Chihuahua mi svela un altro, interessantissimo mondo, ignorato dalle guide turistiche: grotte, dune di sabbia finissima e la spettrale zona del silenzio, un territorio in cui radio e comunicazioni non funzionano a causa di una grande quantità di magnetite nel sottosuolo. Di fronte, nel collegio gesuita, ora sede del palazzo del governo, venne fucilato il padre della patria Manuel Hidalgo. Pancho Villa era di queste zone, e la rivoluzione iniziò proprio qui nel nord, dalle popolazioni dei contadini e degli indios oppressi dai latifondisti. La casa del “centauro del nord” in città è ora diventata il museo de la revolucion e ospita la macchina sforacchiata dove fu assassinato. Villa mi piace: paffuto, sanguigno, ribelle, analfabeta attento all’educazione delle masse, unico straniero in grado di mettere a ferro e fuoco una città americana, me lo immagino a cavallo, con il sombrero le cartuccere a tracolla che viene giù dalle montagne e ispira centinaia di corridos, le stupende ballate che cantano le gesta degli eroi messicani.

Esteticamente, non è che il modello sia cambiato molto, in effetti. Passeggiando per le strade, l’impressione è quella di un film di Sergio Leone trasposto nel XXI secolo: per strada, la gente indossa cappelli e giacche da cowboy, i lustrascarpe lavorano per davvero, puliscono dalla polvere gli stivali da vaccari, venduti in decine e decine di negozi in una strada del centro. Fogge inusitate e livelli di tamarraggine inarrivabili. Eppure la gente è educata, silenziosa, riservata, e sembra difficile immaginarsi la situazione di qualche anno fa, quando i narcos si sparavano per le strade. “Somos rancheros” mi spiega una gentile e bella addetta in un museo, dandomi la chiave per capire gli autoctoni: gente di campagna che crede di essere in una città, a cui piace andare a letto presto e stare a contatto con la natura. C’è un rispetto contadino anche nella parlata: dalle frotte di reverenziali “a sus ordenes” raccolti al mercato ai chiarimenti invocati con “comandi!”. Di conseguenza, la sera la città muore e trovare un ristorante aperto può rivelarsi un’impresa, e i negozi aprono con moltissima calma a metà mattina. Decisamente lo stress è sconosciuto quanto i turisti.

Riparto dal Messico con la conferma che amo i luoghi nascosti. Chihuahua, con la sua identità nortena e il carattere fiero è la perfetta icona del Messico “minore”, lontano fisicamente e culturalmente da quello turistico del sud, ma altrettanto rappresentativa del carattere della nazione, un po’ come le piccole città del nord Italia, lontane dallo stereotipo turistico. Lascio un pezzo di cuore su questi altipiani aridi e dimenticati… ora vorrei vedere la capitale e il sud tropicale per apprezzare la differenza, ma questo è un altro Viaggio.

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