La Isla Grande. 3. Habana Vieja: l’entropia vince sempre

L’Avana è una città antica, fondata dai conquistadores spagnoli, che arrivarono a Cuba nel 1519, poco dopo essere incocciati nell’isola vicina, Santo Domingo. Su una baia riparata costruirono un porto, un paio di forti e un primo insediamento, diventato oggi centro storico: il quartiere di Habana Vieja. Da non confondersi con il quartiere impropriamente chiamato Centro Habana (nulla è come sembra), dove alloggio, espasione ottocentesca di una decadenza fascinosa; ancora più in là, l’antica riserva di caccia del Vedado, ora quartiere moderno, dove sorgono alberghi storici e locali notturni. Centro Habana e il Vedado sono racchiusi in un abbraccio protettivo dal Malecòn, il lungomare più famoso del mondo, spruzzato dalle onde dell’oceano per la gioia dei fotografi. Tutto intorno, una vastissima periferia urbana affollata da quasi tre milioni di persone.

Nel terso mattino tropicale la mia curiosità viene travolta da tonnellate di marmo, abbacinanti nel sole: la fontana della India, il maestoso hotel Inglaterra (ottima la colazione), le statue di sconosciuti eroi cubani, il Teatro Nacional dove si esibì Eleonora Duse, un trionfo di statue angeliche. E il Campidoglio! uguale a quello di Washington (anzi, un po’ più alto). Il simbolo statunitense per eccellenza nel cuore della Isla Rebelde! Tutto intorno per fortuna pulsa il mondo latino: autobus scassati si arrestano a fermate invisibili, macchine vecchissime intasano le strade e una discreta movida gay affolla i dintorni. Bienvenido a Cuba.

Di fronte all’hotel Inglaterra inizia Habana Vieja, con il suo ingresso più ovvio: calle Obispo, una versione cubana delle vie dello shopping occidentali, satura di negozi, bar e turisti. Sicura, tirata a lucido, edifici coloniali con fiammanti intonaci color pastello, restaurati di fresco con i fondi dell’UNESCO, i cubani la chiamano “calle proibida” per i prezzi esorbitanti. Qui eroiche quadre di operai si affannano a puntellare, ricostruire, aggiustare, riverniciare, si oppongono strenuamente all’umidità del Caribe che tutto divora e ammuffisce. I balconi in ferro battuto sono lucidi, i colori sgargianti, i negozi ordinati e i mercatini puliti. A qualcuno piacerà l’effetto complessivo ma io lo trovo plasticoso.

In un locale pieno di atmosfera ma dal nome inquietante (“la lluvia de oro”) un gruppo suona quello che i turisti vogliono sentire, son cubano a buon mercato e un distinto avventore usa il russo che ha imparato in Unione Sovietica (non: in Russia) con i turisti. Calle Obispo è affollata da inglesi e scandinavi a cui non sembra vero di vedere il sole e poter scoprire la pelle bianca, olandesi dalla faccia inespressiva, italiani rumorosi, frotte di canadesi, qualche raro americano che forse non si è ancora reso conto della rivoluzione e sfoggia completo di lino e panama. Come topolini in un labirinto di cui vogliono solo trovare l’uscita, sono tutti qui, affollati nelle piazze restaurate e nei locali storici: se Hemingway sapesse cosa ha generato la sua famosa frase (mi mojito en la Bodeguita, mi daquirì en el Floridita), se la rimangerebbe all’istante.

Per fortuna, vale sempre il lapidario secondo principio della termodinamica: in un sistema isolato, il disordine, che i fisici chiamano entropia, è destinato ad aumentare. E’ possibile che da qualche parte esista dell’ordine, ma questo deve essere compensato da un aumento maggiore di disordine da qualche altra parte.

A due isolati di distanza, l’altra faccia dell’Avana, neanche tanto nascosta, fa tornare i conti e stordisce senza compromessi: le strade si riempiono di buche, la gente ozia sugli usci o fa la coda in tristissimi negozi semivuoti, bancarelle improvvisate vendono cianfrusaglie tra bambini che si lanciano palle da baseball ed escono da scuole di quartiere con fazzoletti rossi al collo. I palazzi sono decadenti come un libro di Huysmans, puntellati con grossi pali di legno, con intonaci corrosi dall’umidità, vestigia di un passato fastoso che l’economia rivoluzionaria non riesce più a mantenere, resistono a fatica contro il tempo, così come le persone che li abitano combattono una guerra quotidiana per sopravvivere. E’ questo il vero sforzo sovrumano per contrastare l’inevitabile avanzata dell’entropia tropicale.

03.havanamapppt03.campidoglio03.teatro03.piazza03.strada03.bambini

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s