La Isla Grande. 4. Casas particulares

A Cuba non ho quasi mai dormito in alberghi. Quelli statali sono squallidi e anonimi, quelli storici affascinanti, ma cari come il fuoco; e poi, il lusso non fa per me. In compenso, da qualche anno il governo ha permesso ai cubani di ospitare i turisti nelle loro case. Mi e’ subito piaciuta moltissimo l’idea di condividere la vita quotidiana degli autoctoni, molto meglio che non rinchiudermi in una struttura pensata espressamente per i turisti. Le consiglio senza compromessi, anche se gli standard di qualità sono molto variabili: spesso la biancheria è quella che passa il governo, con lenzuola semitrasparenti e asciugamani di cartone. A volte sono appartamenti, sempre un po’ vecchio stile, a volte graziose case coloniali con giardino e immancabili sedie a dondolo nel patio, tutte devono esporre all’esterno il simbolo legale, di colore diverso per chi ospita cubani o turisti.

La prima casa l’ho trovata su internet dall’Italia. Tutte le altre con il passaparola. Il dueño della casa, il giorno della partenza, inesorabilmente chiederà “e ora dove vai?” e, qualunque sia la risposta, dirà: “che combinazione, ho un amico/conoscente/parente/cuggino di quarto grado che affitta una stanza proprio lì! Te lo chiamo?”. Questa piovra isolana funziona molto bene: di solito i proprietari di case belle e curate hanno amici con case simili. Se poi all’arrivo la casa non mantiene le promesse, basta andarsene (o abbassare pesantemente il prezzo pattuito), sin compromiso. Però vuoi mettere che bella la sensazione di scendere dal bus in una città sconosciuta ed essere accolti da una signora di mezza età, con il tuo nome scritto sgrammaticato su un pezzo di cartone, che ti dà il benvenuto?

Quando la prima sera all’Avana arrivo da Maria Elèna il fuso mi manda al tappeto dopo un breve scambio di convenevoli. Quando alla mattina mi sveglio presto, trovo una ragazzina seminuda in cucina, che senza battere ciglio mi avverte che non c’è acqua. Riempie un barattolo di yogurt da una pentola piena e si lava la faccia.

Altre due lezioni di cubanismo. 1) Fatalismo: il mio progetto doccia, come capiterà spessissimo nel viaggio, deve attendere, modificarsi, e la capacità di adattarsi diventerà essenziale. 2) Ospitalità cubana: se sei in casa, sei di casa. La padrona di casa – madre della ragazzina si scusa con un diluvio di parole e mi spiega che c’è un interruttore comune a tutto il palazzo che salta; è gestito da quelli del piano di sotto, che si dimenticano spesso di riavviarlo. Perché non si lavano, aggiunge. “Son cochinos”.

Maria Elèna è un bel personaggio: quarantenne belloccia, due figli ma nessun marito, affitta camere e si lamenta dell’esoso fisso mensile che deve versare allo stato, della che polizia controlla continuamente i documenti e dei clienti che tornano a casa ubriachi e accompagnati da prostitute. La sua casa è dotata di tutti i confort, e il nome italiano del figlio piccolo mette un sospetto sulla provenienza dei finanziamenti. Abituata ad un alto tenore di vita, è cordiale e calorosa, e passa la sua giornata a chiacchierare al telefono con amici e conoscenti. L’atmosfera non è esattamente riposante, ma più che un ospite pagante mi sento un membro di un’enorme famiglia allargata, ed essere lontano da casa mi rende automaticamente bisognoso di affetto, oltre che di alloggio.

Al mio ritorno all’Avana, un mese dopo, Maria Elèna mi vedrà dalla terrazzo e mi urlerà il bentornato sbracciandosi. E a me sembrerà di essere tornato da una vecchia amica.

04.Casa_simbolo

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