Raccontini Brasiliani /3: La volta in cui mi sono sentito brasiliano

Il programma era semplice: ultima mattinata in spiaggia, doccia veloce, lasciare la camera e via da praia da pipa, bella e finta, verso posti più a sud, speriamo più incontaminati. Per risparmiare tempo vado alla spiaggia più vicina, una lunga distesa di sabbia fine con cavalloni impetuosi, perfetti per fare surf. Meno per fare il bagno, ma con solo due ore bisogna ottimizzare. La parte razionale del mio cervello macina orari, calcola traiettorie ideali e elimina tempi morti. Tutto preso in queste attività, non registro il nome della spiaggia, che sarebbe inesorabilmente diventato segno: praia do amor. Ci si accede dalla cima di una scogliera sabbiosa; di solito, per scendere, i proprietari dei chioschi installano scalinate più o meno pericolanti, ma qui un sentiero sfrutta il naturale degradare della costa, infilandosi in un ampio canalone. Proprio all’imbocco del sentiero è apparsa. Ha un copricostume bianco, i capelli neri, lunghi e mossi, scompigliati dal vento, gli occhi scuri, e sorride. La vedo solo di tre quarti, mi sta davanti e scende con agilità. Ha i piedi nudi ma sembra volare sui gradini, quasi senza toccare il suolo, eppure non è esile. Dopo aver superato due turiste che scendono contratte e impaurite, le ringrazia aggiungendo qualche parola di incoraggiamento. Le tengo dietro, a fatica, nonostante io abbia le scarpe. Arriviamo in fondo, ci incamminiamo. Io ho poco tempo, non voglio allontanarmi, la spiaggia è lunghissima e deserta. Lei si toglie il copricostume. Ha un bikini colorato, ma non di quelli sfrontati che in Brasile indossano anche le signore di mezza età, il sedere tondo, sicuro indicatore di chi apprezza la tavola è ben coperto, un filo di pancetta trema al ritmo dei passi svelti. Le sono a fianco, a qualche metro di distanza, il vento sferzante copre ogni rumore mentre i colori del paesaggio brillano sotto il sole caldo. Ci muoviamo velocemente. La mia attenzione è completamente assorbita dalla sua presenza, molto probabilmente lei pensa al mare e al vento. Io accenno una deviazione verso la sabbia asciutta – lei mi può vedere, chissà, forse si fermerà, è così raro vedere una ragazza da sola da queste parti, stenderemo l’asciugamano vicini e inizieremo a chiacchierare con una scusa. Lei tira dritto. Dovrei seguirla? In altri tempi mi sarei buttato sulle sue tracce come un segugio, inseguendo un’esile possibiltà di abbordaggio. Questa volta continuo la mia deviazione, mi sdraio sulla spiaggia, e la vedo diventare sempre più piccola fino confondersi con il paesaggio. Non è stato un rigurgito di razionalità che ha illuminato l’evidente assurdità della situazione a farmi cambiare idea – ciao piacere sei carina probabilmente anche simpatica simpatica io tra due ore devo partire e non ti rivedrò mai più però ci tenevo a fare due parole lo stesso – tutt’altro. Ho voluto che questa possibilità mi sfuggesse tra le dita come la sabbia della spiaggia, per poterci ritornare con il pensiero in futuro. Per poter pensare a tutto quello che non è stato e che non poteva essere, distillare la possibilità di un istante in infiniti momenti di saudade per la praia do amor. In quel momento mi sono sentito un po’ brasiliano anch’io.
   
    
 

Advertisements

Raccontini Brasiliani /2: la fermata dell’autobus

Ci sono momenti in cui un’immagine, un concetto che fastidiosamente è sfuggito per molto tempo si svelano nella loro nitidezza: gli elementi erano già tutti lì, ma mancavano i dettagli, l’armonia, il senso. Forse è, in piccolo, quello che provano i mistici quando parlano dell’illuminazione, o i matematici quando hanno l’intuizione risolutiva con cui dimostrare un teorema. A me è successo alle 13.54 di domenica 16 agosto 2015, ad una fermata dell’autobus, a Goianinha. Dov’è Goianinha? Fino all’altro giorno, lo ignoravo. E non è che le mappe siano di aiuto, visto che non è nient’altro che un buco, ma con una fortuna: trovarsi ad un incrocio strategico. Da nord a sud infatti scende l’autostrada BR101, la be-ehi come la chiamano i brasiliani, che attraversa il Brasile intero da nord a sud, per quasi 5000km. Fossimo in America, le avrebbero dedicato canzoni, storie, leggende; qui no, la poesia viene risparmiata per cose più serie, come la saudade, la natura e le donne: le strade alla fine servono solo per spostarsi. La BR corre parallela alla costa e, proprio all’altezza di Goianinha, si stacca una strada a fondo chiuso piena di buche che porta all’incantevole colonia argentina di Praia da Pipa. Ne consegue che una persona che voglia andare da Pipa a qualsiasi altro luogo di questo pianeta, come me, deve per forza passare da Goianinha. Io ci arrivo dopo un’oretta in uno scassatissimo van pieno di famiglie che tornavano dal mare, nonni e poppanti uniti in una globale epopea proletaria senza distinzioni di mare o colore della pelle. Il silenzioso e gentilissimo cobrador dai capelli argentati e dalla faccia di pietra mi indica come proseguire: scavalca la be-ehi con una passerella, e troverai una fermata dell’autobus. In effetti, ha ragione. Quello che ha dimenticato di aggiungere è l’enorme atto di fiducia spesso necessario per spostarsi in questa parte del mondo: la fermata dell’autobus dice, semplicemente, che lì si ferma un autobus. Abbagliato dalla cristallina logica di questo segno, le mie domande da europeo piccolo borghese sembrano improvvisamente assurde: quale autobus passa? e quando? Mi siedo, e aspetto. Poi, ho una soffiata da un informatore che me lo da’ per le 13.30, manca poco più di mezz’ora. Butto lo zaino sulla panchina, il sole picchia dallo zenit ma per fortuna una tettoia offre una tregua, mentre il vento solleva la sabbia che invade la strada. E’ domenica e Goianinha dowtown è morta, solo un piccolo supermercato e la pompa di benzina danno segni di vita. Un’umanità varia arriva lentamente, in silenzio, come lasciata cadere da un contagocce, e in silenzio se ne va. Alcuni si siedono sulla mia panchina, con l’espressione paziente degli ultimi. Qualcuno più tamarro sente musica dal cellulare. Le ragazze vestite a festa stanno attente a non sporcarsi i piedi con il fango e la polvere. Passano delle signore in carne, dopo poco tornano con i sacchetti della spesa. Ragazzi attraversano l’autostrada senza usare la passerella, scavalcando le barriere di cemento. Una macchina parcheggiata ha una specie di rimorchio con una grossa gabbia piena di galline. Dopo una mezz’oretta un tipo esce dal nulla, sale e mette in moto. Una macchina bianca si ferma e il guidatore mi chiede dove sto andando, vuole rendersi utile. Gli dico la mia destinazione. Lui annuisce con aria grave e dice “sì è il posto giusto”, e se ne va. Un taxista accosta, attacca bottone e mi informa che il mio autobus non sarà qui prima di due ore; sono già passati 15 minuti dall’orario della soffiata, mi sa che ha ragione. Si offre di portarmi allo stesso prezzo del bus – se trovo altre due persone. Gli vorrei dire “rapaz, ma hai visto dove siamo? Mancano solo le balle di fieno che rotolano sotto il sole”, ma lui continua a sorridere. Passa un carretto – poco più di un pianale – carico di fieno, trainato da un cavallo marrone. Il contadino è a torso nudo, dello stesso colore del cavallo, e non muove un muscolo. Tutto è immobile, l’aria bollente, polverosa. Io sto bene, e arriva l’illuminazione. Non mi chiedo cosa stia facendo lì, in ferie. Sto aspettando l’autobus dopo essere tornato dalla spiaggia, come quelli che mi circondano. Non mi sembra di star perder tempo, al contrario. Mi sembra di essermi fuso con il paesaggio, con la flemma delle persone senza nome che mi circondano. Penso che quell’attesa speranzosa sotto la panchina mi sta insegnando molto di più sul Brasile delle stupende viste di Rio o delle cascate di Iguaçù: senza un’immersione nella lentezza e nella fatalità il sudamerica diventa un parco giochi per bambini viziati. Dell’autobus neanche l’ombra, ma in compenso sbuca dal nulla una coppia di brasiliani. Dobbiamo andare nello stesso posto. Pedro, il taxista, aveva ragione, accidenti. E infatti ricompare e torna all’attacco. Ok, hai vinto. Dall’illuminazione all’improvvisazione, partiamo.

   
   

Raccontini Brasiliani 1: il Brasile è acqua

Primo di tre racconti abbastanza melensi, ispirati dai miei giorni in terra brasiliana.

Os homens da terra (que sabem os homens da terra?) dizem que são os raios da lua sobre o mar. Mas os marinheiros, os mestres de saveiro, os canoeiros riem dos homens da terra que não sabem nada. Eles bem sabem que são os cabelos de Iemanjà, que vem olhar a lua. (J. Amado)

  Vi vedo, vi vedo, tutti con i vostri ditini alzati a puntualizzare, cangaçeiros nascosti nel sertão, fazendeiros e sem terra che litigate per un pezzo di caatinga, mineiros delle colline rocciose, funzionari del planalto centrale, che dite in coro: ma qui è tutto secco! E’ inutile. Siete in netta minoranza. Il Brasile vive sull’acqua. Dolce o salata, poco importa: la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è schiacciata sulla costa o allungata su fiumi grandi come laghi. Se Salvador flirta con la sua baia, e le dà il nome “di tutti i santi” perché troppo grande per essere dedicata ad uno solo, Rio fa invece la donna volubile, entra nella costa impetuosa con i suoi morros aguzzi, per poi ritrarsi a formare spiagge di sabbia bianca, ad uso dei bohemien dei grattacieli e di chi scende dalle colline per sbarcare il lunario, che il mare è di tutti, ricchi e poveri. Se l’indomito esploratore che si è spinto nell’interno del continente per imbattersi nel rio Iguaçù e nelle sue cascate ha esclamato “madre de dios, quanta agua!” non può essere un caso: anche qui, lontano dall’Atlantico, placide pianure allagate si gettano improvvisamente nel vuoto e fanno sentire il loro rombo per tutto il Paranà. E’ chiaro, è evidente! E se non siete ancora convinti, cosa mi dite allora delle civiltà fluviali, che solo le strade d’acqua strappano alla giungla, dove l’asfalto non può arrivare: barche come automobili, canoe come biciclette, fino al punto in cui l’acqua dolce cede il passo a quella salata, la palma alla mangrovia contorta, e le maree, non più le piogge, decidono i livelli delle acque? Uomini d’acqua, pescatori, barcaioli, marinai, semplici traghettatori, a piedi nudi, la pelle cotta dal sole e lo sguardo umile di chi sa di non essere padrone del proprio destino. Acqua piovana che passa tra le sabbie dei lençois e arriva, pura, a formare pozze cristalline; acqua mistica, per lavare la chiesa di nostro Signore del Bonfim e per celebrare la mãe-de-agua, Iemanjà, la dea africana che, trascinata contro il suo volere sulle coste brasiliane insieme ai suoi figli schiavi, si è adeguata ad essere chiamata madonna dei naviganti pur di mantenere il suo vestito bianco e azzurro di mare e acqua; acqua preziosa, da raccogliere nelle cisterne sui tetti delle case nelle favelas, perché quando c’è siccità non la tagliano certo ai quartieri dei ricchi; acqua che idrata dopo le copiose sudate tropicali, meglio se trasformata in cerveja o caipirinha. Sissignore, qui lo dico, e l’ho dimostrato: il Brasile è acqua.