Raccontini Brasiliani 1: il Brasile è acqua

Primo di tre racconti abbastanza melensi, ispirati dai miei giorni in terra brasiliana.

Os homens da terra (que sabem os homens da terra?) dizem que são os raios da lua sobre o mar. Mas os marinheiros, os mestres de saveiro, os canoeiros riem dos homens da terra que não sabem nada. Eles bem sabem que são os cabelos de Iemanjà, que vem olhar a lua. (J. Amado)

  Vi vedo, vi vedo, tutti con i vostri ditini alzati a puntualizzare, cangaçeiros nascosti nel sertão, fazendeiros e sem terra che litigate per un pezzo di caatinga, mineiros delle colline rocciose, funzionari del planalto centrale, che dite in coro: ma qui è tutto secco! E’ inutile. Siete in netta minoranza. Il Brasile vive sull’acqua. Dolce o salata, poco importa: la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è schiacciata sulla costa o allungata su fiumi grandi come laghi. Se Salvador flirta con la sua baia, e le dà il nome “di tutti i santi” perché troppo grande per essere dedicata ad uno solo, Rio fa invece la donna volubile, entra nella costa impetuosa con i suoi morros aguzzi, per poi ritrarsi a formare spiagge di sabbia bianca, ad uso dei bohemien dei grattacieli e di chi scende dalle colline per sbarcare il lunario, che il mare è di tutti, ricchi e poveri. Se l’indomito esploratore che si è spinto nell’interno del continente per imbattersi nel rio Iguaçù e nelle sue cascate ha esclamato “madre de dios, quanta agua!” non può essere un caso: anche qui, lontano dall’Atlantico, placide pianure allagate si gettano improvvisamente nel vuoto e fanno sentire il loro rombo per tutto il Paranà. E’ chiaro, è evidente! E se non siete ancora convinti, cosa mi dite allora delle civiltà fluviali, che solo le strade d’acqua strappano alla giungla, dove l’asfalto non può arrivare: barche come automobili, canoe come biciclette, fino al punto in cui l’acqua dolce cede il passo a quella salata, la palma alla mangrovia contorta, e le maree, non più le piogge, decidono i livelli delle acque? Uomini d’acqua, pescatori, barcaioli, marinai, semplici traghettatori, a piedi nudi, la pelle cotta dal sole e lo sguardo umile di chi sa di non essere padrone del proprio destino. Acqua piovana che passa tra le sabbie dei lençois e arriva, pura, a formare pozze cristalline; acqua mistica, per lavare la chiesa di nostro Signore del Bonfim e per celebrare la mãe-de-agua, Iemanjà, la dea africana che, trascinata contro il suo volere sulle coste brasiliane insieme ai suoi figli schiavi, si è adeguata ad essere chiamata madonna dei naviganti pur di mantenere il suo vestito bianco e azzurro di mare e acqua; acqua preziosa, da raccogliere nelle cisterne sui tetti delle case nelle favelas, perché quando c’è siccità non la tagliano certo ai quartieri dei ricchi; acqua che idrata dopo le copiose sudate tropicali, meglio se trasformata in cerveja o caipirinha. Sissignore, qui lo dico, e l’ho dimostrato: il Brasile è acqua.

   
  

    
 

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