Raccontini Brasiliani /2: la fermata dell’autobus

Ci sono momenti in cui un’immagine, un concetto che fastidiosamente è sfuggito per molto tempo si svelano nella loro nitidezza: gli elementi erano già tutti lì, ma mancavano i dettagli, l’armonia, il senso. Forse è, in piccolo, quello che provano i mistici quando parlano dell’illuminazione, o i matematici quando hanno l’intuizione risolutiva con cui dimostrare un teorema. A me è successo alle 13.54 di domenica 16 agosto 2015, ad una fermata dell’autobus, a Goianinha. Dov’è Goianinha? Fino all’altro giorno, lo ignoravo. E non è che le mappe siano di aiuto, visto che non è nient’altro che un buco, ma con una fortuna: trovarsi ad un incrocio strategico. Da nord a sud infatti scende l’autostrada BR101, la be-ehi come la chiamano i brasiliani, che attraversa il Brasile intero da nord a sud, per quasi 5000km. Fossimo in America, le avrebbero dedicato canzoni, storie, leggende; qui no, la poesia viene risparmiata per cose più serie, come la saudade, la natura e le donne: le strade alla fine servono solo per spostarsi. La BR corre parallela alla costa e, proprio all’altezza di Goianinha, si stacca una strada a fondo chiuso piena di buche che porta all’incantevole colonia argentina di Praia da Pipa. Ne consegue che una persona che voglia andare da Pipa a qualsiasi altro luogo di questo pianeta, come me, deve per forza passare da Goianinha. Io ci arrivo dopo un’oretta in uno scassatissimo van pieno di famiglie che tornavano dal mare, nonni e poppanti uniti in una globale epopea proletaria senza distinzioni di mare o colore della pelle. Il silenzioso e gentilissimo cobrador dai capelli argentati e dalla faccia di pietra mi indica come proseguire: scavalca la be-ehi con una passerella, e troverai una fermata dell’autobus. In effetti, ha ragione. Quello che ha dimenticato di aggiungere è l’enorme atto di fiducia spesso necessario per spostarsi in questa parte del mondo: la fermata dell’autobus dice, semplicemente, che lì si ferma un autobus. Abbagliato dalla cristallina logica di questo segno, le mie domande da europeo piccolo borghese sembrano improvvisamente assurde: quale autobus passa? e quando? Mi siedo, e aspetto. Poi, ho una soffiata da un informatore che me lo da’ per le 13.30, manca poco più di mezz’ora. Butto lo zaino sulla panchina, il sole picchia dallo zenit ma per fortuna una tettoia offre una tregua, mentre il vento solleva la sabbia che invade la strada. E’ domenica e Goianinha dowtown è morta, solo un piccolo supermercato e la pompa di benzina danno segni di vita. Un’umanità varia arriva lentamente, in silenzio, come lasciata cadere da un contagocce, e in silenzio se ne va. Alcuni si siedono sulla mia panchina, con l’espressione paziente degli ultimi. Qualcuno più tamarro sente musica dal cellulare. Le ragazze vestite a festa stanno attente a non sporcarsi i piedi con il fango e la polvere. Passano delle signore in carne, dopo poco tornano con i sacchetti della spesa. Ragazzi attraversano l’autostrada senza usare la passerella, scavalcando le barriere di cemento. Una macchina parcheggiata ha una specie di rimorchio con una grossa gabbia piena di galline. Dopo una mezz’oretta un tipo esce dal nulla, sale e mette in moto. Una macchina bianca si ferma e il guidatore mi chiede dove sto andando, vuole rendersi utile. Gli dico la mia destinazione. Lui annuisce con aria grave e dice “sì è il posto giusto”, e se ne va. Un taxista accosta, attacca bottone e mi informa che il mio autobus non sarà qui prima di due ore; sono già passati 15 minuti dall’orario della soffiata, mi sa che ha ragione. Si offre di portarmi allo stesso prezzo del bus – se trovo altre due persone. Gli vorrei dire “rapaz, ma hai visto dove siamo? Mancano solo le balle di fieno che rotolano sotto il sole”, ma lui continua a sorridere. Passa un carretto – poco più di un pianale – carico di fieno, trainato da un cavallo marrone. Il contadino è a torso nudo, dello stesso colore del cavallo, e non muove un muscolo. Tutto è immobile, l’aria bollente, polverosa. Io sto bene, e arriva l’illuminazione. Non mi chiedo cosa stia facendo lì, in ferie. Sto aspettando l’autobus dopo essere tornato dalla spiaggia, come quelli che mi circondano. Non mi sembra di star perder tempo, al contrario. Mi sembra di essermi fuso con il paesaggio, con la flemma delle persone senza nome che mi circondano. Penso che quell’attesa speranzosa sotto la panchina mi sta insegnando molto di più sul Brasile delle stupende viste di Rio o delle cascate di Iguaçù: senza un’immersione nella lentezza e nella fatalità il sudamerica diventa un parco giochi per bambini viziati. Dell’autobus neanche l’ombra, ma in compenso sbuca dal nulla una coppia di brasiliani. Dobbiamo andare nello stesso posto. Pedro, il taxista, aveva ragione, accidenti. E infatti ricompare e torna all’attacco. Ok, hai vinto. Dall’illuminazione all’improvvisazione, partiamo.

   
   

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s