Nicaragua/7: sua maestà il Caribe

Le coste caraibiche del centro america sono spesso un posto particolare. Un po’ perché qui gli inglesi volevano metterci il becco, e ci si piazzavano portando con se schiavi africani per i lavori pesanti, che poi si sono ritrovati ad essere minoranze anglofone in una zona latina; un po’ perché queste zone erano sovente lontane dalle fertili pianure dove gli spagnoli fondavano città, separate da foreste impenetrabili e paludi appiccicose; un po’ perché i nativi di queste zone non erano esattamente docili. Sta di fatto che, in Nicaragua, la costa del caribe è un altro mondo.

È tuttora difficilissimo arrivarci. Le due regioni autonome (Caribe Nord e Caribe Sud) sono enormi di dimensioni e povere di strade. A nord ce n’è una sola, lunghissima, punteggiata da villaggi e miniere, fino al nulla di Puerto Cabezas. A sud manca anche questa, e le uniche via di accesso sono solo il già citato rio San Juan e una strada asfaltata che, attraverso zone collinose, arriva ad El Rama, capitale dei nativi omonimi, a 50 chilometri dal mare. Percorro quest’ultima da San Carlos sul lago, sfruttando una perfetta combinazione di lentissimi chicken bus che attraversano villaggi dai nomi affascinanti: “Molo dei buoi”, “Faccia di scimmia”, mentre il colore della pelle dei nativi diventa sempre più scuro. El Rama, e tutta questa zona, non è esattamente un posto per signorine. Pericoloso no, anche se quando arrivo, dopo il tramonto, le vie buie mi inquietano leggermente; chiedo ad un taxi di portarmi ad un hotel ma proprio un tassinaro svogliato, insieme a tutti i suoi colleghi, mi sconsiglia di buttar via soldi per un tragitto così breve, e mi spiega il cammino, facendomi passeggiare al buio per qualche isolato. Va tutto bene, ma è domenica sera, e le opzioni per mangiare sono molto, molto limitate: sono aperte solo le rusticissime fritangas del mercato, dove l’unico utensile che mi viene consegnato per spolpare il mio pollo arrosto è un cucchiaio.

Alla mattina, El Rama sembra più amichevole, anche se ugualmente desolata: se non sei un rama, è difficile che diventi più di un posto di passaggio per andare altrove. Qui l’asfalto finisce, ma si connette al rio Escondido, il grande fiume che porta alla baia dove sorge la capitale della regione autonoma nord, Bluefields, un bel nome che sembra inglese ma che in realtà è deriva dal pirata olandese Abraham Blauvelt. Pangas veloci (che partono solo quando si riempiono) percorrono in un paio d’ore il tratto che manca all’Atlantico, in un viaggio divertente: la barchetta ha un motore potente e saltella veloce sulle acque piatte, surfa nei meandri del fiume tortuoso evitando le scie delle altre barche, due ragazzi si trasferiscono in corsa su un peschereccio con un abbordaggio piratesco. Sul percorso, lentamente, le acque si increspano e cormorani e aironi lasciano il passo a eleganti pellicani che planano a fil d’acqua.

Eccolo qui il caribe, e Bluefields si manifesta in tutto il suo splendore multietnico: nativi dalla pelle molto scura si confondono con mulatti di origini africane (per distinguerli devo guardare i capelli: lisci per i primi, crespi per i secondi), i soldati dell’esercito, massicciamente presente per contrastare i trafficanti di droga, hanno le facce tonde e piu’ chiare dei gruppi etinici che ho incontrato nell’ovest del paese, e allo spagnolo si affianca un inglese incomprensibile che mi ricorda le canzoni reggae o soca. La cittadina è una specie di capitale del nulla, abbastanza povera, piena di vita e priva di attrazioni, a parte un’inspiegabile chiesa morava: tra il parque central e il porto alcuni negozi soddisfano le esigenze dei locali e se ne fregano allegramente di quelle dei turisti, che qui comunque scarseggiano. Camminando in giro, scopro che i vari gruppi etnici se ne stanno divisi in quartieri ben separati e non è che vadano così d’accordo: gli atlantici vedono con un certo sospetto i “latini” che li governano, e hanno sempre fatto sentire il loro ruolo di minoranza etnica, anche contro la rivoluzione. Poco dopo il tramonto, verso le 18, tutti si riversano per le strade dopo il lavoro per mangiare e fare festa, ma alle 20 sembra già di stare in una città fantasma. Peccato non avere tempo, qui intorno ci dovrebbero essere baie e lagune paradisiache, se trovassi il modo di raggiungerle.

Le informazioni sulle barche in partenza e in arrivo sono, ovviamente, inesistenti e solo dopo una certa insistenza scopro che quella che interessa a me partirà solo tra due giorni. Mi rassegno a raggiungere la mia ultima meta con un borghesissimo (e carissimo) aereoplanino, prenotato, da vero signore, il giorno prima. Il mio viaggio si conclude sulle Corn Islands: due isolette nel bel mezzo dell’Atlantico, che dovrebbero rappresentare la quintessenza dei caraibi. L’avioneta della compagnia nazionale la Costeña in 20 minuti mi scaraventa a Great Corn, l’isola grande, che però tanto grande non è, visto che per azzeccare una pista d’atterraggio hanno dovuto deviare la strada principale. Ecco sì, qui è effettivamente il caribe come uno se lo immagina: stesso mix di nativi e africani di Bluefields, ma gente a piedi nudi per le strade, baracche da cui esce reggae a tutto volume, taxi senza targa che raccattano passeggeri per le strade, case colorate con porticati in legno e lussuosi hotel gestiti da stranieri vicino a spartani hostal gestiti da locali. Per fortuna l’isola famosa è l’altra, Little Corn, quella senza strade, tutta sabbia, con i fondali per fare snorkelling, saldamente in mano agli stranieri. Per spirito di contraddizione e per curiosità verso i locali, resto qui sull’isola “sfigata”; potrei visitare l’altra in giornata, ma gli orari della barchetta non sono molto comodi, e poi qui sto talmente bene che chi me lo fa fare di andare a incontrare altri turisti come me? Great Corn è divertente: ci sono spiaggioni infiniti tutti per te, dove ogni tanto passa un cavallo o un amichevole pescatore, il mare è cristallino come quello della Sardegna (che è un po’ il nostro caribe, solo che si mangia meglio), i bambini giocano in acqua vestiti dopo la scuola, e anche qui le chiese morave sono inspiegabilmente presenti. I ritmi sono molto, molto calmi e la gente accogliente senza essere invadente. Stranamente, l’isola è molto attenta all’ecologia, protegge le sue zone paludose e la loro biodiversità, e raccoglie la spazzatura: una rarità in un paese dove tutti buttano qualsiasi cosa dal finestrino. Un pazzo chiamato Rafael Trenor ha piazzato qui una piramide, che, insieme ad altre sette, formano il progetto “soul of the world”: rappresentano gli otto vertici di un cubo inscritto nel nostro pianeta, e ne canalizzano le energie positive.

Svaccato al sole, rifletto che è passato molto tempo dalla mia partenza, ed è ora di tornare: non essendo un amante dei viaggi ad oltranza, ho voglia di casa. E di cibo! Dopo aver spolpato 30 polli arrosto e aver mangiato quintali di riso e fagioli, sto morendo di voglia per una pasta. Non ho voglia di freddo e nebbia, e mi porterò un altro pezzo di latinoamerica nel cuore. Tornerò tra breve. Un saluto a tutti quelli che mi hanno seguito. Nei prossimi tempi scriverò, con calma, qualche post su altri aspetti del Nicaragua a complemento di questo diario di viaggio.

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Nicaragua/6: di fiumi, laghi e lentezza

L’umidità che mi avvolge in un abbraccio indesiderato, la provvisorietà delle abitazioni, poco più che quattro tavole di legno e un tetto di onduline, l’assenza totale di traffico e le persone che si muovono a passo ancora più rilassato, tutto cerca di suggerirmi che sono arrivato in un’altra parte del Nicaragua, e del mondo. Da Ometepe a San Carlos, sonnacchioso porto sul lago Nicaragua, proprio alla bocca del rio San Juan, il viaggio è epico e dura tutto il giorno, ma ha un pregio: dopo un traghetto, tre autobus e un taxi, è impossibile non sentire la distanza. Sono nella parte più selvaggia del paese.

San Carlos si presenta così, una manciata di case malferme intorno ad una vecchia fortezza di guardia ai pirati, ma ha carattere da vendere. Sul malecon affacciato sul lago che sembra il mare, i pescatori scaricano le loro prede e le donne lavano i panni a mollo nell’acqua scura, mentre i tanti ristorantini sparano musica a tutto volume di fronte a bambini che giocano a calcio. In questo hub dei trasporti locali ben tre porti servono destinazioni diverse. Gli orari dei mezzi pubblici sono una specie di segreto di stato, che vengono cambiati spesso, forse per paura che qualcuno li divulghi al mondo. La solerte impiegata dell’ufficio informazioni, ubicato a non più di 100 metri da ciascun molo partenze, non ne azzecca uno, le coincidenze sembrano fatte apposta per non coincidere e obbligare i turisti a lunghe attese sorseggiando una bibita davanti al lago e a ricordargli che il mondo non è mai completamente sotto il nostro controllo.

Ci sono pangas (piccole lance) che scendono il fiume, fino all’oceano atlantico, altre che collegano i piccoli insediamenti sul rio Papaturro (bel nome), altre che raggiungono le mitiche Solentiname, il remoto arcipelago di artisti rivoluzionari guidati dall’altrettanto mitico ex-prete Ernesto Cardenal, la cui pregiata teologia della liberazione è stata disprezzata da un papa polacco timoroso del comunismo, e confutata da un futuro papa tedesco poco esperto del sud del mondo. Ovviamente, vorrei andare ovunque, ma l’atmosfera languida è come una droga, e mi ritrovo ogni mattina a lottare con me stesso per trovare la combinazione di mezzi che non esiste, contemplando segretamente la possibilità di restarmene qui per sempre.

In uno slancio trovo le energie e parto per il rio San Juan, lungo l’antica rotta dei pirati prima e degli americani che volevano evitare il giro attorno a capo Horn poi. Per arrivare alla foce, a San Juan del Norte, sono almeno 12 ore di navigazione. Decido di fermarmi nel posto più famoso, El Castillo (3 ore), su una panga carica e scomoda all’inverosimile. Il viaggio lungo il fiume merita. Ci si immerge in un mondo acquatico, dove l’asfalto scompare e la gente vive in palafitte sulle rive, vicino alla terra fertile. La canoa sostituisce la bicicletta, la lancia l’automobile. Ovunque bambini allegri giocano nell’acqua vestiti, con l’aria di chi non ha bisogno di videogiochi. La mia piccola apocalypse now finisce davanti ad una maestosa fortezza antipirati, costruita su una collina di fronte ad un’ansa del fiume dove le rapide obbligavano le navi a rallentare. Il “paese” è una serie di palafitte intorno all’unica strada intorno alla collina, dove uomini e animali vivono in serena comunione, e sono entrambi gentili e amichevoli. Il caldo, l’umidità, il silenzio e la lentezza degli abitanti rendono il tutto un po’ surreale. Giustamente, nella mia ricerca di un letto mi imbatto in una pensione-fantasma con terrazza sul fiume, perfettamente arredata, a porte spalancate, dove sono l’unico cliente, e anche l’unica anima viva: a prezzo di grandi sforzi trovo due ragazzine truccate pesantemente, che mi sorridono e ammiccanti e mi danno una chiave (inutile, la porta non si chiude e non c’è nessuno). Al mio risveglio, sarà tutto di nuovo deserto e pagare sarà un’impresa. Probabilmente il negromante che gestiva l’hostal Melany aveva appena letto Lolita di Nabokov.

Purtroppo, meno di due mesi fa, l’uragano Oto è risalito dal caribe e si è abbattuto sulla foresta incontaminata che si estende ai lati del fiume, sradicando alberi e rendendo la navigazione lungo gli affluenti del rio San Juan molto difficoltosa. Naufraga così il mio tentativo di visitare la riserva naturale di Indio-Maiz dove in teoria doveva essere rimasto un bel pezzo di foresta primaria… ma per fortuna una simpatica guida alcolizzata, che come hobby agguanta caimani e serpenti a mani nude, mi porta a pagaiare sul vicino rio Juana, ed ho anch’io la possibilità di fare un piccolo safari. Il basilisco, lucertolone che attraversa i fiumi zompettando velocemente sull’acqua vale da solo il viaggio.

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Di ritorno a San Carlos, forse ho trovato l’incastro: se parto per il villaggio sul rio Papaturro la mattina, posso tornare la mattina dopo e prendere la barca per le Solentiname il pomeriggio. La prima parte del programma gira a meraviglia: la panga questa volta è un barcone enorme che solca il lago a velocità testuggine (ha un motore ridicolo per la sua stazza) e porta i rifornimenti alle isolatissime comunità lungo il fiume. Ovviamente, a metà tragitto ci si ferma su un’isoletta per “pranzare” (sono le 10.30), ma io ho un mal di pancia tremendo e soffro in silenzio. Rimango stoico anche di fronte al destino avvero che fa rompere il motore e dobbiamo usare quello di scorta (“spostatevi tutti in fondo por favor, sennò l’elica non entra in acqua!”). Oto ha colpito duro anche Papaturro e la sua riserva naturale: manovrare la panga grande nei suoi stretti meandri pieni di alberi caduti è un po’ come parcheggiare la macchina a Milano all’ora di punta, ma con la differenza che si possono osservare iguane, bradipi e uccelli sui pochi alberi ancora in piedi.

All’arrivo, Murillo, la solerte guida del centro ecologico locale, mi apre gli occhi sulla mia finitezza: la panga del giorno dopo non esiste, e sono spiaggiato qui per due giorni. Il telefono è completamente muto, l’acqua è quella piovana, l’elettricità c’è solo qualche ora durante il giorno, quando vanno i pannelli. Però ho un dormitorio tutto per me, con una vezzosa zanzariera (alla sera le zanzare si potranno tagliare con il coltello), una candela per leggere, tanto tempo e tanto silenzio. Tutto sommato il medioevo tropicale non mi è dispiaciuto: ho conosciuto le fattorie che contrabbandano con il Costarica, i militari che mi controllavano i documenti ogni volta che mi vedevano, gli operatori di una troupe mandata a far conoscere ai nicaraguensi stessi questa parte del loro paese che ignorano, i bambini che vanno a scuola due giorni interi ogni due settimane, quando arriva il maestro, il piccolo parco pieno di animali e di zanzare, mi sono ripreso dal mio malessere, e ho imparato a rallentare un po’. Le Solentiname rimarranno sul taccuino delle cose da fare: ora è tempo di andare verso il mare.

Nicaragua/5: il lato oscuro dell’isola

Due vulcani altissimi collegati da un sottile istmo, spiagge, tracce di civiltà precolombiane, natura incontaminata: la grande isola in mezzo al lago promette molto al viaggiatore curioso. Ometepe, che in lingua nahuatl significa, con logica inappuntabile, “due montagne”, sta in mezzo al mare d’acqua dolce, il lago Cocibolca che gli spagnoli chiamarono Nicaragua, e non è per nulla facile da raggiungere: bisogna arrivare a Rivas in chicken bus, da qui raggiungere il porto di San Jorge, e infine imbarcarsi per un’ora su un traghetto attraverso le acque limacciose del lago agitato. Nonostante queste difficoltà, Ometepe è famosa, e il turistico Costarica molto vicino: siamo in molti bianchi, i primi che incontro su mezzi locali. Insieme ai turisti vengono naturalmente i piccoli raggiri da parte dei locali, che cercano di appiopparmi un taxi per il porto, servito invece da un comodissimo e economicissimo autobus. Con il naso leggermente arricciato scendo al porto isolano di Moyogalpa, e subito arriva la riconciliazione: sembra davvero un posto tranquillo, rilassato e dedito all’agricoltura. Peccato che sia più grande del previsto: a piedi non si va da nessuna parte. Affitto una bicicletta scassata, mi trovo a stramazzare su una salita infinita, poi affitto un motorino.

Muoversi è semplice: c’è una sola strada, che gira intorno all’isola. Metà asfaltata, metà in condizioni terribili. Traffico quasi zero, qualche moto, qualche raro autobus. La mancanza di veicoli permette l’invasione delle carreggiate da parte del mondo animale: schivo ogni tipo di animale da cortile e da stalla (nell’ordine: cavalli, mucche, galline, maiali, tacchini) e contemplo la placidità con cui enormi buoi aggiogati si aggirano sull’asfalto, mentre giovani adolescenti a cavallo pascolano le vacche a bordo strada, e maialotti curiosi esplorano i dintorni con curiosità tipicamente suina.

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Ma l’isola non è solo placida: salendo verso le pendici dei vulcani si incontrano incisioni rupestri di civiltà legate agli aztechi, che emigrarono qui dal Messico e che in queste zone praticavano i loro riti, ora pateticamente imitati da hippie americani. Sarà per questo motivo che ogni tentativo di salire i vulcani viene osteggiato in ogni modo dagli elementi? Pioggia, fango, serpenti e alberi caduti cercheranno di far desistere chiunque voglia andare a curiosare tra le nubi sotto la foresta nana e diradare il mistero della laguna in cima al vulcano a destra (il Maderas, quello più basso, spento). Io l’ho solo vista scomparire nella nebbia, ma forse appena più in là mi aspettava una mano con un excalibur nicaraguense.

La realtà è che questo mondo bucolico nasconde dei lati oscuri, che si rivelano solo ad uno sguardo attento. Avrei dovuto capirlo subito, dalla “minacciosa presenza dei vulcani” (copyright Nanni Moretti) che incombono ovunque, sempre circondati da nubi minacciose che ne nascondono le cime. Il più alto è ancora attivo, ha eruttato recentemente e ovunque si vedono i cartelli della “ruta de evacuacion” verso il primo porto disponibile per scappare in caso di risveglio. Anche sul tramonto che ammiro dalla scenica punta Jesus Maria, una specie di lingua di sabbia che entra nel lago, pesa la sagoma del mostro fumante, pronto a dire la sua. Ma non basta: a Ometepe le leggende sono nere, segni della sua natura inquietante sotto la patina placida. Nella laguna di Charco Verde, vicino ad un bellissimo farfallario, si dice aleggi ancora lo spirito di Chico Largo, figlio della strega mama Bucha, stregone lui stesso, che venne ferito da cacciatori quando si aggirava nei boschi sotto forma di cervo. I cacciatori seguirono le tracce di sangue fino ad una zona dedicata ai rituali di magia nera, e lì desistettero. Mama Bucha lo recuperò ferito a morte, lo trasformò di nuovo in uomo e lo seppellì davanti alla laguna. Quando il paese si accorse della sua assenza, lo riesumò per dargli cristiana sepoltura, ma trovarono solo il suo sudario insanguinato. Da allora, Chico Largo aleggia per la laguna e può portare nel suo mondo chiunque sia tanto sfortunato da incontrarlo. Ma c’è di più: i nativi raccontano la leggenda del carro Nahua, pieno di fantasmi: se lo incontrate per le strade di notte, potreste essere presi dalle febbri o morire d’infarto. Beh certo, loro non conoscevano i carri e ne associavano il fragore a forze soprannaturali (e alla schiavitù). Ah, e se a Ometepe vedete gufi neri o farfalle nere e marroni, fate gli scongiuri: probabilmente sono incarnazioni del diavolo che vi porteranno solo guai.

Nicaragua/4: Granada, la città a destra

Se Leon è una signora di mezza età che per far colpo punta sull’intelligenza e sul carattere, Granada è la sua gemella che, dopo averne passate tante, ha scelto la chirurgia estetica e il trucco vistoso, assomigliando sospettosamente ad una prostituta. La città più visitata, idolatrata e raccontata del Nicaragua si presenta così: sfacciata, colorata, turistica, un po’ coloniale ma anche un po’ Disneyland, o Las Vegas.

Bella è bella, non c’è che dire. La cattedrale, gialla e rossa, è lucida e perfetta; ne stanno affrescando l’interno con un progetto che durerà almeno 5 anni. Il convento di San Francesco ospita una serie di musei che raccontano le tradizioni locali, l’arte precolombiana e quella recente del Nicaragua. Il lago, a un chilometro dal centro, si offre per passeggiate romantiche all’ombra del vulcano Mombacho, la cima perennemente avvolta da una fitta nube, a ricordare la sagoma di Sandino con il sombrero.

Peccato sia tutto un po’ finto. Se Leon è sempre stata al di fuori dei grandi interessi commerciali ed ha potuto dedicarsi alla cultura, Granada, al contrario, era il fulcro commerciale del paese: il ricco porto sul lago ha sempre fatto gola ai pirati, che l’hanno distrutta e incendiata a ripetizione. E ogni volta ricostruita. Quindi, tutto quello che si vede ora, se va bene, ha qualche secolo. In tempi più recenti, prima dell’apertura del canale di Panama, la via più breve tra New York e San Francisco, passava da qui: le navi risalivano il Rio San Juan dai Caraibi, scaricavano le merci, che venivano portate a dorso di mulo sul pacifico, dove altre navi le aspettavano. C’era anche un servizio passeggeri, con tanto di trenino a vapore, costruito dal magnate delle ferrovie americano Cornelius Vanderbilt che è stato usato e raccontato da Mark Twain.

Ricca e conservatrice, Granada ha chiaramente sempre fatto incazzare la sua rivale, che era la capitale. Nell’800 la rivalità politica arrivò ad una guerra civile, dove un vero e proprio filibustiere, e cioè uno straniero con l’incarico di mercenario, mosse guerra a Granada. Gli Stati Uniti, che si sono sempre impicciati degli affari di questa parte del mondo, armarono ufficiosamente, e con il beneplacito di Leon, William Walker da Nashville, Tennessee, che in breve espugnò Granada. Il gringo, che viene descritto come “mingherlino dagli occhi grigi”, da bravo americano, si fece prendere la mano: nel 1856 si autoproclamò presidente del Nicaragua e svelò il suo progetto diabolico: costruire uno stato filoamericano e schiavista (qui la schiavitù non esisteva più dal 1824) in centroamerica. Gli Stati Uniti gli voltarono le spalle quando espropriò Vanderbilt, e lo lasciò senza appoggi di fronte ad una coalizione di vari paesi centroamericani. Walker si arrese solo quando il colonnello José Zavala riuscì a rubare la sua bandiera sotto il fuoco incessante urlando “i proiettili dei filibustieri non ammazzano!”, venne rimpatriato, ricevuto come eroe in USA perché insomma era pur sempre uno di loro, e Granada venne rasa al suolo.

La zona intorno a Granada, terra di fertili pianure vulcaniche, è densamente popolata: le fattorie e città si susseguono le une alle altre, secondo il solito pattern obbligatorio: su una laguna, vicino ad un vulcano, con una popolazione indigena da schiavizzare e che ora vive in un quartiere dove ne sopravvivono le tradizioni (barrio Xaltava a Granada e Monimbò a Masaya: vale la pena passarci). Si può tranquillamente passare qualche giorno a zonzo da queste parti, magari usando gli efficientissimi mezzi pubblici locali. C’è il vulcano Masaya, che è molto attivo. Tanto attivo che ora si ci si può solo affacciare al suo cratere per pochi minuti, ammirare la lava incandescente che ribolle, e poi tornare in sicurezza. C’è la laguna di Apoyo, in un vecchio cratere, con l’acqua trasparente per fare il bagno. Ci sono i paesini dei maghi, dove abitano i curanderos (stregoni) più potenti del paese. C’è la tranquilla città di Masaya, con un famoso mercato artigianale che a me è sembrato una trappola per turisti (meglio fermarsi in piazza a mangiare il baho, la specialità locale a base di carne e yucca). Si può anche salire al Mombacho comodamente, con un camion militare, e guardare il panorama e la foresta nebulare dalla sua cima avvolta dalle brume. Al ritorno, però, troverete torme di americani vocianti che affollano i bar sulla calle la Calzada e faccendieri che vi proporranno piccole truffette. Dopo aver pagato una birra il doppio che nel resto del paese, trovo il mio rifugio nella fritanga di Chico Tripa, mitico ristoratore di periferia, dove ascoltando Pupo in spagnolo mi riconcilio con questa città. Andate a Granada, ma scappatene velocemente.

Qui si conclude la parte di terra del mio viaggio. Per rendere la transizione verso l’acqua dolce più morbida, mi concedo un giretto in una barchetta tutta per me sulle isolette vicino alla città, un pugno di scogli lanciati dal Mombacho in una remota esplosione, il cui conto è stato fatto tornare a 365 per ragioni estetiche. Sono minuscole, la maggior parte private e abitate da ricconi che le visitano qualche giorno all’anno, alcune sono hotel o bar, altre erano di personalità vicine alla dittatura, o all’establishment odierno, o di stranieri. Non manca una bella fortezza da cui venivano avvistati i pirati, e uno scoglio popolato da scimmiette, ora obese per il cibo dei turisti. Dal lago arrivano vento e onde, e l’atmosfera è quella di una Venezia tropicale, turistica, semiabbandonata e decadente quanto la nostra. Il modo perfetto per iniziare i miei itinerari lacustri.

Nicaragua/3: le terre alte

La mia seconda tappa di terra inizia con una strada che attraversa la riarsa piana di Leon, si infila precisa come una freccia tra due vulcani della catena dei Maribios, che sbuffano un po’ di fumo come a dire “se mi girano col cavolo che passate”, poi ancora pianure fino ad incocciare sua maestà la panamericana, che qui sembra una provinciale di campagna qualunque. La NIC-1 sale decisamente verso gli altipiani nicaraguensi, una vasta zona montuosa a nord del paese, poco appariscente, ma piena di natura e storia. La mia base sarà Estelì, un po’ perché è comoda per muoversi, ma soprattutto perché nel film “la canzone di Carla” di Ken Loach, un autista di autobus ci va dalla mia amata Glasgow. E io chi sono per sottrarmi al mio destino?

Estelì è molto poco turistica. Detto in parole più povere, non c’è praticamente nulla da visitare, a parte qualche fabbrica di sigari. Ed e’ fresca. Molto fresca. Incastonata tra le montagne boscose, tira un vento assassino che mi obbliga a tirare fuori tutti i (pochi) strati pesanti che mi ero portato. Ma perché venire qui allora? Beh, passeggiare nella pancia del paese, lontano dai turisti, osservare questa città di campagna, dove i vecchi si vestono ancora da cowboy con il cappellone e gli stivali, è già molto. Ma queste zone sono anche state uno dei fronti caldi dei primi combattimenti di Sandino negli anni 30, della rivoluzione sandinista degli anni 70, e anche dei controrivoluzionari foraggiati dagli americani negli anni 80. Da che mondo e mondo, la guerriglia si fa sulle montagne. Insomma, qui tanta gente ci ha lasciato le penne, e, come a Leon, queste città progressiste non hanno dimenticato i loro martiri.

Con una combinazione di scassatissimi trasporti locali riesco ad esplorare le vallate impervie, interrotte all’improvviso da radure dove le mucche pascolano serene. Nei mercati delle cittadine si vendono sacchi di caffè, i bambini stendono le arachidi al sole a seccare, l’atmosfera è rilassata e sonnacchiosa e le “gallerie dei martiri e degli eroi” fanno da sfondo alle chiacchiere dei vaccari. Quando il chicken bus strapieno arranca a passo d’uomo su una salita, e io mi chiedo quando ci chiederanno di scendere a spingere, il conducente mette su una bella canzone country con nitriti di sottofondo (giuro) per rassicurare la truppa che si arriverà a destinazione. A Jinotega, raggelata e incastonata tra montagne e lagune, la radio locale ripete ossessivamente che sono state disperse “due mule giallastre e un mulo scuro” e c’è una bella ricompensa per chi li trova. A Matagalpa il caffè è ovunque e tra una tazza e l’altra aleggia lo spirito di Carlos Fonseca, il sandinista più rock di tutti i tempi.

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La sera, oltre al cinema, si può andare al rodeo, e forse non a caso: al mio rientro a Estelì, la prima sera, la trovo sprofondata nel buio totale. Mi infilo in un taxi per evitare di essere rapito e venduto in scatolette, e il tassista mi spiega che manca la luce in tutta la città. Niente cinema, né acqua calda, né ricarica del cellulare. Ma ci vuole altro per scoraggiare questi montanari pratici: la padrona dell’hotel ha già pronta la mia razione di candele e fiammiferi, mentre nella fritanga sulla strada hanno puntato il faro di una moto sulla cucina e servono il piatto con una candelina, in un silenzio quasi spettrale. Il giorno dopo la luce è tornata. Però manca l’acqua.

Avendo più tempo, e, soprattutto, un mezzo proprio, sarebbe stato bello esplorare le riserve naturali dai nomi evocativi: “Miraflor”, “Cerro El Diablo”, “La Dalia”, invece di avere solo il tempo di salire di fretta e nel vento gelido il Cerro la Cruz sopra Jinotega. E gia’ il panorama era spettacolare. Alle quote alte, le coltivazioni cedono il campo alla foresta nebulare, un ecosistema fighissimo che si fonda sulla presenza quasi costante della nebbia: gli alberi non devono pompare acqua in alto perché la trovano già nell’aria e sui rami possono svilupparsi delle simil-radici, e ospitare piante simbiotiche come le bromelie, utili per immagazzinare acqua. L’atmosfera è gotica e sfuocata e le temperature fresche, alla faccia dei tropici.

Infine, se vi capita di venire nel nord nel Nicaragua, per nessuna ragione perdetevi il Canyon di Somoto: una gola “scoperta” da pochi anni (i locali la conoscevano da sempre, ma loro non contavano), al confine con l’Honduras, proprio alla sorgente del fiume più lungo del centroamerica, il Rio Coco. Si esplora in parte a piedi e in parte a nuoto (l’acqua non è per nulla fredda), ci si può tuffare da altezze improbabili e sentirsi dei piccoli Indiana Jones. Attenzione però: serve una guida con l’equipaggiamento per tenere le vostre cose all’asciutto, e diversi caporali sfruttano la gente della zona, che nelle gole ci scorrazzava da ben prima che il canyon venisse offerto ai turisti. Prendete un locale dalla faccia poco rassicurante e dalle scarpe scassate: vi stupirà con la sua gentilezza e competenza, e i vostri soldi andranno direttamente alla sua famiglia.

Nicaragua/2: Leon: la città a sinistra

Leon è una delle due città vecchie del Nicaragua, un centinaio di km a ovest (e cioè, sulla mappa, a sinistra) dalla capitale, capitale del paese per più di 200 anni, e vanta un clima sempre torrido e un centro storico delizioso, adornato da leoni e vecchie chiese. Lontano dall’essere un esempio di devozione, Leon è sempre stata una città progressista e riformista: qui il dittatore Somoza padre fu assassinato nel 1956 e durante la rivoluzione contro Somoza figlio, alla fine degli anni ‘70, caddero bombe e si combatté casa per casa. E i reduci sono tutti lì, davanti museo della rivoluzione, pronti a raccontare le loro avventure e a scroccare un po’ di grana ai turisti perché Sandino, purtroppo, non paga la pensione. Si respira un’atmosfera da ospizio rivoluzionario: gli ex combattenti sono settantenni un po’ svaniti ma con ricordi (e cicatrici) che parlano da sole; se da lontano sembrano gli avventori di un tranquillo bar sport di periferia, sotto le parole brillano ancora ideali, avventure, dolore e morte.

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In tutta la città poi è un susseguirsi di tributi, mausolei, prigioni convertite a musei, università militanti, targhe commemorative agli “eroi e martiri” del fronte sandinista, che più che celebrare la libertà sembrano voler evitare che il ricordo, anche nei minimi dettagli, svanisca. Mi è venuta in mente, per contrasto, la piazzetta anonima dietro il duomo di Milano, dove nessuno capisce di essere davanti ad un pezzo di storia italiana: a Piazza Fontana, dove sono iniziati gli anni di piombo, ci sono solo due targhe contrastanti, su cui nessuno ci ha mai fatto ragionare. Questa rivoluzione sconosciuta, con i suoi miti e le sue storie, merita di essere raccontata: lo farò in uno dei prossimi post. Per il momento mi accontento di vedere i reduci che accompagnano alla loro povertà la dignità e l’orgoglio di chi non ha piegato la testa.

Una passeggiata a Leon merita a prescindere: la cattedrale, bianca abbacinante, dovrebbe essere la più grande dell’america centrale si affaccia su un parco dove la gente passeggia tranquillamente con le famiglie, le tante altre chiese testimoniano una grandezza ormai passata, mentre non mancano i musei interessanti e la vita notturna per i giovani universitari. Nonostante il numero crescente di turisti, si respira l’aria di una città che fu grande e che ora fa lo struscio di sera, e va al mare, che è a meno di 20km, la domenica. Il vate nazionale, il Ruben Dario che fu poeta, giornalista, ambasciatore e formatore della coscienza latinoamericana, abitò qui e celebrò il Nicaragua nell’ode al vulcano Momotombo. Ora riposa nella cattedrale, e il leone di marmo non potrebbe essere più triste.

A guardare bene, la città originaria non era stata fondata qui, ma ad una trentina di km dal sito attuale, sul lago Managua da quel Francisco Hernandez che, con scarsa originalità, aveva fondato anche l’altra città vecchia del paese, Granada, sull’altro lago, il Nicaragua. Per non farsi mancare nulla, Hernandez venne tradito per il potere, decapitato, il suo cranio con una candela usato come lampione, e poi finalmente sepolto insieme al suo assassino, Pedraria, sotto la cattedrale della città vecchia. Peccato che questo simpatico conquistador avesse fondato Leon vecchia proprio davanti al Momotombo, che le raffigurazioni dell’epoca mostrano con forma irregolare e 5 bocche attive. Vedendolo adesso, perfettamente conico, si intuisce perché la città si è spostata, distrutta da un’eruzione particolarmente intensa nel 1610, dopo una serie di terremoti. Gli spagnoli decisero quindi di trasferirsi su terreni più sicuri, lontano dai pirati, dove una popolazione locale viveva da secoli (e probabilmente non a caso). Senza chiedere il permesso, gli costruirono intorno la nuova Leon, li inurbarono e crearono l’ottimo affare degli schiavi a km 0. Ancora oggi, vicino agli autobus per le spiagge, il barrio Subtiava è abitato dai discendenti di quei nativi.

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Nicaragua/1: Nica che?

Un paese sconosciuto

Chi ha avuto modo di frequentarmi negli ultimi tempi sa che il mio interesse per il mondo latino e’ stato catturato da uno staterello sconosciuto del centro America. Sicuramente, il nome non evoca alcun riferimento spaziale: la geografia degli stati “minori”, e in particolare quella del peduncolo tra i due continenti americani non ce la insegna nessuno. Per capire di cosa si parla, la cosa migliore e’, quindi, partire dai dati.

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Google maps ci dice che il Nicaragua e’ piccolo (circa un terzo dell’Italia) e sta un migliaio di km sopra all’equatore, stretto tra l’Oceano Pacifico e il mar dei Caraibi. Infatti la sua bandiera ha come estremi due bande azzurre. Gente logica.

Un paese affascinante

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Guardandolo piu’ da vicino, si scorge un lago immenso al suo centro. Questo bestione, grande piu’ di 20 volte il nostro Garda, si chiama, logicamente, lago Nicaragua. Nonostante il lago sia molto vicino al pacifico, il rio san Juan ne scarica l’acqua verso l’altro oceano: i pirati dei caraibi risalvano il fiume e attaccavano le citta’ sul lago. Pero’. I pirati fluviali mi mancavano, e la logica ha gia’ ceduto il campo al in realismo magico. Prima del canale di Panama, le navi arrivavano al lago risalendo il fiume, impacchettavano le loro merci su muli che le portavano al pacifico, dove altre imbarcazioni le raccoglievano. Il primo canale l’hanno pensato proprio qui, e’ piu’ breve, ma il progetto venne abbandonato, ufficialmente per la sismicita’ della zona, anche se ora i cinesi premono per scavarlo di nuovo.

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La cartina politica e’ asimmetrica: la capitale, le citta’ e le strade stanno tutte verso il Pacifico. Verso l’Atlantico, province diventano enormi, segno universale di aree spopolate. Anche le strade sembrano assenti, soprattutto, lungo la costa. Per forza. Piu’ di meta’ del paese e’ un’immensa giungla/foresta/palude, vuota, con alcune e minoranze indigene che vivono in maniera tradizionale e una comunita’ di neri anglofoni, portati come schiavi qualche secolo fa.

Un paese difficile (anche da raggiungere)

Ma come mai questa miniera d’oro, dove appena gratto luccicano fatti succosi, e’ praticamente sconosciuta? Beh, e’ pur sempre il secondo stato piu’ povero d’America, sconquassato da una recente rivoluzione (parola chiave: sandinismo) che si e’ scontrata con una forte nostalgia della dittatura (parola chiave: contras). Aggiungete un paio di terremoti che hanno distrutto la capitale negli ultimi decenni e numerose eruzioni: non e’ poi cosi’ strano che sta gente avesse altro a cui pensare che non coccolare turisti ricchi e viziati. Di riflesso, arrivarci non e’ facile, e bisogna affrontare un volo aereo lungo, scomodo e molto caro. Ma ora la situazione politica e’ stabile, il Nicaragua e’ (quasi ovunque) sicuro e sta piano piano risollevandosi dal suo passato burrascoso. I turisti non dovrebbero ancora averlo invaso.

Un paese che ti chiama

Volevo portare qui un viaggio di Vagabondo e ho passato molto tempo a documentarmi, leggere libri, guardare film e studiare blog. Poi il viaggio e’ stato annullato, ma io mi ero gia’ innamorato, quindi ci vado da solo. Prendendo spunto dall’itinerario descritto qui, divido anch’io il viaggio in tre parti: la terra, l’acqua dolce e il mare. Peccato che i collegamenti, specialmente quelli acquatici, siano estremamente aleatori, rendendo il mio piano soltanto un canovaccio: so dove vorrei andare ma non so se ci riusciro’ perche’ da qui le informazioni sono introvabili. E vi diro’, questo elemento aleatorio che manca completamente nel nostro mondo occidentale mi piace, e mi fa sentire molto latino.

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