Nicaragua/2: Leon: la città a sinistra

Leon è una delle due città vecchie del Nicaragua, un centinaio di km a ovest (e cioè, sulla mappa, a sinistra) dalla capitale, capitale del paese per più di 200 anni, e vanta un clima sempre torrido e un centro storico delizioso, adornato da leoni e vecchie chiese. Lontano dall’essere un esempio di devozione, Leon è sempre stata una città progressista e riformista: qui il dittatore Somoza padre fu assassinato nel 1956 e durante la rivoluzione contro Somoza figlio, alla fine degli anni ‘70, caddero bombe e si combatté casa per casa. E i reduci sono tutti lì, davanti museo della rivoluzione, pronti a raccontare le loro avventure e a scroccare un po’ di grana ai turisti perché Sandino, purtroppo, non paga la pensione. Si respira un’atmosfera da ospizio rivoluzionario: gli ex combattenti sono settantenni un po’ svaniti ma con ricordi (e cicatrici) che parlano da sole; se da lontano sembrano gli avventori di un tranquillo bar sport di periferia, sotto le parole brillano ancora ideali, avventure, dolore e morte.

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In tutta la città poi è un susseguirsi di tributi, mausolei, prigioni convertite a musei, università militanti, targhe commemorative agli “eroi e martiri” del fronte sandinista, che più che celebrare la libertà sembrano voler evitare che il ricordo, anche nei minimi dettagli, svanisca. Mi è venuta in mente, per contrasto, la piazzetta anonima dietro il duomo di Milano, dove nessuno capisce di essere davanti ad un pezzo di storia italiana: a Piazza Fontana, dove sono iniziati gli anni di piombo, ci sono solo due targhe contrastanti, su cui nessuno ci ha mai fatto ragionare. Questa rivoluzione sconosciuta, con i suoi miti e le sue storie, merita di essere raccontata: lo farò in uno dei prossimi post. Per il momento mi accontento di vedere i reduci che accompagnano alla loro povertà la dignità e l’orgoglio di chi non ha piegato la testa.

Una passeggiata a Leon merita a prescindere: la cattedrale, bianca abbacinante, dovrebbe essere la più grande dell’america centrale si affaccia su un parco dove la gente passeggia tranquillamente con le famiglie, le tante altre chiese testimoniano una grandezza ormai passata, mentre non mancano i musei interessanti e la vita notturna per i giovani universitari. Nonostante il numero crescente di turisti, si respira l’aria di una città che fu grande e che ora fa lo struscio di sera, e va al mare, che è a meno di 20km, la domenica. Il vate nazionale, il Ruben Dario che fu poeta, giornalista, ambasciatore e formatore della coscienza latinoamericana, abitò qui e celebrò il Nicaragua nell’ode al vulcano Momotombo. Ora riposa nella cattedrale, e il leone di marmo non potrebbe essere più triste.

A guardare bene, la città originaria non era stata fondata qui, ma ad una trentina di km dal sito attuale, sul lago Managua da quel Francisco Hernandez che, con scarsa originalità, aveva fondato anche l’altra città vecchia del paese, Granada, sull’altro lago, il Nicaragua. Per non farsi mancare nulla, Hernandez venne tradito per il potere, decapitato, il suo cranio con una candela usato come lampione, e poi finalmente sepolto insieme al suo assassino, Pedraria, sotto la cattedrale della città vecchia. Peccato che questo simpatico conquistador avesse fondato Leon vecchia proprio davanti al Momotombo, che le raffigurazioni dell’epoca mostrano con forma irregolare e 5 bocche attive. Vedendolo adesso, perfettamente conico, si intuisce perché la città si è spostata, distrutta da un’eruzione particolarmente intensa nel 1610, dopo una serie di terremoti. Gli spagnoli decisero quindi di trasferirsi su terreni più sicuri, lontano dai pirati, dove una popolazione locale viveva da secoli (e probabilmente non a caso). Senza chiedere il permesso, gli costruirono intorno la nuova Leon, li inurbarono e crearono l’ottimo affare degli schiavi a km 0. Ancora oggi, vicino agli autobus per le spiagge, il barrio Subtiava è abitato dai discendenti di quei nativi.

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