Nicaragua/3: le terre alte

La mia seconda tappa di terra inizia con una strada che attraversa la riarsa piana di Leon, si infila precisa come una freccia tra due vulcani della catena dei Maribios, che sbuffano un po’ di fumo come a dire “se mi girano col cavolo che passate”, poi ancora pianure fino ad incocciare sua maestà la panamericana, che qui sembra una provinciale di campagna qualunque. La NIC-1 sale decisamente verso gli altipiani nicaraguensi, una vasta zona montuosa a nord del paese, poco appariscente, ma piena di natura e storia. La mia base sarà Estelì, un po’ perché è comoda per muoversi, ma soprattutto perché nel film “la canzone di Carla” di Ken Loach, un autista di autobus ci va dalla mia amata Glasgow. E io chi sono per sottrarmi al mio destino?

Estelì è molto poco turistica. Detto in parole più povere, non c’è praticamente nulla da visitare, a parte qualche fabbrica di sigari. Ed e’ fresca. Molto fresca. Incastonata tra le montagne boscose, tira un vento assassino che mi obbliga a tirare fuori tutti i (pochi) strati pesanti che mi ero portato. Ma perché venire qui allora? Beh, passeggiare nella pancia del paese, lontano dai turisti, osservare questa città di campagna, dove i vecchi si vestono ancora da cowboy con il cappellone e gli stivali, è già molto. Ma queste zone sono anche state uno dei fronti caldi dei primi combattimenti di Sandino negli anni 30, della rivoluzione sandinista degli anni 70, e anche dei controrivoluzionari foraggiati dagli americani negli anni 80. Da che mondo e mondo, la guerriglia si fa sulle montagne. Insomma, qui tanta gente ci ha lasciato le penne, e, come a Leon, queste città progressiste non hanno dimenticato i loro martiri.

Con una combinazione di scassatissimi trasporti locali riesco ad esplorare le vallate impervie, interrotte all’improvviso da radure dove le mucche pascolano serene. Nei mercati delle cittadine si vendono sacchi di caffè, i bambini stendono le arachidi al sole a seccare, l’atmosfera è rilassata e sonnacchiosa e le “gallerie dei martiri e degli eroi” fanno da sfondo alle chiacchiere dei vaccari. Quando il chicken bus strapieno arranca a passo d’uomo su una salita, e io mi chiedo quando ci chiederanno di scendere a spingere, il conducente mette su una bella canzone country con nitriti di sottofondo (giuro) per rassicurare la truppa che si arriverà a destinazione. A Jinotega, raggelata e incastonata tra montagne e lagune, la radio locale ripete ossessivamente che sono state disperse “due mule giallastre e un mulo scuro” e c’è una bella ricompensa per chi li trova. A Matagalpa il caffè è ovunque e tra una tazza e l’altra aleggia lo spirito di Carlos Fonseca, il sandinista più rock di tutti i tempi.

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La sera, oltre al cinema, si può andare al rodeo, e forse non a caso: al mio rientro a Estelì, la prima sera, la trovo sprofondata nel buio totale. Mi infilo in un taxi per evitare di essere rapito e venduto in scatolette, e il tassista mi spiega che manca la luce in tutta la città. Niente cinema, né acqua calda, né ricarica del cellulare. Ma ci vuole altro per scoraggiare questi montanari pratici: la padrona dell’hotel ha già pronta la mia razione di candele e fiammiferi, mentre nella fritanga sulla strada hanno puntato il faro di una moto sulla cucina e servono il piatto con una candelina, in un silenzio quasi spettrale. Il giorno dopo la luce è tornata. Però manca l’acqua.

Avendo più tempo, e, soprattutto, un mezzo proprio, sarebbe stato bello esplorare le riserve naturali dai nomi evocativi: “Miraflor”, “Cerro El Diablo”, “La Dalia”, invece di avere solo il tempo di salire di fretta e nel vento gelido il Cerro la Cruz sopra Jinotega. E gia’ il panorama era spettacolare. Alle quote alte, le coltivazioni cedono il campo alla foresta nebulare, un ecosistema fighissimo che si fonda sulla presenza quasi costante della nebbia: gli alberi non devono pompare acqua in alto perché la trovano già nell’aria e sui rami possono svilupparsi delle simil-radici, e ospitare piante simbiotiche come le bromelie, utili per immagazzinare acqua. L’atmosfera è gotica e sfuocata e le temperature fresche, alla faccia dei tropici.

Infine, se vi capita di venire nel nord nel Nicaragua, per nessuna ragione perdetevi il Canyon di Somoto: una gola “scoperta” da pochi anni (i locali la conoscevano da sempre, ma loro non contavano), al confine con l’Honduras, proprio alla sorgente del fiume più lungo del centroamerica, il Rio Coco. Si esplora in parte a piedi e in parte a nuoto (l’acqua non è per nulla fredda), ci si può tuffare da altezze improbabili e sentirsi dei piccoli Indiana Jones. Attenzione però: serve una guida con l’equipaggiamento per tenere le vostre cose all’asciutto, e diversi caporali sfruttano la gente della zona, che nelle gole ci scorrazzava da ben prima che il canyon venisse offerto ai turisti. Prendete un locale dalla faccia poco rassicurante e dalle scarpe scassate: vi stupirà con la sua gentilezza e competenza, e i vostri soldi andranno direttamente alla sua famiglia.

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