Nicaragua/4: Granada, la città a destra

Se Leon è una signora di mezza età che per far colpo punta sull’intelligenza e sul carattere, Granada è la sua gemella che, dopo averne passate tante, ha scelto la chirurgia estetica e il trucco vistoso, assomigliando sospettosamente ad una prostituta. La città più visitata, idolatrata e raccontata del Nicaragua si presenta così: sfacciata, colorata, turistica, un po’ coloniale ma anche un po’ Disneyland, o Las Vegas.

Bella è bella, non c’è che dire. La cattedrale, gialla e rossa, è lucida e perfetta; ne stanno affrescando l’interno con un progetto che durerà almeno 5 anni. Il convento di San Francesco ospita una serie di musei che raccontano le tradizioni locali, l’arte precolombiana e quella recente del Nicaragua. Il lago, a un chilometro dal centro, si offre per passeggiate romantiche all’ombra del vulcano Mombacho, la cima perennemente avvolta da una fitta nube, a ricordare la sagoma di Sandino con il sombrero.

Peccato sia tutto un po’ finto. Se Leon è sempre stata al di fuori dei grandi interessi commerciali ed ha potuto dedicarsi alla cultura, Granada, al contrario, era il fulcro commerciale del paese: il ricco porto sul lago ha sempre fatto gola ai pirati, che l’hanno distrutta e incendiata a ripetizione. E ogni volta ricostruita. Quindi, tutto quello che si vede ora, se va bene, ha qualche secolo. In tempi più recenti, prima dell’apertura del canale di Panama, la via più breve tra New York e San Francisco, passava da qui: le navi risalivano il Rio San Juan dai Caraibi, scaricavano le merci, che venivano portate a dorso di mulo sul pacifico, dove altre navi le aspettavano. C’era anche un servizio passeggeri, con tanto di trenino a vapore, costruito dal magnate delle ferrovie americano Cornelius Vanderbilt che è stato usato e raccontato da Mark Twain.

Ricca e conservatrice, Granada ha chiaramente sempre fatto incazzare la sua rivale, che era la capitale. Nell’800 la rivalità politica arrivò ad una guerra civile, dove un vero e proprio filibustiere, e cioè uno straniero con l’incarico di mercenario, mosse guerra a Granada. Gli Stati Uniti, che si sono sempre impicciati degli affari di questa parte del mondo, armarono ufficiosamente, e con il beneplacito di Leon, William Walker da Nashville, Tennessee, che in breve espugnò Granada. Il gringo, che viene descritto come “mingherlino dagli occhi grigi”, da bravo americano, si fece prendere la mano: nel 1856 si autoproclamò presidente del Nicaragua e svelò il suo progetto diabolico: costruire uno stato filoamericano e schiavista (qui la schiavitù non esisteva più dal 1824) in centroamerica. Gli Stati Uniti gli voltarono le spalle quando espropriò Vanderbilt, e lo lasciò senza appoggi di fronte ad una coalizione di vari paesi centroamericani. Walker si arrese solo quando il colonnello José Zavala riuscì a rubare la sua bandiera sotto il fuoco incessante urlando “i proiettili dei filibustieri non ammazzano!”, venne rimpatriato, ricevuto come eroe in USA perché insomma era pur sempre uno di loro, e Granada venne rasa al suolo.

La zona intorno a Granada, terra di fertili pianure vulcaniche, è densamente popolata: le fattorie e città si susseguono le une alle altre, secondo il solito pattern obbligatorio: su una laguna, vicino ad un vulcano, con una popolazione indigena da schiavizzare e che ora vive in un quartiere dove ne sopravvivono le tradizioni (barrio Xaltava a Granada e Monimbò a Masaya: vale la pena passarci). Si può tranquillamente passare qualche giorno a zonzo da queste parti, magari usando gli efficientissimi mezzi pubblici locali. C’è il vulcano Masaya, che è molto attivo. Tanto attivo che ora si ci si può solo affacciare al suo cratere per pochi minuti, ammirare la lava incandescente che ribolle, e poi tornare in sicurezza. C’è la laguna di Apoyo, in un vecchio cratere, con l’acqua trasparente per fare il bagno. Ci sono i paesini dei maghi, dove abitano i curanderos (stregoni) più potenti del paese. C’è la tranquilla città di Masaya, con un famoso mercato artigianale che a me è sembrato una trappola per turisti (meglio fermarsi in piazza a mangiare il baho, la specialità locale a base di carne e yucca). Si può anche salire al Mombacho comodamente, con un camion militare, e guardare il panorama e la foresta nebulare dalla sua cima avvolta dalle brume. Al ritorno, però, troverete torme di americani vocianti che affollano i bar sulla calle la Calzada e faccendieri che vi proporranno piccole truffette. Dopo aver pagato una birra il doppio che nel resto del paese, trovo il mio rifugio nella fritanga di Chico Tripa, mitico ristoratore di periferia, dove ascoltando Pupo in spagnolo mi riconcilio con questa città. Andate a Granada, ma scappatene velocemente.

Qui si conclude la parte di terra del mio viaggio. Per rendere la transizione verso l’acqua dolce più morbida, mi concedo un giretto in una barchetta tutta per me sulle isolette vicino alla città, un pugno di scogli lanciati dal Mombacho in una remota esplosione, il cui conto è stato fatto tornare a 365 per ragioni estetiche. Sono minuscole, la maggior parte private e abitate da ricconi che le visitano qualche giorno all’anno, alcune sono hotel o bar, altre erano di personalità vicine alla dittatura, o all’establishment odierno, o di stranieri. Non manca una bella fortezza da cui venivano avvistati i pirati, e uno scoglio popolato da scimmiette, ora obese per il cibo dei turisti. Dal lago arrivano vento e onde, e l’atmosfera è quella di una Venezia tropicale, turistica, semiabbandonata e decadente quanto la nostra. Il modo perfetto per iniziare i miei itinerari lacustri.

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