Nicaragua/5: il lato oscuro dell’isola

Due vulcani altissimi collegati da un sottile istmo, spiagge, tracce di civiltà precolombiane, natura incontaminata: la grande isola in mezzo al lago promette molto al viaggiatore curioso. Ometepe, che in lingua nahuatl significa, con logica inappuntabile, “due montagne”, sta in mezzo al mare d’acqua dolce, il lago Cocibolca che gli spagnoli chiamarono Nicaragua, e non è per nulla facile da raggiungere: bisogna arrivare a Rivas in chicken bus, da qui raggiungere il porto di San Jorge, e infine imbarcarsi per un’ora su un traghetto attraverso le acque limacciose del lago agitato. Nonostante queste difficoltà, Ometepe è famosa, e il turistico Costarica molto vicino: siamo in molti bianchi, i primi che incontro su mezzi locali. Insieme ai turisti vengono naturalmente i piccoli raggiri da parte dei locali, che cercano di appiopparmi un taxi per il porto, servito invece da un comodissimo e economicissimo autobus. Con il naso leggermente arricciato scendo al porto isolano di Moyogalpa, e subito arriva la riconciliazione: sembra davvero un posto tranquillo, rilassato e dedito all’agricoltura. Peccato che sia più grande del previsto: a piedi non si va da nessuna parte. Affitto una bicicletta scassata, mi trovo a stramazzare su una salita infinita, poi affitto un motorino.

Muoversi è semplice: c’è una sola strada, che gira intorno all’isola. Metà asfaltata, metà in condizioni terribili. Traffico quasi zero, qualche moto, qualche raro autobus. La mancanza di veicoli permette l’invasione delle carreggiate da parte del mondo animale: schivo ogni tipo di animale da cortile e da stalla (nell’ordine: cavalli, mucche, galline, maiali, tacchini) e contemplo la placidità con cui enormi buoi aggiogati si aggirano sull’asfalto, mentre giovani adolescenti a cavallo pascolano le vacche a bordo strada, e maialotti curiosi esplorano i dintorni con curiosità tipicamente suina.

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Ma l’isola non è solo placida: salendo verso le pendici dei vulcani si incontrano incisioni rupestri di civiltà legate agli aztechi, che emigrarono qui dal Messico e che in queste zone praticavano i loro riti, ora pateticamente imitati da hippie americani. Sarà per questo motivo che ogni tentativo di salire i vulcani viene osteggiato in ogni modo dagli elementi? Pioggia, fango, serpenti e alberi caduti cercheranno di far desistere chiunque voglia andare a curiosare tra le nubi sotto la foresta nana e diradare il mistero della laguna in cima al vulcano a destra (il Maderas, quello più basso, spento). Io l’ho solo vista scomparire nella nebbia, ma forse appena più in là mi aspettava una mano con un excalibur nicaraguense.

La realtà è che questo mondo bucolico nasconde dei lati oscuri, che si rivelano solo ad uno sguardo attento. Avrei dovuto capirlo subito, dalla “minacciosa presenza dei vulcani” (copyright Nanni Moretti) che incombono ovunque, sempre circondati da nubi minacciose che ne nascondono le cime. Il più alto è ancora attivo, ha eruttato recentemente e ovunque si vedono i cartelli della “ruta de evacuacion” verso il primo porto disponibile per scappare in caso di risveglio. Anche sul tramonto che ammiro dalla scenica punta Jesus Maria, una specie di lingua di sabbia che entra nel lago, pesa la sagoma del mostro fumante, pronto a dire la sua. Ma non basta: a Ometepe le leggende sono nere, segni della sua natura inquietante sotto la patina placida. Nella laguna di Charco Verde, vicino ad un bellissimo farfallario, si dice aleggi ancora lo spirito di Chico Largo, figlio della strega mama Bucha, stregone lui stesso, che venne ferito da cacciatori quando si aggirava nei boschi sotto forma di cervo. I cacciatori seguirono le tracce di sangue fino ad una zona dedicata ai rituali di magia nera, e lì desistettero. Mama Bucha lo recuperò ferito a morte, lo trasformò di nuovo in uomo e lo seppellì davanti alla laguna. Quando il paese si accorse della sua assenza, lo riesumò per dargli cristiana sepoltura, ma trovarono solo il suo sudario insanguinato. Da allora, Chico Largo aleggia per la laguna e può portare nel suo mondo chiunque sia tanto sfortunato da incontrarlo. Ma c’è di più: i nativi raccontano la leggenda del carro Nahua, pieno di fantasmi: se lo incontrate per le strade di notte, potreste essere presi dalle febbri o morire d’infarto. Beh certo, loro non conoscevano i carri e ne associavano il fragore a forze soprannaturali (e alla schiavitù). Ah, e se a Ometepe vedete gufi neri o farfalle nere e marroni, fate gli scongiuri: probabilmente sono incarnazioni del diavolo che vi porteranno solo guai.

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