Nicaragua/6: di fiumi, laghi e lentezza

L’umidità che mi avvolge in un abbraccio indesiderato, la provvisorietà delle abitazioni, poco più che quattro tavole di legno e un tetto di onduline, l’assenza totale di traffico e le persone che si muovono a passo ancora più rilassato, tutto cerca di suggerirmi che sono arrivato in un’altra parte del Nicaragua, e del mondo. Da Ometepe a San Carlos, sonnacchioso porto sul lago Nicaragua, proprio alla bocca del rio San Juan, il viaggio è epico e dura tutto il giorno, ma ha un pregio: dopo un traghetto, tre autobus e un taxi, è impossibile non sentire la distanza. Sono nella parte più selvaggia del paese.

San Carlos si presenta così, una manciata di case malferme intorno ad una vecchia fortezza di guardia ai pirati, ma ha carattere da vendere. Sul malecon affacciato sul lago che sembra il mare, i pescatori scaricano le loro prede e le donne lavano i panni a mollo nell’acqua scura, mentre i tanti ristorantini sparano musica a tutto volume di fronte a bambini che giocano a calcio. In questo hub dei trasporti locali ben tre porti servono destinazioni diverse. Gli orari dei mezzi pubblici sono una specie di segreto di stato, che vengono cambiati spesso, forse per paura che qualcuno li divulghi al mondo. La solerte impiegata dell’ufficio informazioni, ubicato a non più di 100 metri da ciascun molo partenze, non ne azzecca uno, le coincidenze sembrano fatte apposta per non coincidere e obbligare i turisti a lunghe attese sorseggiando una bibita davanti al lago e a ricordargli che il mondo non è mai completamente sotto il nostro controllo.

Ci sono pangas (piccole lance) che scendono il fiume, fino all’oceano atlantico, altre che collegano i piccoli insediamenti sul rio Papaturro (bel nome), altre che raggiungono le mitiche Solentiname, il remoto arcipelago di artisti rivoluzionari guidati dall’altrettanto mitico ex-prete Ernesto Cardenal, la cui pregiata teologia della liberazione è stata disprezzata da un papa polacco timoroso del comunismo, e confutata da un futuro papa tedesco poco esperto del sud del mondo. Ovviamente, vorrei andare ovunque, ma l’atmosfera languida è come una droga, e mi ritrovo ogni mattina a lottare con me stesso per trovare la combinazione di mezzi che non esiste, contemplando segretamente la possibilità di restarmene qui per sempre.

In uno slancio trovo le energie e parto per il rio San Juan, lungo l’antica rotta dei pirati prima e degli americani che volevano evitare il giro attorno a capo Horn poi. Per arrivare alla foce, a San Juan del Norte, sono almeno 12 ore di navigazione. Decido di fermarmi nel posto più famoso, El Castillo (3 ore), su una panga carica e scomoda all’inverosimile. Il viaggio lungo il fiume merita. Ci si immerge in un mondo acquatico, dove l’asfalto scompare e la gente vive in palafitte sulle rive, vicino alla terra fertile. La canoa sostituisce la bicicletta, la lancia l’automobile. Ovunque bambini allegri giocano nell’acqua vestiti, con l’aria di chi non ha bisogno di videogiochi. La mia piccola apocalypse now finisce davanti ad una maestosa fortezza antipirati, costruita su una collina di fronte ad un’ansa del fiume dove le rapide obbligavano le navi a rallentare. Il “paese” è una serie di palafitte intorno all’unica strada intorno alla collina, dove uomini e animali vivono in serena comunione, e sono entrambi gentili e amichevoli. Il caldo, l’umidità, il silenzio e la lentezza degli abitanti rendono il tutto un po’ surreale. Giustamente, nella mia ricerca di un letto mi imbatto in una pensione-fantasma con terrazza sul fiume, perfettamente arredata, a porte spalancate, dove sono l’unico cliente, e anche l’unica anima viva: a prezzo di grandi sforzi trovo due ragazzine truccate pesantemente, che mi sorridono e ammiccanti e mi danno una chiave (inutile, la porta non si chiude e non c’è nessuno). Al mio risveglio, sarà tutto di nuovo deserto e pagare sarà un’impresa. Probabilmente il negromante che gestiva l’hostal Melany aveva appena letto Lolita di Nabokov.

Purtroppo, meno di due mesi fa, l’uragano Oto è risalito dal caribe e si è abbattuto sulla foresta incontaminata che si estende ai lati del fiume, sradicando alberi e rendendo la navigazione lungo gli affluenti del rio San Juan molto difficoltosa. Naufraga così il mio tentativo di visitare la riserva naturale di Indio-Maiz dove in teoria doveva essere rimasto un bel pezzo di foresta primaria… ma per fortuna una simpatica guida alcolizzata, che come hobby agguanta caimani e serpenti a mani nude, mi porta a pagaiare sul vicino rio Juana, ed ho anch’io la possibilità di fare un piccolo safari. Il basilisco, lucertolone che attraversa i fiumi zompettando velocemente sull’acqua vale da solo il viaggio.

8

Di ritorno a San Carlos, forse ho trovato l’incastro: se parto per il villaggio sul rio Papaturro la mattina, posso tornare la mattina dopo e prendere la barca per le Solentiname il pomeriggio. La prima parte del programma gira a meraviglia: la panga questa volta è un barcone enorme che solca il lago a velocità testuggine (ha un motore ridicolo per la sua stazza) e porta i rifornimenti alle isolatissime comunità lungo il fiume. Ovviamente, a metà tragitto ci si ferma su un’isoletta per “pranzare” (sono le 10.30), ma io ho un mal di pancia tremendo e soffro in silenzio. Rimango stoico anche di fronte al destino avvero che fa rompere il motore e dobbiamo usare quello di scorta (“spostatevi tutti in fondo por favor, sennò l’elica non entra in acqua!”). Oto ha colpito duro anche Papaturro e la sua riserva naturale: manovrare la panga grande nei suoi stretti meandri pieni di alberi caduti è un po’ come parcheggiare la macchina a Milano all’ora di punta, ma con la differenza che si possono osservare iguane, bradipi e uccelli sui pochi alberi ancora in piedi.

All’arrivo, Murillo, la solerte guida del centro ecologico locale, mi apre gli occhi sulla mia finitezza: la panga del giorno dopo non esiste, e sono spiaggiato qui per due giorni. Il telefono è completamente muto, l’acqua è quella piovana, l’elettricità c’è solo qualche ora durante il giorno, quando vanno i pannelli. Però ho un dormitorio tutto per me, con una vezzosa zanzariera (alla sera le zanzare si potranno tagliare con il coltello), una candela per leggere, tanto tempo e tanto silenzio. Tutto sommato il medioevo tropicale non mi è dispiaciuto: ho conosciuto le fattorie che contrabbandano con il Costarica, i militari che mi controllavano i documenti ogni volta che mi vedevano, gli operatori di una troupe mandata a far conoscere ai nicaraguensi stessi questa parte del loro paese che ignorano, i bambini che vanno a scuola due giorni interi ogni due settimane, quando arriva il maestro, il piccolo parco pieno di animali e di zanzare, mi sono ripreso dal mio malessere, e ho imparato a rallentare un po’. Le Solentiname rimarranno sul taccuino delle cose da fare: ora è tempo di andare verso il mare.

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