Nicaragua/7: sua maestà il Caribe

Le coste caraibiche del centro america sono spesso un posto particolare. Un po’ perché qui gli inglesi volevano metterci il becco, e ci si piazzavano portando con se schiavi africani per i lavori pesanti, che poi si sono ritrovati ad essere minoranze anglofone in una zona latina; un po’ perché queste zone erano sovente lontane dalle fertili pianure dove gli spagnoli fondavano città, separate da foreste impenetrabili e paludi appiccicose; un po’ perché i nativi di queste zone non erano esattamente docili. Sta di fatto che, in Nicaragua, la costa del caribe è un altro mondo.

È tuttora difficilissimo arrivarci. Le due regioni autonome (Caribe Nord e Caribe Sud) sono enormi di dimensioni e povere di strade. A nord ce n’è una sola, lunghissima, punteggiata da villaggi e miniere, fino al nulla di Puerto Cabezas. A sud manca anche questa, e le uniche via di accesso sono solo il già citato rio San Juan e una strada asfaltata che, attraverso zone collinose, arriva ad El Rama, capitale dei nativi omonimi, a 50 chilometri dal mare. Percorro quest’ultima da San Carlos sul lago, sfruttando una perfetta combinazione di lentissimi chicken bus che attraversano villaggi dai nomi affascinanti: “Molo dei buoi”, “Faccia di scimmia”, mentre il colore della pelle dei nativi diventa sempre più scuro. El Rama, e tutta questa zona, non è esattamente un posto per signorine. Pericoloso no, anche se quando arrivo, dopo il tramonto, le vie buie mi inquietano leggermente; chiedo ad un taxi di portarmi ad un hotel ma proprio un tassinaro svogliato, insieme a tutti i suoi colleghi, mi sconsiglia di buttar via soldi per un tragitto così breve, e mi spiega il cammino, facendomi passeggiare al buio per qualche isolato. Va tutto bene, ma è domenica sera, e le opzioni per mangiare sono molto, molto limitate: sono aperte solo le rusticissime fritangas del mercato, dove l’unico utensile che mi viene consegnato per spolpare il mio pollo arrosto è un cucchiaio.

Alla mattina, El Rama sembra più amichevole, anche se ugualmente desolata: se non sei un rama, è difficile che diventi più di un posto di passaggio per andare altrove. Qui l’asfalto finisce, ma si connette al rio Escondido, il grande fiume che porta alla baia dove sorge la capitale della regione autonoma nord, Bluefields, un bel nome che sembra inglese ma che in realtà è deriva dal pirata olandese Abraham Blauvelt. Pangas veloci (che partono solo quando si riempiono) percorrono in un paio d’ore il tratto che manca all’Atlantico, in un viaggio divertente: la barchetta ha un motore potente e saltella veloce sulle acque piatte, surfa nei meandri del fiume tortuoso evitando le scie delle altre barche, due ragazzi si trasferiscono in corsa su un peschereccio con un abbordaggio piratesco. Sul percorso, lentamente, le acque si increspano e cormorani e aironi lasciano il passo a eleganti pellicani che planano a fil d’acqua.

Eccolo qui il caribe, e Bluefields si manifesta in tutto il suo splendore multietnico: nativi dalla pelle molto scura si confondono con mulatti di origini africane (per distinguerli devo guardare i capelli: lisci per i primi, crespi per i secondi), i soldati dell’esercito, massicciamente presente per contrastare i trafficanti di droga, hanno le facce tonde e piu’ chiare dei gruppi etinici che ho incontrato nell’ovest del paese, e allo spagnolo si affianca un inglese incomprensibile che mi ricorda le canzoni reggae o soca. La cittadina è una specie di capitale del nulla, abbastanza povera, piena di vita e priva di attrazioni, a parte un’inspiegabile chiesa morava: tra il parque central e il porto alcuni negozi soddisfano le esigenze dei locali e se ne fregano allegramente di quelle dei turisti, che qui comunque scarseggiano. Camminando in giro, scopro che i vari gruppi etnici se ne stanno divisi in quartieri ben separati e non è che vadano così d’accordo: gli atlantici vedono con un certo sospetto i “latini” che li governano, e hanno sempre fatto sentire il loro ruolo di minoranza etnica, anche contro la rivoluzione. Poco dopo il tramonto, verso le 18, tutti si riversano per le strade dopo il lavoro per mangiare e fare festa, ma alle 20 sembra già di stare in una città fantasma. Peccato non avere tempo, qui intorno ci dovrebbero essere baie e lagune paradisiache, se trovassi il modo di raggiungerle.

Le informazioni sulle barche in partenza e in arrivo sono, ovviamente, inesistenti e solo dopo una certa insistenza scopro che quella che interessa a me partirà solo tra due giorni. Mi rassegno a raggiungere la mia ultima meta con un borghesissimo (e carissimo) aereoplanino, prenotato, da vero signore, il giorno prima. Il mio viaggio si conclude sulle Corn Islands: due isolette nel bel mezzo dell’Atlantico, che dovrebbero rappresentare la quintessenza dei caraibi. L’avioneta della compagnia nazionale la Costeña in 20 minuti mi scaraventa a Great Corn, l’isola grande, che però tanto grande non è, visto che per azzeccare una pista d’atterraggio hanno dovuto deviare la strada principale. Ecco sì, qui è effettivamente il caribe come uno se lo immagina: stesso mix di nativi e africani di Bluefields, ma gente a piedi nudi per le strade, baracche da cui esce reggae a tutto volume, taxi senza targa che raccattano passeggeri per le strade, case colorate con porticati in legno e lussuosi hotel gestiti da stranieri vicino a spartani hostal gestiti da locali. Per fortuna l’isola famosa è l’altra, Little Corn, quella senza strade, tutta sabbia, con i fondali per fare snorkelling, saldamente in mano agli stranieri. Per spirito di contraddizione e per curiosità verso i locali, resto qui sull’isola “sfigata”; potrei visitare l’altra in giornata, ma gli orari della barchetta non sono molto comodi, e poi qui sto talmente bene che chi me lo fa fare di andare a incontrare altri turisti come me? Great Corn è divertente: ci sono spiaggioni infiniti tutti per te, dove ogni tanto passa un cavallo o un amichevole pescatore, il mare è cristallino come quello della Sardegna (che è un po’ il nostro caribe, solo che si mangia meglio), i bambini giocano in acqua vestiti dopo la scuola, e anche qui le chiese morave sono inspiegabilmente presenti. I ritmi sono molto, molto calmi e la gente accogliente senza essere invadente. Stranamente, l’isola è molto attenta all’ecologia, protegge le sue zone paludose e la loro biodiversità, e raccoglie la spazzatura: una rarità in un paese dove tutti buttano qualsiasi cosa dal finestrino. Un pazzo chiamato Rafael Trenor ha piazzato qui una piramide, che, insieme ad altre sette, formano il progetto “soul of the world”: rappresentano gli otto vertici di un cubo inscritto nel nostro pianeta, e ne canalizzano le energie positive.

Svaccato al sole, rifletto che è passato molto tempo dalla mia partenza, ed è ora di tornare: non essendo un amante dei viaggi ad oltranza, ho voglia di casa. E di cibo! Dopo aver spolpato 30 polli arrosto e aver mangiato quintali di riso e fagioli, sto morendo di voglia per una pasta. Non ho voglia di freddo e nebbia, e mi porterò un altro pezzo di latinoamerica nel cuore. Tornerò tra breve. Un saluto a tutti quelli che mi hanno seguito. Nei prossimi tempi scriverò, con calma, qualche post su altri aspetti del Nicaragua a complemento di questo diario di viaggio.

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