Nicaragua/10: Rivoluzione

In Nicaragua, la rivoluzione sandinista è ricordata ovunque: dai memoriali ogni incrocio ai murales, dagli slogan propagandistici alle vibranti parole degli anziani reduci di Leon. A volte ne ho sentito parlare con orgoglio e commozione; altre persone, invece, evitavano l’argomento. Un po’ come a Cuba, vicino alla retorica ho visto la povertà, evidente e pervasiva, anche se portata con dignità e allegria. Ne è valsa la pena? E quale sarebbe stata l’alternativa? Ma esattamente, cosa è successo? Me lo sono chiesto per un bel po’, poi ho cercato di capirlo, e ora ve lo racconto. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo o competente, anzi magari sarò impreciso, ma ci provo. E se avete intenzione di andare in Nicaragua, questa parte della sua storia non la potete ignorare.

Allora, iniziamo andando un po’ indietro verso la fine dell’ottocento. Nel centro america gli stati erano già quelli odierni, ad eccezione di Panama, che era ancora parte della Colombia. Poco più sopra, anche gli Stati Uniti erano già lì, belli e potenti, la guerra civile alle spalle: le tredici colonie avevano comprato la Florida dalla Spagna, le grandi praterie dalla Francia, e avevano strappato con una guerra al Messico una fetta immensa del suo territorio. Avevano aiutato Cuba a rendersi “indipendente”, salvo poi fare pratica di neocolonialismo manovrando dall’esterno i nuovi leader del neonato paese. Tutto questo per dire che in quella parte del mondo da un bel po’ bisogna convivere con un vicino potente e spesso molto arrogante che ha la tendenza a piazzarsi a casa tua e a dirti quello che devi fare. Questa teoria ha anche un nome: si chiama destino manifesto e auspica una naturale annessione/controllo dell’america da parte anglofoni perché loro, insomma, se lo meritano. E’ praticamente un loro diritto, perché sono er mejo. E’ quindi un bene per gli ispanofoni se vengono assoggettati, direttamente o indirettamente, perché così possono imparare concetti a loro sconosciuti come la democrazia e la libertà. Incidentalmente, sono convinto gli americani pensino ancora così, quando mettono l’embargo a Cuba o supportano i dittatori sudamericani che gli aggradano.

Gli americani, poi, avevano bisogno di un passaggio veloce via mare che collegasse le due coste, e quindi in Nicaragua erano di casa: risalivano il rio San Juan, arrivavano al lago Nicaragua, e poi erano solo una manciata di km da fare a dorso di mulo. Anzi, pensava ad un canale tra i due oceani che passasse dal grande lago. La scelta cadde su Panama (che fu fatta secedere ad hoc nel 1903 dalla Colombia, di cui era sempre stata provincia), ma per buona misura i marines dei paladini della libertà si piazzarono a comandare nel paese per più di 20 anni, dal 1912 al 1933, con la scusa di garantire la sicurezza degli americani e delle loro proprietà.

Avere gente in casa che ti dice cosa fare non è mai piaciuto a nessuno, men che meno al giovane Augusto Sandino, che, ispirato dalla rivoluzione messicana, decide di iniziare una sanguinosa guerriglia sugli altipiani per liberarsi degli yanquis. Salta fuori che Sandino è proprio bravo, riesce ad eludere ogni tentativo di cattura, ma allo stesso tempo è in contatto con la stampa internazionale, fa leva sul mai sopito rancore degli indigeni verso i conquistatori bianchi, e inizia ad attrarre anche le simpatie sovietiche. Dopo molti sforzi, e complice l’arrivo della grande depressione, gli Stati Uniti lasciano il paese nel 1933, e Sandino va a parlamentare con il presidente filoamericani sul futuro del Nicaragua. Dopo un’allegra cenetta, il presidente lo fa ammazzare insieme ai suoi generali, consegnandolo così al mito degli eroi giovani morti per una causa.

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Inizia quindi la dittatura filoamericana della famiglia Somoza, prima con Anastasio, assassinato dal giovane poeta Rigoberto Lopez a Leon nel 1956, poi con il figlio maggiore Luis, morto a 44 anni in circostanze dubbie, e infine con il figlio minore Anastasio jr, a partire dal 1967, dietro il paravento di finte elezioni. In questi anni, il rivoluzionario rock Carlos Fonseca fonda un movimento che si ispira a Sandino, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, o FSLN, che ha tra i suoi vari obiettivi la cacciata del dittatore e il ristabilimento della democrazia. Durante il terremoto che distrugge Managua nel 1972, Anastasio jr si appropria dei fondi della ricostruzione e arriva a vendersi il sangue per le trasfusioni, facendo decisamente arrabbiare il suo popolo. I sandinisti ringraziano per l’ondata di nuovi cospiratori, e iniziano ad aggiungere alla guerriglia eventi eclatanti come l’uccisione di un ministro e il sequestro degli ospiti della sua festa. Somoza dichiara la legge marziale, cancella la libertà di stampa e legalizza la tortura. I sandinisti hanno il supporto popolare anche quando scappano in esilio o vanno a Cuba ad addestrarsi per la battaglia finale. Che avviene nel 1979, dopo un tentativo insurrezionale l’anno precedente: gli USA tolgono il supporto ad Anastasio jr, cercano di evitare un governo di sinistra, i sandinisti dicono col cavolo che ci prendiamo un altro dei vostri e con un’offensiva finale congiunta, cacciano il dittatore, che cerca rifugio a Miami. Gli Stati Uniti però, non si vogliono sporcare le mani e gli negano l’ingresso.

Ma non è finita qui: non tutti i nicaraguensi accettano la rivoluzione, molti scappano all’estero e, ben armati e supportati dalla CIA e da Reagan, iniziano una guerra controrivoluzionaria (i contras), mentre gli Stati Uniti dichiarano l’embargo per far sentire il proprio dissenso ad un governo filosovietico. I sandinisti fanno le solite cose che i governi rivoluzionari fanno: alfabetizzano la popolazione, collettivizzano le risorse, favoriscono la cultura e i diritti umani e devastano l’economia, mentre i contras si impegnano a distruggere i progressi con azioni odiose contro scuole ed ospedali, violando ogni regola delle guerre “civili”. La guerra contro i contras è sanguinosa e porta ad uno stato di emergenza lungo sei anni, e il Nicaragua si trova ad essere una pedina insanguinata nello scontro tra USA e URSS.

A differenza di tanti altri rivoluzionari, però, i sandinisti non si inchiodano alla sedia e organizzano elezioni vere. Tanto vere che, nel 1990, le perdono e vanno all’opposizione, mentre un popolo sempre più stanco di guerra e nauseato dalla violenza chiede la pace. E la pace arriva: dopo tanto combattere, sembra che il “governo di unità e riconciliazione nazionale” funzioni. Il FSLN riprende il potere nel 2006 e governa tuttora il paese povero ma pacifico che ho visitato. I decenni di sfruttamento e di combattimenti hanno distrutto l’economia nicaraguense, ma, a differenza del Guatemala, non hanno tolto il sorriso dalla faccia di questi allegri campagnoli.

Le mie storie nicaraguensi finiscono qui. Ho un progetto per l’estate ma preferisco tenerlo ancora un po’ per me, per scaramanzia. Nel frattempo, nel caso vi fosse rimasto qualche dubbio, andate in Nicaragua! Gli abitanti di questo stupendo paese vi aspettano a braccia aperte: rispettateli e vi accoglieranno come una persona di famiglia.

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Nicaragua/9: trasporti (sull’acqua)

Nella parte di Nicaragua che non ha strade, il trasporto si svolge esclusivamente sull’acqua: decine e decine di fattorie e villaggi, ma anche capitali provinciali come Bluefields, non sono raggiungibili via asfalto ma esclusivamente usando il corso dei fiumi (o al massimo via aria, se c’e’ un piccolo aeroporto nella zona). Il servizio di navigazione diventa quindi l’unico garante degli approvvigionamenti e rifornimenti delle comunità, e un po’ come per i trasporti terrestri, ci sono varie opzioni. Ancora più che per i trasporti terrestri però, gli orari di barche & barchette sono sconosciuti a chiunque tranne che alle persone appollaiate sul molo, e in ogni caso pensati aborrendo il concetto borghese di coincidenza. In ogni caso, bisogna imparare ad aspettare.

La regina delle acque nicaraguensi è sicuramente la panga: una piccola imbarcazione dotata di panche o sedili, di un tetto per ombreggiare i passeggeri, e di una serie di tele cerate che si srotolano dal tetto in caso di pioggia. Esistono pangas rapidas, che vanno dal punto A al punto B senza interruzioni (più o meno), e pangas compartidas, che, simili agli autobus roteados, si fermano ovunque a raccattare gente. Sono tutte piene all’inverosimile e si muovono alla velocità consentita dal motore, che può essere molto bassa.

La prima che ho preso, sul rio San Juan, dal porto di San Carlos per El Castillo, era compartida, e ha impiegato tre ore e mezza per fare pochi chilometri. Alla partenza, il carico era tale che solo una spanna separava il bordo dell’imbarcazione dal filo dell’acqua, ma il panguero, serafico, continuava a imbarcare merci. Raggiunta (e superata) la capacità massima, si inizia con il rituale del giubbetto di salvataggio, che va messo quando si passa davanti alla fiscalissima guardia costiera e tolto subito dopo, per poi essere rimesso per qualche minuto davanti all’altra postazione della guardia all’arrivo. Ovviamente il giubbetto non si chiude, è della taglia sbagliata, e probabilmente è anche bucato. Ma va indossato lo stesso, sia per una questione di uniformità estetica, sia come rituale propiziatorio per il viaggio. La panga compartida ondeggiava come un pitone e zigzagava tra i due lati del fiume servendo tutte le comunità che hanno nel molo l’unico contatto con il mondo esterno, facendo quindi scuolabus e trasporto pendolari. E se i sedili sono finiti, pazienza, i nuovi passeggeri si accalcano in piedi da qualche parte. Fortunatamente, il fiume è calmo e la velocità moderata, quindi il contributo adrenalinico dell’esperienza è limitato, se si fa atto di fede di rimanere a galla.

Le lanchas sono delle pangas più grandi, ma di cui condividono la struttura: quella per Papaturro aveva il tetto di legno, su cui trovavano posto altre merci, una piccola di coperta a prua e delle scomodissime panche di legno con il corridoio in mezzo. La lancha caricava tutti i rifornimenti per il paesello isolato: due motociclette, detersivi, oggetti in plastica e metri cubi di bottiglie di birra (piene) all’andata; diversi quintali di banane e gli stessi metri cubi di bottiglie (vuote) al ritorno. Il motore era pesantemente sottodimensionato per un barcone di quella stazza, che si muoveva lentissimamente sul lago piatto, con un effetto ipnotico che mal si coniugava con la scomoditò della seduta. I passeggeri scafati hanno tirato fuori delle amache che hanno appeso nell’invidia generale, mentre a poppa una giovane ragazza con un fiore nei capelli sfoggiava uno sguardo talmente fiero che non poteva chiamarsi altro che Esmeralda. Alle 10.30 ci siamo fermati su un’isoletta sperduta nel lago per un po’ di riso e fagioli, imbanditi su una tavola vicina al molo, per spezzare il viaggio, e a due terzi del viaggio si è rotto il motore. Per fortuna, c’era quello di scorta, che però pescava male, quindi il timoniere ci ha vigorosamente richiamati tutti a poppa affinché il motore potesse spingere la lancha. I lancheros si sono poi esibiti in una serie di virtuosismi navigando in un fiume tortuoso pieno di alberi caduti, facendo “manovra” e aiutandosi con lunghi pali, mentre noi passeggeri contemplavamo bradipi e iguane sugli alberi.

Le pangas che vanno verso il mare, lungo il rio Escondido per la baia di Bluefields sono leggere e hanno un potente motore fuoribordo. Da ferme, ballano tremendamente, ma una volta in assetto di navigazione planano eleganti sul fiume, con la punta in aria e la poppa che salta sulle onde e sulle scie delle altre navi. Il pangaro, espertissimo, schiva a velocità folle i rami che escono dalle acque e derapa nei meandri come un Valentino Rossi qualunque. La panga ha poi affiancato un peschereccio in corsa e due ragazzi sono saltati sulla nave (senza corda, senza scarpe, senza appoggi) in piena velocità, e io mi sono improvvisamente sentito in un film di pirati.

Le pangas marine, come quelle che collegano Great Corn a Little Corn, sono simili a quelle fluviali, ma operano in condizioni molto più difficili. Io non le ho prese, ma ho visto il mare in tempesta e ho compatito chi lo ha attraversato su quei gusci di noce. Se c’è bonaccia probabilmente è una bella traversata di una mezz’oretta, ma ho sentito racconti agghiaccianti di quando affrontano il mare grosso, tra attacchi di panico e secchiate d’acqua che entrano dalla cerata. Il caso più estremo (che quindi mi incuriosisce) è una panga che affronta la navigazione nella costa tra San Juan del Norte e Bluefields: 3 ore in mare aperto surfando contro le onde che procedono in direzione contraria. Da tornarci solo per provarla.

Nicaragua/8: trasporti (sulla terra)

Viaggiare in Nicaragua è divertente perché il paese non è fatto per i turisti, e spesso per mangiare, dormire e spostarsi non ci sono alternative a quelle usate dagli autoctoni. Uno dei ricordi più belli che mi porto a casa è legato al mondo dei trasporti, che cercherò di descrivere in un paio di post. Oggi parliamo degli spostamenti via terra; la prossima volta di quelli sull’acqua.

E’ con un mezzo di trasporto che, a Managua, percepisco di essere atterrato in un altro mondo. Arrivando in ora tarda, avevo prenotato un taxi che mi portasse fino a Leon, la mia prima tappa. Alcuni amici mi avevano dato il numero di Luis Padilla, tassinaro professionista, che si presenta puntualissimo agli arrivi con un cartello con scritto “MARCOS”. E’ gentile, ma ha fretta. Dopo pochi convenevoli, accende la sua macchina potente e inizia con le sue accelerazioni disinvolte: slalomeggia a velocità folle sui viali della capitale come un novello Alberto Tomba, e superando a destra un camion ad un semaforo rosso, mi rassicura: “questo è un posto sicuro, non è che ti puntano una pistola al finestrino per rapinarti. Tu però tienilo alzato”. In effetti, i viali bui della capitale e le facce da tagliagole che emergono dalla fioca luce dei baretti non sono molto rassicuranti. Luis polverizza 100km di strade statali in poco più di un’ora, superando nel buio pesto camion, macchine, carretti e maiali.

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Il gran premio è stato divertente, ma costoso e generato dalla mancanza di alternative. Certo, si può sempre prendere in affitto una macchina: le strade non sono per nulla male, i costi non bassi ma affrontabili da un gruppo di 3-4 persone. L’unico problema è la parte caraibica, dove le strade non ci sono. Io però non avevo voglia di rinchiudermi in una scatola da solo per tutto il tempo, quindi ho scartato l’ipotesi. Se si è in molti si può prenotare uno shuttle privato che vi porterà dove volete (con costi europei, beninteso). Ma io ero solo, e volevo far finta di non essere un turista. E così ho scoperto i trasporti pubblici.

In Nicaragua non esistono treni, ma solo autobus, che arrivano ovunque e sono usati tantissimo dai locali. I turisti chiamano dispregiativamente quelli interurbani chicken bus, nome sommamente ingiusto. Io ne ho presi tantissimi, di tutti i tipi, ed è stata una delle esperienze più belle di tutto il viaggio: ve li consiglio caldamente, e cercherò di spiegarvi il perché.

– Sono economici. Molto economici. Un’ora di viaggio costa circa meno di un euro, e i viaggi più lunghi in questo piccolo paese non superano i 5. Ce ne sono di due tipi: i “roteados” (locali) e gli “expresos” (rapidi), leggermente più cari, ma leggermente più di nulla rimane ancora quasi nulla. Si viaggia quasi gratis.

– Sono colorati: se gli expresos sono simili ai pullman occidentali, giusto con i sedili un po’ sfondati, i roteados sono spesso ex scuolabus americani che hanno subito un restyling radicale: ogni parte è stata accuratamente decorata, colorata e resa funzionale per il viaggio: dai televisori a 35 pollici imbullonati sopra il guidatore, alle onnipresenti casse che allietano il viaggio; dai frequentissimi riferimenti biblici, perché il mezzo ha bisogno di tutti gli aiuti possibili per farcela, all’immancabile catenella sopra all’autista che attiva una sirena tipo petroliera a mo’ di clacson: è impossibile non vedere il sorriso fanciullesco del guidatore che gioca a fare il commodoro ogni volta che la suona. E se lo vedete afflosciarsi sul volante sotto il sole di mezzogiorno davanti ad una strada dritta, quando il bus non riesce a superare i 60 all’ora, state tranquilli: ha tutto sotto controllo.

La musica merita poi un capitolo a parte: non stop, ma a volume discreto, spazia dai Roxette alla cumbia, dalla musica ranchera (gettonatissimi i Los Temerarios) al revival anni ’90. L’epitome rimane il tamarrissimo Prince Royce che canta “soy un pasajero a destino ser feliz”. Visto che l’intero centroamerica si regge su questi mezzi, mi chiedo: ma quanti ne buttano via gli americani?

– Sono un ecosistema perfetto: scordatevi i nostri viaggi asettici, noiosi, silenziosi: i chicken bus sono una rappresentazione in miniatura dell’umanità (centroamericana). Oltre all’imperturbabile guidatore, l’altra figura chiave del mezzo è il cobrador, una specie di manager che riscuote i biglietti, ma soprattutto si assicura della buona riuscita del viaggio. Di aspetto vario, è riconoscibile dalla penna dietro l’orecchio e dai mazzi di banconote che tiene in mano. Non gli sfugge nulla: non affrettatevi a pagare, arriverà lui e vi darà il vostro biglietto, che dovrete restituirgli all’uscita; è l’unica persona che conosce gli orari precisi di tutti gli autobus e coincidenze sul tragitto (non vorrete davvero fidarvi di quelli appesi alla stazione, vero?), staziona sulla porta (aperta) dell’autobus per individuare e raccattare nuovi passeggeri, e, occasionalmente, fornire un servizio di ammortizzazione per le salite in corsa, aiuta vecchiette, fa alzare passeggeri per far posto ad anziani e donne incinte, a volte vende bevande che tiene in un enorme contenitore pieno di ghiaccio, organizza la gente che staziona nel corridoio a seconda della fermata e, all’occorrenza, li comprime, gentilmente ma con fermezza; insomma, è un tuttofare su cui si può sempre contare.

Avete fame? Tranquilli, ad ogni fermata grande saliranno sull’autobus venditori con cibo, noccioline, succhi di frutta, pane, tutto quello che volete (omaggio all’autista sempre garantito). Alle stazioni ciechi e storpi vi chiederanno qualche spicciolo dopo un discorso di grande dignità ed eloquenza, mentre altri personaggi vi proporranno tagliaunghie, forbicine, spazzolini da denti in offerta, penne, rimedi naturali contro “tumori e artrite” e l’occasionale predicatore vi ricorderebbe che solo Dio salva, se non fosse balbuziente (giuro).

I trasporti urbani sono invece garantiti, oltre che dai taxi che raccattano altre persone nel tragitto, da alcuni camion su cui si sale nel retro, ombreggiati da uno stiloso tendone di plastica. I prezzi sono veramente ridicoli e il cobrador qui si evolve in una figura appollaiata sulla scaletta per accedere al furgone, che si regge con una mano mentre con l’altra messaggia el amor de su vida.

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Sono scomodi, se non li si sa usare. Sempre arrivare in stazione una mezz’oretta prima della partenza. Così vi verrà garantito un posto che, seppure con un sedile più corto del mio femore, vi permetterà di stare abbastanza comodi. Perché un passaggio non si nega a nessuno, e il bus farà salire gente ad ogni fermata e mai, mai, negherà a qualcuno il suo diritto di viaggiare. E così può darsi che nella corsia tra i sedili la concentrazione umana arrivi a livelli superiori a quelli dei una metropolitana all’ora di punta, e da seduti dovrete incastrare la vostra testa tra i corpi di quelli in piedi (scordatevi di metterla sul poggiatesta, quello serve a dare l’equilibrio ad almeno tre persone). Eppure, per qualche strana violazione del principio dell’incompenetrabilità dei corpi, il cobrador riuscirà sempre ad estrarre la persona giusta alla sua fermata, e il venditore riuscirà sempre a passare con il suo secchio pieno di leccornie, e a tornare indietro. Se poi una mamma vi chiederà di prendervi uno dei suoi tre pupi in grembo, non vi preoccupate: è educatissimo e se volete potete divertirvi a giocarci, tanto non appena si agita la solerte genitrice se lo riprenderà con se’.

Questo sistema, solo in apparenza caotico, funziona in realtà come un orologio svizzero, giusto un po’ più lento: le coincidenze sono perfette e, sulle rotte maggiori, non aspetterete mai più di un quarto d’ora sulla strada prima che un cobrador vi individui e vi raccolga o vi dia indicazioni per arrivare alla vostra destinazione. Potrete conoscere un’umanità varia, umile ma sempre disponibile e gentile, che vi permetterà di capire il paese meglio di qualsiasi guida. E le uniche galline che ho mai visto su un chicken bus erano civilmente portate in un sacco di iuta, da cui spuntava solo la testa.