Nicaragua/8: trasporti (sulla terra)

Viaggiare in Nicaragua è divertente perché il paese non è fatto per i turisti, e spesso per mangiare, dormire e spostarsi non ci sono alternative a quelle usate dagli autoctoni. Uno dei ricordi più belli che mi porto a casa è legato al mondo dei trasporti, che cercherò di descrivere in un paio di post. Oggi parliamo degli spostamenti via terra; la prossima volta di quelli sull’acqua.

E’ con un mezzo di trasporto che, a Managua, percepisco di essere atterrato in un altro mondo. Arrivando in ora tarda, avevo prenotato un taxi che mi portasse fino a Leon, la mia prima tappa. Alcuni amici mi avevano dato il numero di Luis Padilla, tassinaro professionista, che si presenta puntualissimo agli arrivi con un cartello con scritto “MARCOS”. E’ gentile, ma ha fretta. Dopo pochi convenevoli, accende la sua macchina potente e inizia con le sue accelerazioni disinvolte: slalomeggia a velocità folle sui viali della capitale come un novello Alberto Tomba, e superando a destra un camion ad un semaforo rosso, mi rassicura: “questo è un posto sicuro, non è che ti puntano una pistola al finestrino per rapinarti. Tu però tienilo alzato”. In effetti, i viali bui della capitale e le facce da tagliagole che emergono dalla fioca luce dei baretti non sono molto rassicuranti. Luis polverizza 100km di strade statali in poco più di un’ora, superando nel buio pesto camion, macchine, carretti e maiali.

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Il gran premio è stato divertente, ma costoso e generato dalla mancanza di alternative. Certo, si può sempre prendere in affitto una macchina: le strade non sono per nulla male, i costi non bassi ma affrontabili da un gruppo di 3-4 persone. L’unico problema è la parte caraibica, dove le strade non ci sono. Io però non avevo voglia di rinchiudermi in una scatola da solo per tutto il tempo, quindi ho scartato l’ipotesi. Se si è in molti si può prenotare uno shuttle privato che vi porterà dove volete (con costi europei, beninteso). Ma io ero solo, e volevo far finta di non essere un turista. E così ho scoperto i trasporti pubblici.

In Nicaragua non esistono treni, ma solo autobus, che arrivano ovunque e sono usati tantissimo dai locali. I turisti chiamano dispregiativamente quelli interurbani chicken bus, nome sommamente ingiusto. Io ne ho presi tantissimi, di tutti i tipi, ed è stata una delle esperienze più belle di tutto il viaggio: ve li consiglio caldamente, e cercherò di spiegarvi il perché.

– Sono economici. Molto economici. Un’ora di viaggio costa circa meno di un euro, e i viaggi più lunghi in questo piccolo paese non superano i 5. Ce ne sono di due tipi: i “roteados” (locali) e gli “expresos” (rapidi), leggermente più cari, ma leggermente più di nulla rimane ancora quasi nulla. Si viaggia quasi gratis.

– Sono colorati: se gli expresos sono simili ai pullman occidentali, giusto con i sedili un po’ sfondati, i roteados sono spesso ex scuolabus americani che hanno subito un restyling radicale: ogni parte è stata accuratamente decorata, colorata e resa funzionale per il viaggio: dai televisori a 35 pollici imbullonati sopra il guidatore, alle onnipresenti casse che allietano il viaggio; dai frequentissimi riferimenti biblici, perché il mezzo ha bisogno di tutti gli aiuti possibili per farcela, all’immancabile catenella sopra all’autista che attiva una sirena tipo petroliera a mo’ di clacson: è impossibile non vedere il sorriso fanciullesco del guidatore che gioca a fare il commodoro ogni volta che la suona. E se lo vedete afflosciarsi sul volante sotto il sole di mezzogiorno davanti ad una strada dritta, quando il bus non riesce a superare i 60 all’ora, state tranquilli: ha tutto sotto controllo.

La musica merita poi un capitolo a parte: non stop, ma a volume discreto, spazia dai Roxette alla cumbia, dalla musica ranchera (gettonatissimi i Los Temerarios) al revival anni ’90. L’epitome rimane il tamarrissimo Prince Royce che canta “soy un pasajero a destino ser feliz”. Visto che l’intero centroamerica si regge su questi mezzi, mi chiedo: ma quanti ne buttano via gli americani?

– Sono un ecosistema perfetto: scordatevi i nostri viaggi asettici, noiosi, silenziosi: i chicken bus sono una rappresentazione in miniatura dell’umanità (centroamericana). Oltre all’imperturbabile guidatore, l’altra figura chiave del mezzo è il cobrador, una specie di manager che riscuote i biglietti, ma soprattutto si assicura della buona riuscita del viaggio. Di aspetto vario, è riconoscibile dalla penna dietro l’orecchio e dai mazzi di banconote che tiene in mano. Non gli sfugge nulla: non affrettatevi a pagare, arriverà lui e vi darà il vostro biglietto, che dovrete restituirgli all’uscita; è l’unica persona che conosce gli orari precisi di tutti gli autobus e coincidenze sul tragitto (non vorrete davvero fidarvi di quelli appesi alla stazione, vero?), staziona sulla porta (aperta) dell’autobus per individuare e raccattare nuovi passeggeri, e, occasionalmente, fornire un servizio di ammortizzazione per le salite in corsa, aiuta vecchiette, fa alzare passeggeri per far posto ad anziani e donne incinte, a volte vende bevande che tiene in un enorme contenitore pieno di ghiaccio, organizza la gente che staziona nel corridoio a seconda della fermata e, all’occorrenza, li comprime, gentilmente ma con fermezza; insomma, è un tuttofare su cui si può sempre contare.

Avete fame? Tranquilli, ad ogni fermata grande saliranno sull’autobus venditori con cibo, noccioline, succhi di frutta, pane, tutto quello che volete (omaggio all’autista sempre garantito). Alle stazioni ciechi e storpi vi chiederanno qualche spicciolo dopo un discorso di grande dignità ed eloquenza, mentre altri personaggi vi proporranno tagliaunghie, forbicine, spazzolini da denti in offerta, penne, rimedi naturali contro “tumori e artrite” e l’occasionale predicatore vi ricorderebbe che solo Dio salva, se non fosse balbuziente (giuro).

I trasporti urbani sono invece garantiti, oltre che dai taxi che raccattano altre persone nel tragitto, da alcuni camion su cui si sale nel retro, ombreggiati da uno stiloso tendone di plastica. I prezzi sono veramente ridicoli e il cobrador qui si evolve in una figura appollaiata sulla scaletta per accedere al furgone, che si regge con una mano mentre con l’altra messaggia el amor de su vida.

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Sono scomodi, se non li si sa usare. Sempre arrivare in stazione una mezz’oretta prima della partenza. Così vi verrà garantito un posto che, seppure con un sedile più corto del mio femore, vi permetterà di stare abbastanza comodi. Perché un passaggio non si nega a nessuno, e il bus farà salire gente ad ogni fermata e mai, mai, negherà a qualcuno il suo diritto di viaggiare. E così può darsi che nella corsia tra i sedili la concentrazione umana arrivi a livelli superiori a quelli dei una metropolitana all’ora di punta, e da seduti dovrete incastrare la vostra testa tra i corpi di quelli in piedi (scordatevi di metterla sul poggiatesta, quello serve a dare l’equilibrio ad almeno tre persone). Eppure, per qualche strana violazione del principio dell’incompenetrabilità dei corpi, il cobrador riuscirà sempre ad estrarre la persona giusta alla sua fermata, e il venditore riuscirà sempre a passare con il suo secchio pieno di leccornie, e a tornare indietro. Se poi una mamma vi chiederà di prendervi uno dei suoi tre pupi in grembo, non vi preoccupate: è educatissimo e se volete potete divertirvi a giocarci, tanto non appena si agita la solerte genitrice se lo riprenderà con se’.

Questo sistema, solo in apparenza caotico, funziona in realtà come un orologio svizzero, giusto un po’ più lento: le coincidenze sono perfette e, sulle rotte maggiori, non aspetterete mai più di un quarto d’ora sulla strada prima che un cobrador vi individui e vi raccolga o vi dia indicazioni per arrivare alla vostra destinazione. Potrete conoscere un’umanità varia, umile ma sempre disponibile e gentile, che vi permetterà di capire il paese meglio di qualsiasi guida. E le uniche galline che ho mai visto su un chicken bus erano civilmente portate in un sacco di iuta, da cui spuntava solo la testa.

1 thought on “Nicaragua/8: trasporti (sulla terra)

  1. Visto che l’intero centroamerica si regge su questi mezzi, mi chiedo: ma quanti ne buttano via gli americani?
    La so! Gli scuola bus vengono dismessi obbligatoriamente dopo 10 anni di servizio, oppure al raggiungimento dei 150 mila km. Vengono poi venduti all’asta, dove appunto i principali (forse unici) acquirenti sono i centroamericani, che una volta ritirato il mezzo, se lo portano a casa facendosi via terra il lungo viaggio di ritorno 🙂

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