Nicaragua/9: trasporti (sull’acqua)

Nella parte di Nicaragua che non ha strade, il trasporto si svolge esclusivamente sull’acqua: decine e decine di fattorie e villaggi, ma anche capitali provinciali come Bluefields, non sono raggiungibili via asfalto ma esclusivamente usando il corso dei fiumi (o al massimo via aria, se c’e’ un piccolo aeroporto nella zona). Il servizio di navigazione diventa quindi l’unico garante degli approvvigionamenti e rifornimenti delle comunità, e un po’ come per i trasporti terrestri, ci sono varie opzioni. Ancora più che per i trasporti terrestri però, gli orari di barche & barchette sono sconosciuti a chiunque tranne che alle persone appollaiate sul molo, e in ogni caso pensati aborrendo il concetto borghese di coincidenza. In ogni caso, bisogna imparare ad aspettare.

La regina delle acque nicaraguensi è sicuramente la panga: una piccola imbarcazione dotata di panche o sedili, di un tetto per ombreggiare i passeggeri, e di una serie di tele cerate che si srotolano dal tetto in caso di pioggia. Esistono pangas rapidas, che vanno dal punto A al punto B senza interruzioni (più o meno), e pangas compartidas, che, simili agli autobus roteados, si fermano ovunque a raccattare gente. Sono tutte piene all’inverosimile e si muovono alla velocità consentita dal motore, che può essere molto bassa.

La prima che ho preso, sul rio San Juan, dal porto di San Carlos per El Castillo, era compartida, e ha impiegato tre ore e mezza per fare pochi chilometri. Alla partenza, il carico era tale che solo una spanna separava il bordo dell’imbarcazione dal filo dell’acqua, ma il panguero, serafico, continuava a imbarcare merci. Raggiunta (e superata) la capacità massima, si inizia con il rituale del giubbetto di salvataggio, che va messo quando si passa davanti alla fiscalissima guardia costiera e tolto subito dopo, per poi essere rimesso per qualche minuto davanti all’altra postazione della guardia all’arrivo. Ovviamente il giubbetto non si chiude, è della taglia sbagliata, e probabilmente è anche bucato. Ma va indossato lo stesso, sia per una questione di uniformità estetica, sia come rituale propiziatorio per il viaggio. La panga compartida ondeggiava come un pitone e zigzagava tra i due lati del fiume servendo tutte le comunità che hanno nel molo l’unico contatto con il mondo esterno, facendo quindi scuolabus e trasporto pendolari. E se i sedili sono finiti, pazienza, i nuovi passeggeri si accalcano in piedi da qualche parte. Fortunatamente, il fiume è calmo e la velocità moderata, quindi il contributo adrenalinico dell’esperienza è limitato, se si fa atto di fede di rimanere a galla.

Le lanchas sono delle pangas più grandi, ma di cui condividono la struttura: quella per Papaturro aveva il tetto di legno, su cui trovavano posto altre merci, una piccola di coperta a prua e delle scomodissime panche di legno con il corridoio in mezzo. La lancha caricava tutti i rifornimenti per il paesello isolato: due motociclette, detersivi, oggetti in plastica e metri cubi di bottiglie di birra (piene) all’andata; diversi quintali di banane e gli stessi metri cubi di bottiglie (vuote) al ritorno. Il motore era pesantemente sottodimensionato per un barcone di quella stazza, che si muoveva lentissimamente sul lago piatto, con un effetto ipnotico che mal si coniugava con la scomoditò della seduta. I passeggeri scafati hanno tirato fuori delle amache che hanno appeso nell’invidia generale, mentre a poppa una giovane ragazza con un fiore nei capelli sfoggiava uno sguardo talmente fiero che non poteva chiamarsi altro che Esmeralda. Alle 10.30 ci siamo fermati su un’isoletta sperduta nel lago per un po’ di riso e fagioli, imbanditi su una tavola vicina al molo, per spezzare il viaggio, e a due terzi del viaggio si è rotto il motore. Per fortuna, c’era quello di scorta, che però pescava male, quindi il timoniere ci ha vigorosamente richiamati tutti a poppa affinché il motore potesse spingere la lancha. I lancheros si sono poi esibiti in una serie di virtuosismi navigando in un fiume tortuoso pieno di alberi caduti, facendo “manovra” e aiutandosi con lunghi pali, mentre noi passeggeri contemplavamo bradipi e iguane sugli alberi.

Le pangas che vanno verso il mare, lungo il rio Escondido per la baia di Bluefields sono leggere e hanno un potente motore fuoribordo. Da ferme, ballano tremendamente, ma una volta in assetto di navigazione planano eleganti sul fiume, con la punta in aria e la poppa che salta sulle onde e sulle scie delle altre navi. Il pangaro, espertissimo, schiva a velocità folle i rami che escono dalle acque e derapa nei meandri come un Valentino Rossi qualunque. La panga ha poi affiancato un peschereccio in corsa e due ragazzi sono saltati sulla nave (senza corda, senza scarpe, senza appoggi) in piena velocità, e io mi sono improvvisamente sentito in un film di pirati.

Le pangas marine, come quelle che collegano Great Corn a Little Corn, sono simili a quelle fluviali, ma operano in condizioni molto più difficili. Io non le ho prese, ma ho visto il mare in tempesta e ho compatito chi lo ha attraversato su quei gusci di noce. Se c’è bonaccia probabilmente è una bella traversata di una mezz’oretta, ma ho sentito racconti agghiaccianti di quando affrontano il mare grosso, tra attacchi di panico e secchiate d’acqua che entrano dalla cerata. Il caso più estremo (che quindi mi incuriosisce) è una panga che affronta la navigazione nella costa tra San Juan del Norte e Bluefields: 3 ore in mare aperto surfando contro le onde che procedono in direzione contraria. Da tornarci solo per provarla.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s