Senegal/1: l’Africa all’improvviso

Un paesaggio arido, color ocra. Dietro, la monocromia di una palizzata di legno, i tetti di alcune capanne e qualche albero spelacchiato. In primo piano, un carretto aperto che avanza lento su una strada sterrata, poco più di un pianale trainato da un cavallo magro, anche lui color ocra. Sul carretto, donne dalla pelle scura, avvolte in vestiti coloratissimi, lunghi, le teste avvolte in panni svolazzanti, salutano la persona che le sta fotografando. Del cocchiere si vede solo un braccio, che regge un bastone, forse è un maschio, ma non si capisce. Sulla strada, un’altra donna, in vestiti se possibile ancora più colorati, osserva la scena.

Questa immagine ha rappresentato per me negli ultimi anni l’Africa nera. E’ la copertina della guida routard del Senegal, edizione francese, acquistata chissà dove, che da tempo attende paziente, insieme a tante altre, rapite a casa mia e abbandonate, di essere usata. Mais, pourquoi, le Sénégal? Bella domanda. L’Africa nera, subito dopo all’America latina, e insieme al medio oriente, mi ha sempre incuriosito. Ne ho un’unica esperienza, ormai piuttosto remota, grazie ad un amico volontario in Zambia, che ho avuto la fortuna di poter raggiungere, per vedere i progetti in cui era coinvolto, e lanciarci in un improbabile road trip attraverso il paese con uno scuolabus scassato. Destinazione: cascate Vittoria. Non lo ringrazierò mai abbastanza. Ma avevo poco più di vent’anni, i capelli lunghissimi e del mondo non avevo visto praticamente nulla. In seguito, ho scoperto la mia vocazione nomade, mi sono tagliato i capelli, ma non sono più tornato in Africa.

Perché? Primo, perché il mio lavoro mi portava verso l’America del nord, e il mio istinto verso l’America del centro-sud. Poi, perché ho iniziato a collaborare con Vagabondo, che di Africa ne fa poca, e con loro ho esplorato altri continenti. Sì ma, perché proprio il Senegal? La risposta di testa è perché è Africa facile: ci sono strade, un governo stabile, criminalità limitata. Infrastrutture decenti e gente amichevole, stretti tra il Sahara e le foreste tropicali. La risposta di pancia sta tutta in quella foto, che mi ronza in testa da anni.

Complice un inaspettato vuoto lavorativo e una decisione molto poco programmata, eccomi improvvisamente in partenza. Sono discretamente agitato: questo è un continente difficile dove muoversi zaino in spalla. I mezzi pubblici sono inesistenti, è impossibile eludere l’impressione di essere un forestiero danaroso, e, guarda un po’, in mezzo al Senegal si è piazzato uno staterello minuscolo, che taglia in due il paese e rende l’accesso alla parte sud, la Casamance, un incubo logistico. Insomma, è pur sempre Africa. E questa volta senza paracadute.

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NB: Per i puntigliosi, quando parlo di Africa qui intendo l’Africa subsahariana. Ho avuto la fortuna di visitare molte volte negli ultimi anni il Nordafrica, ma è proprio un’altra cosa.

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