Raccontini Brasiliani /3: La volta in cui mi sono sentito brasiliano

Il programma era semplice: ultima mattinata in spiaggia, doccia veloce, lasciare la camera e via da praia da pipa, bella e finta, verso posti più a sud, speriamo più incontaminati. Per risparmiare tempo vado alla spiaggia più vicina, una lunga distesa di sabbia fine con cavalloni impetuosi, perfetti per fare surf. Meno per fare il bagno, ma con solo due ore bisogna ottimizzare. La parte razionale del mio cervello macina orari, calcola traiettorie ideali e elimina tempi morti. Tutto preso in queste attività, non registro il nome della spiaggia, che sarebbe inesorabilmente diventato segno: praia do amor. Ci si accede dalla cima di una scogliera sabbiosa; di solito, per scendere, i proprietari dei chioschi installano scalinate più o meno pericolanti, ma qui un sentiero sfrutta il naturale degradare della costa, infilandosi in un ampio canalone. Proprio all’imbocco del sentiero è apparsa. Ha un copricostume bianco, i capelli neri, lunghi e mossi, scompigliati dal vento, gli occhi scuri, e sorride. La vedo solo di tre quarti, mi sta davanti e scende con agilità. Ha i piedi nudi ma sembra volare sui gradini, quasi senza toccare il suolo, eppure non è esile. Dopo aver superato due turiste che scendono contratte e impaurite, le ringrazia aggiungendo qualche parola di incoraggiamento. Le tengo dietro, a fatica, nonostante io abbia le scarpe. Arriviamo in fondo, ci incamminiamo. Io ho poco tempo, non voglio allontanarmi, la spiaggia è lunghissima e deserta. Lei si toglie il copricostume. Ha un bikini colorato, ma non di quelli sfrontati che in Brasile indossano anche le signore di mezza età, il sedere tondo, sicuro indicatore di chi apprezza la tavola è ben coperto, un filo di pancetta trema al ritmo dei passi svelti. Le sono a fianco, a qualche metro di distanza, il vento sferzante copre ogni rumore mentre i colori del paesaggio brillano sotto il sole caldo. Ci muoviamo velocemente. La mia attenzione è completamente assorbita dalla sua presenza, molto probabilmente lei pensa al mare e al vento. Io accenno una deviazione verso la sabbia asciutta – lei mi può vedere, chissà, forse si fermerà, è così raro vedere una ragazza da sola da queste parti, stenderemo l’asciugamano vicini e inizieremo a chiacchierare con una scusa. Lei tira dritto. Dovrei seguirla? In altri tempi mi sarei buttato sulle sue tracce come un segugio, inseguendo un’esile possibiltà di abbordaggio. Questa volta continuo la mia deviazione, mi sdraio sulla spiaggia, e la vedo diventare sempre più piccola fino confondersi con il paesaggio. Non è stato un rigurgito di razionalità che ha illuminato l’evidente assurdità della situazione a farmi cambiare idea – ciao piacere sei carina probabilmente anche simpatica simpatica io tra due ore devo partire e non ti rivedrò mai più però ci tenevo a fare due parole lo stesso – tutt’altro. Ho voluto che questa possibilità mi sfuggesse tra le dita come la sabbia della spiaggia, per poterci ritornare con il pensiero in futuro. Per poter pensare a tutto quello che non è stato e che non poteva essere, distillare la possibilità di un istante in infiniti momenti di saudade per la praia do amor. In quel momento mi sono sentito un po’ brasiliano anch’io.
   
    
 

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Raccontini Brasiliani /2: la fermata dell’autobus

Ci sono momenti in cui un’immagine, un concetto che fastidiosamente è sfuggito per molto tempo si svelano nella loro nitidezza: gli elementi erano già tutti lì, ma mancavano i dettagli, l’armonia, il senso. Forse è, in piccolo, quello che provano i mistici quando parlano dell’illuminazione, o i matematici quando hanno l’intuizione risolutiva con cui dimostrare un teorema. A me è successo alle 13.54 di domenica 16 agosto 2015, ad una fermata dell’autobus, a Goianinha. Dov’è Goianinha? Fino all’altro giorno, lo ignoravo. E non è che le mappe siano di aiuto, visto che non è nient’altro che un buco, ma con una fortuna: trovarsi ad un incrocio strategico. Da nord a sud infatti scende l’autostrada BR101, la be-ehi come la chiamano i brasiliani, che attraversa il Brasile intero da nord a sud, per quasi 5000km. Fossimo in America, le avrebbero dedicato canzoni, storie, leggende; qui no, la poesia viene risparmiata per cose più serie, come la saudade, la natura e le donne: le strade alla fine servono solo per spostarsi. La BR corre parallela alla costa e, proprio all’altezza di Goianinha, si stacca una strada a fondo chiuso piena di buche che porta all’incantevole colonia argentina di Praia da Pipa. Ne consegue che una persona che voglia andare da Pipa a qualsiasi altro luogo di questo pianeta, come me, deve per forza passare da Goianinha. Io ci arrivo dopo un’oretta in uno scassatissimo van pieno di famiglie che tornavano dal mare, nonni e poppanti uniti in una globale epopea proletaria senza distinzioni di mare o colore della pelle. Il silenzioso e gentilissimo cobrador dai capelli argentati e dalla faccia di pietra mi indica come proseguire: scavalca la be-ehi con una passerella, e troverai una fermata dell’autobus. In effetti, ha ragione. Quello che ha dimenticato di aggiungere è l’enorme atto di fiducia spesso necessario per spostarsi in questa parte del mondo: la fermata dell’autobus dice, semplicemente, che lì si ferma un autobus. Abbagliato dalla cristallina logica di questo segno, le mie domande da europeo piccolo borghese sembrano improvvisamente assurde: quale autobus passa? e quando? Mi siedo, e aspetto. Poi, ho una soffiata da un informatore che me lo da’ per le 13.30, manca poco più di mezz’ora. Butto lo zaino sulla panchina, il sole picchia dallo zenit ma per fortuna una tettoia offre una tregua, mentre il vento solleva la sabbia che invade la strada. E’ domenica e Goianinha dowtown è morta, solo un piccolo supermercato e la pompa di benzina danno segni di vita. Un’umanità varia arriva lentamente, in silenzio, come lasciata cadere da un contagocce, e in silenzio se ne va. Alcuni si siedono sulla mia panchina, con l’espressione paziente degli ultimi. Qualcuno più tamarro sente musica dal cellulare. Le ragazze vestite a festa stanno attente a non sporcarsi i piedi con il fango e la polvere. Passano delle signore in carne, dopo poco tornano con i sacchetti della spesa. Ragazzi attraversano l’autostrada senza usare la passerella, scavalcando le barriere di cemento. Una macchina parcheggiata ha una specie di rimorchio con una grossa gabbia piena di galline. Dopo una mezz’oretta un tipo esce dal nulla, sale e mette in moto. Una macchina bianca si ferma e il guidatore mi chiede dove sto andando, vuole rendersi utile. Gli dico la mia destinazione. Lui annuisce con aria grave e dice “sì è il posto giusto”, e se ne va. Un taxista accosta, attacca bottone e mi informa che il mio autobus non sarà qui prima di due ore; sono già passati 15 minuti dall’orario della soffiata, mi sa che ha ragione. Si offre di portarmi allo stesso prezzo del bus – se trovo altre due persone. Gli vorrei dire “rapaz, ma hai visto dove siamo? Mancano solo le balle di fieno che rotolano sotto il sole”, ma lui continua a sorridere. Passa un carretto – poco più di un pianale – carico di fieno, trainato da un cavallo marrone. Il contadino è a torso nudo, dello stesso colore del cavallo, e non muove un muscolo. Tutto è immobile, l’aria bollente, polverosa. Io sto bene, e arriva l’illuminazione. Non mi chiedo cosa stia facendo lì, in ferie. Sto aspettando l’autobus dopo essere tornato dalla spiaggia, come quelli che mi circondano. Non mi sembra di star perder tempo, al contrario. Mi sembra di essermi fuso con il paesaggio, con la flemma delle persone senza nome che mi circondano. Penso che quell’attesa speranzosa sotto la panchina mi sta insegnando molto di più sul Brasile delle stupende viste di Rio o delle cascate di Iguaçù: senza un’immersione nella lentezza e nella fatalità il sudamerica diventa un parco giochi per bambini viziati. Dell’autobus neanche l’ombra, ma in compenso sbuca dal nulla una coppia di brasiliani. Dobbiamo andare nello stesso posto. Pedro, il taxista, aveva ragione, accidenti. E infatti ricompare e torna all’attacco. Ok, hai vinto. Dall’illuminazione all’improvvisazione, partiamo.

   
   

Raccontini Brasiliani 1: il Brasile è acqua

Primo di tre racconti abbastanza melensi, ispirati dai miei giorni in terra brasiliana.

Os homens da terra (que sabem os homens da terra?) dizem que são os raios da lua sobre o mar. Mas os marinheiros, os mestres de saveiro, os canoeiros riem dos homens da terra que não sabem nada. Eles bem sabem que são os cabelos de Iemanjà, que vem olhar a lua. (J. Amado)

  Vi vedo, vi vedo, tutti con i vostri ditini alzati a puntualizzare, cangaçeiros nascosti nel sertão, fazendeiros e sem terra che litigate per un pezzo di caatinga, mineiros delle colline rocciose, funzionari del planalto centrale, che dite in coro: ma qui è tutto secco! E’ inutile. Siete in netta minoranza. Il Brasile vive sull’acqua. Dolce o salata, poco importa: la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è schiacciata sulla costa o allungata su fiumi grandi come laghi. Se Salvador flirta con la sua baia, e le dà il nome “di tutti i santi” perché troppo grande per essere dedicata ad uno solo, Rio fa invece la donna volubile, entra nella costa impetuosa con i suoi morros aguzzi, per poi ritrarsi a formare spiagge di sabbia bianca, ad uso dei bohemien dei grattacieli e di chi scende dalle colline per sbarcare il lunario, che il mare è di tutti, ricchi e poveri. Se l’indomito esploratore che si è spinto nell’interno del continente per imbattersi nel rio Iguaçù e nelle sue cascate ha esclamato “madre de dios, quanta agua!” non può essere un caso: anche qui, lontano dall’Atlantico, placide pianure allagate si gettano improvvisamente nel vuoto e fanno sentire il loro rombo per tutto il Paranà. E’ chiaro, è evidente! E se non siete ancora convinti, cosa mi dite allora delle civiltà fluviali, che solo le strade d’acqua strappano alla giungla, dove l’asfalto non può arrivare: barche come automobili, canoe come biciclette, fino al punto in cui l’acqua dolce cede il passo a quella salata, la palma alla mangrovia contorta, e le maree, non più le piogge, decidono i livelli delle acque? Uomini d’acqua, pescatori, barcaioli, marinai, semplici traghettatori, a piedi nudi, la pelle cotta dal sole e lo sguardo umile di chi sa di non essere padrone del proprio destino. Acqua piovana che passa tra le sabbie dei lençois e arriva, pura, a formare pozze cristalline; acqua mistica, per lavare la chiesa di nostro Signore del Bonfim e per celebrare la mãe-de-agua, Iemanjà, la dea africana che, trascinata contro il suo volere sulle coste brasiliane insieme ai suoi figli schiavi, si è adeguata ad essere chiamata madonna dei naviganti pur di mantenere il suo vestito bianco e azzurro di mare e acqua; acqua preziosa, da raccogliere nelle cisterne sui tetti delle case nelle favelas, perché quando c’è siccità non la tagliano certo ai quartieri dei ricchi; acqua che idrata dopo le copiose sudate tropicali, meglio se trasformata in cerveja o caipirinha. Sissignore, qui lo dico, e l’ho dimostrato: il Brasile è acqua.

   
  

    
 

La Isla Grande. 5. Centro Habana

Non so come mai Centro Habana sia il mio quartiere preferito. Forse perché dopo le stradine fatiscenti e le piazze plasticose di Habana Vieja qui sembra di essere nel mondo vero, nel cuore di una città europea à la Haussmann: larghi boulevard alberati e un reticolo di strade intasate di traffico e di gente. Vale la pena girellare senza meta e osservare la gente che prende l’autobus, fa la spesa, va in banca e al cinema, godere dell’atmosfera animata e popolare, immersa a bagnomaria nella decadenza, tra sontuosi edifici art nouveau attraversati da crepe profonde e ricoperti di muffa. Le vecchie macchine americane e le facce mulatte completano l’atmosfera da macchina del tempo tropicale che mi ha fatto innamorare.

La maggior parte dei musei della capitale è in questo quartiere. Sono quasi tutti enormi, nuovi, luccicanti e vuoti nonostante i prezzi simbolici (per i cubani), e stridono con l’aspetto provvisorio di quanto li circonda: il museo delle Belle Arti ha addirittura una sezione modernissima, tutta vetro e acciaio, per l’arte cubana, e un pettinato palazzo neoclassico per l’arte internazionale. Non manca l’ironia: il museo della rivoluzione è allestito nel palazzo dell’ex-dittatore rovesciato, con i fori delle pallottole ben visibili nei marmi sfolgoranti. Se dovete sceglierne uno, andate qui, illustra perfettamente le contraddizioni della Cuba socialista: se le ricostruzioni della rivoluzione sono appassionanti e accurate, la descrizione della cuba post-rivoluzionaria è talmente finta da risultare esilarante: un paese perfetto, dove tutti i problemi, dalle carestie alle epidemie, sono attribuiti ad occulte interferenze imperialiste, in puro stile sovietico. Certo, ci sarebbe molto da dire sulle ingerenze americane nei confronti dell’isola rebelde, ma qui gli Stati Uniti diventano un fantastico capro espiatorio universale su cui scaricare ogni fallimento.

Rarissimo vedere un cubano nei musei. In compenso, ogni sala ha un impressionante numero di assistenti, che si risvegliano dal loro sonno (letteralmente) quando passeggio tra le sale, e iniziano a seguirmi ossessivamente, a guidarmi nell’itinerario cacciando un urlo ogni volta che sbaglio sala… hanno paura che distrugga qualcosa? Devono farsi vedere operosi davanti ai servi del capitale? Ogni tanto, qualcuno tra le decine di attendenti che strappo dal torpore è curioso, e mi chiede dell’Italia di come si possa vivere in un paese con l’inverno.

Ah, se siete da queste parti non mancate una visita alla fabbrica di sigari Partagas: l’economia cubana si regge per un buon 20% sull’esportazione dei puros, come li chiamano qui, e sono amati alla follia dai locali. Attenzione a non beccarla nei periodi di chiusura, quando ai lavoratori vengono date molte settimane di tregua dal loro massacrante lavoro, così pericoloso per la colonna vertebrale.

Alla Partagas ho imparato un sacco di cose interessanti: che in ogni fabbrica si producono tutti i tipi di sigari, a rotazione, con gli operai che imparano la produzione di una marca per qualche settimana, poi cambiano. Che ogni tipo di fermentazione e ogni mix di tabacco sono leggermente diversi, e i veri gourmet del tabacco ne gustano le sfumature. Che le fabbriche cubani sono una finestra aperta sul XIX secolo: gli operai siedono su un banchetto di legno e preparano i sigari a mano per 8 ore al giorno, in assenza totale di tecnologia, nell’afa alleviata da grossi ventilatori; che una volta alla settimana si lavora con la musica e un altro giorno agli operai viene letto il “giornale” (cioè il foglio di propaganda del regime). Ogni operaio ha diritto poi ad un certo numero di sigari “per consumo personale”, che però posso comprare in nero. Con una piccola commisione della guida, ovviamente.

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La Isla Grande. 4. Casas particulares

A Cuba non ho quasi mai dormito in alberghi. Quelli statali sono squallidi e anonimi, quelli storici affascinanti, ma cari come il fuoco; e poi, il lusso non fa per me. In compenso, da qualche anno il governo ha permesso ai cubani di ospitare i turisti nelle loro case. Mi e’ subito piaciuta moltissimo l’idea di condividere la vita quotidiana degli autoctoni, molto meglio che non rinchiudermi in una struttura pensata espressamente per i turisti. Le consiglio senza compromessi, anche se gli standard di qualità sono molto variabili: spesso la biancheria è quella che passa il governo, con lenzuola semitrasparenti e asciugamani di cartone. A volte sono appartamenti, sempre un po’ vecchio stile, a volte graziose case coloniali con giardino e immancabili sedie a dondolo nel patio, tutte devono esporre all’esterno il simbolo legale, di colore diverso per chi ospita cubani o turisti.

La prima casa l’ho trovata su internet dall’Italia. Tutte le altre con il passaparola. Il dueño della casa, il giorno della partenza, inesorabilmente chiederà “e ora dove vai?” e, qualunque sia la risposta, dirà: “che combinazione, ho un amico/conoscente/parente/cuggino di quarto grado che affitta una stanza proprio lì! Te lo chiamo?”. Questa piovra isolana funziona molto bene: di solito i proprietari di case belle e curate hanno amici con case simili. Se poi all’arrivo la casa non mantiene le promesse, basta andarsene (o abbassare pesantemente il prezzo pattuito), sin compromiso. Però vuoi mettere che bella la sensazione di scendere dal bus in una città sconosciuta ed essere accolti da una signora di mezza età, con il tuo nome scritto sgrammaticato su un pezzo di cartone, che ti dà il benvenuto?

Quando la prima sera all’Avana arrivo da Maria Elèna il fuso mi manda al tappeto dopo un breve scambio di convenevoli. Quando alla mattina mi sveglio presto, trovo una ragazzina seminuda in cucina, che senza battere ciglio mi avverte che non c’è acqua. Riempie un barattolo di yogurt da una pentola piena e si lava la faccia.

Altre due lezioni di cubanismo. 1) Fatalismo: il mio progetto doccia, come capiterà spessissimo nel viaggio, deve attendere, modificarsi, e la capacità di adattarsi diventerà essenziale. 2) Ospitalità cubana: se sei in casa, sei di casa. La padrona di casa – madre della ragazzina si scusa con un diluvio di parole e mi spiega che c’è un interruttore comune a tutto il palazzo che salta; è gestito da quelli del piano di sotto, che si dimenticano spesso di riavviarlo. Perché non si lavano, aggiunge. “Son cochinos”.

Maria Elèna è un bel personaggio: quarantenne belloccia, due figli ma nessun marito, affitta camere e si lamenta dell’esoso fisso mensile che deve versare allo stato, della che polizia controlla continuamente i documenti e dei clienti che tornano a casa ubriachi e accompagnati da prostitute. La sua casa è dotata di tutti i confort, e il nome italiano del figlio piccolo mette un sospetto sulla provenienza dei finanziamenti. Abituata ad un alto tenore di vita, è cordiale e calorosa, e passa la sua giornata a chiacchierare al telefono con amici e conoscenti. L’atmosfera non è esattamente riposante, ma più che un ospite pagante mi sento un membro di un’enorme famiglia allargata, ed essere lontano da casa mi rende automaticamente bisognoso di affetto, oltre che di alloggio.

Al mio ritorno all’Avana, un mese dopo, Maria Elèna mi vedrà dalla terrazzo e mi urlerà il bentornato sbracciandosi. E a me sembrerà di essere tornato da una vecchia amica.

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La Isla Grande. 3. Habana Vieja: l’entropia vince sempre

L’Avana è una città antica, fondata dai conquistadores spagnoli, che arrivarono a Cuba nel 1519, poco dopo essere incocciati nell’isola vicina, Santo Domingo. Su una baia riparata costruirono un porto, un paio di forti e un primo insediamento, diventato oggi centro storico: il quartiere di Habana Vieja. Da non confondersi con il quartiere impropriamente chiamato Centro Habana (nulla è come sembra), dove alloggio, espasione ottocentesca di una decadenza fascinosa; ancora più in là, l’antica riserva di caccia del Vedado, ora quartiere moderno, dove sorgono alberghi storici e locali notturni. Centro Habana e il Vedado sono racchiusi in un abbraccio protettivo dal Malecòn, il lungomare più famoso del mondo, spruzzato dalle onde dell’oceano per la gioia dei fotografi. Tutto intorno, una vastissima periferia urbana affollata da quasi tre milioni di persone.

Nel terso mattino tropicale la mia curiosità viene travolta da tonnellate di marmo, abbacinanti nel sole: la fontana della India, il maestoso hotel Inglaterra (ottima la colazione), le statue di sconosciuti eroi cubani, il Teatro Nacional dove si esibì Eleonora Duse, un trionfo di statue angeliche. E il Campidoglio! uguale a quello di Washington (anzi, un po’ più alto). Il simbolo statunitense per eccellenza nel cuore della Isla Rebelde! Tutto intorno per fortuna pulsa il mondo latino: autobus scassati si arrestano a fermate invisibili, macchine vecchissime intasano le strade e una discreta movida gay affolla i dintorni. Bienvenido a Cuba.

Di fronte all’hotel Inglaterra inizia Habana Vieja, con il suo ingresso più ovvio: calle Obispo, una versione cubana delle vie dello shopping occidentali, satura di negozi, bar e turisti. Sicura, tirata a lucido, edifici coloniali con fiammanti intonaci color pastello, restaurati di fresco con i fondi dell’UNESCO, i cubani la chiamano “calle proibida” per i prezzi esorbitanti. Qui eroiche quadre di operai si affannano a puntellare, ricostruire, aggiustare, riverniciare, si oppongono strenuamente all’umidità del Caribe che tutto divora e ammuffisce. I balconi in ferro battuto sono lucidi, i colori sgargianti, i negozi ordinati e i mercatini puliti. A qualcuno piacerà l’effetto complessivo ma io lo trovo plasticoso.

In un locale pieno di atmosfera ma dal nome inquietante (“la lluvia de oro”) un gruppo suona quello che i turisti vogliono sentire, son cubano a buon mercato e un distinto avventore usa il russo che ha imparato in Unione Sovietica (non: in Russia) con i turisti. Calle Obispo è affollata da inglesi e scandinavi a cui non sembra vero di vedere il sole e poter scoprire la pelle bianca, olandesi dalla faccia inespressiva, italiani rumorosi, frotte di canadesi, qualche raro americano che forse non si è ancora reso conto della rivoluzione e sfoggia completo di lino e panama. Come topolini in un labirinto di cui vogliono solo trovare l’uscita, sono tutti qui, affollati nelle piazze restaurate e nei locali storici: se Hemingway sapesse cosa ha generato la sua famosa frase (mi mojito en la Bodeguita, mi daquirì en el Floridita), se la rimangerebbe all’istante.

Per fortuna, vale sempre il lapidario secondo principio della termodinamica: in un sistema isolato, il disordine, che i fisici chiamano entropia, è destinato ad aumentare. E’ possibile che da qualche parte esista dell’ordine, ma questo deve essere compensato da un aumento maggiore di disordine da qualche altra parte.

A due isolati di distanza, l’altra faccia dell’Avana, neanche tanto nascosta, fa tornare i conti e stordisce senza compromessi: le strade si riempiono di buche, la gente ozia sugli usci o fa la coda in tristissimi negozi semivuoti, bancarelle improvvisate vendono cianfrusaglie tra bambini che si lanciano palle da baseball ed escono da scuole di quartiere con fazzoletti rossi al collo. I palazzi sono decadenti come un libro di Huysmans, puntellati con grossi pali di legno, con intonaci corrosi dall’umidità, vestigia di un passato fastoso che l’economia rivoluzionaria non riesce più a mantenere, resistono a fatica contro il tempo, così come le persone che li abitano combattono una guerra quotidiana per sopravvivere. E’ questo il vero sforzo sovrumano per contrastare l’inevitabile avanzata dell’entropia tropicale.

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La Isla Grande. 2. Tre lezioni per iniziare

Il viaggio verso il sole dei Caraibi inizia molto prima dell’alba in un nebbione padano, con la sagoma di un bus che appare in un anonimo parcheggio a un gruppo di viaggiatori assonnati e infreddoliti. Il nebbione ci prova, ma non ce la fa. Il volo per Madrid ha molto ritardo, ma qualche volontà superiore si assicura che riesca a posare le mie chiappe sul boeing panciuto che mi porterà all’Avana. E’ ora di pagare il prezzo del viaggiare soli: spavento, cambiamenti di umore e la fortissima sensazione di fare una grande cazzata. Per fortuna l’aeroporto di Madrid è bellissimo, mi sembra di essere Pinocchio in trip lisergico, nella pancia di un’immensa balena dalle costole colorate: se Malpensa lo potesse vedere, sprofonderebbe nella Brianza per la vergogna.

Atterrati, la frontiera è morbida per i turisti in euro: formalità veloci, un cordiale “bienvenido a Cuba” dalla poliziotta della dogana. Al controllo bagagli, una signora anziana con gli occhi dolci si informa sul mio stato di salute, e mi chiede spudoratamente qualche euro di mancia. Dietro le porte mi aspetta Mayelin, una quarantenne un po’ alterna mandata da Roberto, il trafficone che mi ha trovato una stanza.

Prima lezione di cubanismo: tutti si conoscono. Se qualcuno non ha quello che ti serve, sicuramente c’è un amico che puoi procurarti un alloggio, un passaggio, un sigaro di contrabbando, una donna.

Infatti non c’è, come invece mi avevano invece assicurato, Maria Elèna, la proprietaria della casa dove dormirò, ma solo una tassista (cioé un cubano con una macchina).

Seconda lezione: a Cuba le cose raramente sono come te le raccontano, ma funzionano sempre.

Aspettando il mio turno al cambiavalute, chiacchiero con Mayelin: è simpatica, cordiale, per niente imbarazzata dalla situazione. Ha due figli adolescenti, lavorava sulle navi da crociera con suo marito, ma ora la compagnia è fallita e si arrangia come può. Cubana agiata con macchina di proprietà e casa in zona residenziale, ha bisogno di moneta forte per mantenere il suo stile di vita. Mi sussurra: “se la polizia ci ferma, di’ che ci siamo conosciuti in una crociera in Italia”.

Terza lezione: parlare con cubani sconosciuti è illegale per gli stranieri.

L’aria è umida, puzzolente di benzina scarburata, le strade buie e senza illuminazione. La pago in macchina, di nascosto, come se stessi comprando droga.02.Murales