Raccontini Brasiliani /3: La volta in cui mi sono sentito brasiliano

Il programma era semplice: ultima mattinata in spiaggia, doccia veloce, lasciare la camera e via da praia da pipa, bella e finta, verso posti più a sud, speriamo più incontaminati. Per risparmiare tempo vado alla spiaggia più vicina, una lunga distesa di sabbia fine con cavalloni impetuosi, perfetti per fare surf. Meno per fare il bagno, ma con solo due ore bisogna ottimizzare. La parte razionale del mio cervello macina orari, calcola traiettorie ideali e elimina tempi morti. Tutto preso in queste attività, non registro il nome della spiaggia, che sarebbe inesorabilmente diventato segno: praia do amor. Ci si accede dalla cima di una scogliera sabbiosa; di solito, per scendere, i proprietari dei chioschi installano scalinate più o meno pericolanti, ma qui un sentiero sfrutta il naturale degradare della costa, infilandosi in un ampio canalone. Proprio all’imbocco del sentiero è apparsa. Ha un copricostume bianco, i capelli neri, lunghi e mossi, scompigliati dal vento, gli occhi scuri, e sorride. La vedo solo di tre quarti, mi sta davanti e scende con agilità. Ha i piedi nudi ma sembra volare sui gradini, quasi senza toccare il suolo, eppure non è esile. Dopo aver superato due turiste che scendono contratte e impaurite, le ringrazia aggiungendo qualche parola di incoraggiamento. Le tengo dietro, a fatica, nonostante io abbia le scarpe. Arriviamo in fondo, ci incamminiamo. Io ho poco tempo, non voglio allontanarmi, la spiaggia è lunghissima e deserta. Lei si toglie il copricostume. Ha un bikini colorato, ma non di quelli sfrontati che in Brasile indossano anche le signore di mezza età, il sedere tondo, sicuro indicatore di chi apprezza la tavola è ben coperto, un filo di pancetta trema al ritmo dei passi svelti. Le sono a fianco, a qualche metro di distanza, il vento sferzante copre ogni rumore mentre i colori del paesaggio brillano sotto il sole caldo. Ci muoviamo velocemente. La mia attenzione è completamente assorbita dalla sua presenza, molto probabilmente lei pensa al mare e al vento. Io accenno una deviazione verso la sabbia asciutta – lei mi può vedere, chissà, forse si fermerà, è così raro vedere una ragazza da sola da queste parti, stenderemo l’asciugamano vicini e inizieremo a chiacchierare con una scusa. Lei tira dritto. Dovrei seguirla? In altri tempi mi sarei buttato sulle sue tracce come un segugio, inseguendo un’esile possibiltà di abbordaggio. Questa volta continuo la mia deviazione, mi sdraio sulla spiaggia, e la vedo diventare sempre più piccola fino confondersi con il paesaggio. Non è stato un rigurgito di razionalità che ha illuminato l’evidente assurdità della situazione a farmi cambiare idea – ciao piacere sei carina probabilmente anche simpatica simpatica io tra due ore devo partire e non ti rivedrò mai più però ci tenevo a fare due parole lo stesso – tutt’altro. Ho voluto che questa possibilità mi sfuggesse tra le dita come la sabbia della spiaggia, per poterci ritornare con il pensiero in futuro. Per poter pensare a tutto quello che non è stato e che non poteva essere, distillare la possibilità di un istante in infiniti momenti di saudade per la praia do amor. In quel momento mi sono sentito un po’ brasiliano anch’io.
   
    
 

Raccontini Brasiliani /2: la fermata dell’autobus

Ci sono momenti in cui un’immagine, un concetto che fastidiosamente è sfuggito per molto tempo si svelano nella loro nitidezza: gli elementi erano già tutti lì, ma mancavano i dettagli, l’armonia, il senso. Forse è, in piccolo, quello che provano i mistici quando parlano dell’illuminazione, o i matematici quando hanno l’intuizione risolutiva con cui dimostrare un teorema. A me è successo alle 13.54 di domenica 16 agosto 2015, ad una fermata dell’autobus, a Goianinha. Dov’è Goianinha? Fino all’altro giorno, lo ignoravo. E non è che le mappe siano di aiuto, visto che non è nient’altro che un buco, ma con una fortuna: trovarsi ad un incrocio strategico. Da nord a sud infatti scende l’autostrada BR101, la be-ehi come la chiamano i brasiliani, che attraversa il Brasile intero da nord a sud, per quasi 5000km. Fossimo in America, le avrebbero dedicato canzoni, storie, leggende; qui no, la poesia viene risparmiata per cose più serie, come la saudade, la natura e le donne: le strade alla fine servono solo per spostarsi. La BR corre parallela alla costa e, proprio all’altezza di Goianinha, si stacca una strada a fondo chiuso piena di buche che porta all’incantevole colonia argentina di Praia da Pipa. Ne consegue che una persona che voglia andare da Pipa a qualsiasi altro luogo di questo pianeta, come me, deve per forza passare da Goianinha. Io ci arrivo dopo un’oretta in uno scassatissimo van pieno di famiglie che tornavano dal mare, nonni e poppanti uniti in una globale epopea proletaria senza distinzioni di mare o colore della pelle. Il silenzioso e gentilissimo cobrador dai capelli argentati e dalla faccia di pietra mi indica come proseguire: scavalca la be-ehi con una passerella, e troverai una fermata dell’autobus. In effetti, ha ragione. Quello che ha dimenticato di aggiungere è l’enorme atto di fiducia spesso necessario per spostarsi in questa parte del mondo: la fermata dell’autobus dice, semplicemente, che lì si ferma un autobus. Abbagliato dalla cristallina logica di questo segno, le mie domande da europeo piccolo borghese sembrano improvvisamente assurde: quale autobus passa? e quando? Mi siedo, e aspetto. Poi, ho una soffiata da un informatore che me lo da’ per le 13.30, manca poco più di mezz’ora. Butto lo zaino sulla panchina, il sole picchia dallo zenit ma per fortuna una tettoia offre una tregua, mentre il vento solleva la sabbia che invade la strada. E’ domenica e Goianinha dowtown è morta, solo un piccolo supermercato e la pompa di benzina danno segni di vita. Un’umanità varia arriva lentamente, in silenzio, come lasciata cadere da un contagocce, e in silenzio se ne va. Alcuni si siedono sulla mia panchina, con l’espressione paziente degli ultimi. Qualcuno più tamarro sente musica dal cellulare. Le ragazze vestite a festa stanno attente a non sporcarsi i piedi con il fango e la polvere. Passano delle signore in carne, dopo poco tornano con i sacchetti della spesa. Ragazzi attraversano l’autostrada senza usare la passerella, scavalcando le barriere di cemento. Una macchina parcheggiata ha una specie di rimorchio con una grossa gabbia piena di galline. Dopo una mezz’oretta un tipo esce dal nulla, sale e mette in moto. Una macchina bianca si ferma e il guidatore mi chiede dove sto andando, vuole rendersi utile. Gli dico la mia destinazione. Lui annuisce con aria grave e dice “sì è il posto giusto”, e se ne va. Un taxista accosta, attacca bottone e mi informa che il mio autobus non sarà qui prima di due ore; sono già passati 15 minuti dall’orario della soffiata, mi sa che ha ragione. Si offre di portarmi allo stesso prezzo del bus – se trovo altre due persone. Gli vorrei dire “rapaz, ma hai visto dove siamo? Mancano solo le balle di fieno che rotolano sotto il sole”, ma lui continua a sorridere. Passa un carretto – poco più di un pianale – carico di fieno, trainato da un cavallo marrone. Il contadino è a torso nudo, dello stesso colore del cavallo, e non muove un muscolo. Tutto è immobile, l’aria bollente, polverosa. Io sto bene, e arriva l’illuminazione. Non mi chiedo cosa stia facendo lì, in ferie. Sto aspettando l’autobus dopo essere tornato dalla spiaggia, come quelli che mi circondano. Non mi sembra di star perder tempo, al contrario. Mi sembra di essermi fuso con il paesaggio, con la flemma delle persone senza nome che mi circondano. Penso che quell’attesa speranzosa sotto la panchina mi sta insegnando molto di più sul Brasile delle stupende viste di Rio o delle cascate di Iguaçù: senza un’immersione nella lentezza e nella fatalità il sudamerica diventa un parco giochi per bambini viziati. Dell’autobus neanche l’ombra, ma in compenso sbuca dal nulla una coppia di brasiliani. Dobbiamo andare nello stesso posto. Pedro, il taxista, aveva ragione, accidenti. E infatti ricompare e torna all’attacco. Ok, hai vinto. Dall’illuminazione all’improvvisazione, partiamo.

   
   

Raccontini Brasiliani 1: il Brasile è acqua

Primo di tre racconti abbastanza melensi, ispirati dai miei giorni in terra brasiliana.

Os homens da terra (que sabem os homens da terra?) dizem que são os raios da lua sobre o mar. Mas os marinheiros, os mestres de saveiro, os canoeiros riem dos homens da terra que não sabem nada. Eles bem sabem que são os cabelos de Iemanjà, que vem olhar a lua. (J. Amado)

  Vi vedo, vi vedo, tutti con i vostri ditini alzati a puntualizzare, cangaçeiros nascosti nel sertão, fazendeiros e sem terra che litigate per un pezzo di caatinga, mineiros delle colline rocciose, funzionari del planalto centrale, che dite in coro: ma qui è tutto secco! E’ inutile. Siete in netta minoranza. Il Brasile vive sull’acqua. Dolce o salata, poco importa: la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è schiacciata sulla costa o allungata su fiumi grandi come laghi. Se Salvador flirta con la sua baia, e le dà il nome “di tutti i santi” perché troppo grande per essere dedicata ad uno solo, Rio fa invece la donna volubile, entra nella costa impetuosa con i suoi morros aguzzi, per poi ritrarsi a formare spiagge di sabbia bianca, ad uso dei bohemien dei grattacieli e di chi scende dalle colline per sbarcare il lunario, che il mare è di tutti, ricchi e poveri. Se l’indomito esploratore che si è spinto nell’interno del continente per imbattersi nel rio Iguaçù e nelle sue cascate ha esclamato “madre de dios, quanta agua!” non può essere un caso: anche qui, lontano dall’Atlantico, placide pianure allagate si gettano improvvisamente nel vuoto e fanno sentire il loro rombo per tutto il Paranà. E’ chiaro, è evidente! E se non siete ancora convinti, cosa mi dite allora delle civiltà fluviali, che solo le strade d’acqua strappano alla giungla, dove l’asfalto non può arrivare: barche come automobili, canoe come biciclette, fino al punto in cui l’acqua dolce cede il passo a quella salata, la palma alla mangrovia contorta, e le maree, non più le piogge, decidono i livelli delle acque? Uomini d’acqua, pescatori, barcaioli, marinai, semplici traghettatori, a piedi nudi, la pelle cotta dal sole e lo sguardo umile di chi sa di non essere padrone del proprio destino. Acqua piovana che passa tra le sabbie dei lençois e arriva, pura, a formare pozze cristalline; acqua mistica, per lavare la chiesa di nostro Signore del Bonfim e per celebrare la mãe-de-agua, Iemanjà, la dea africana che, trascinata contro il suo volere sulle coste brasiliane insieme ai suoi figli schiavi, si è adeguata ad essere chiamata madonna dei naviganti pur di mantenere il suo vestito bianco e azzurro di mare e acqua; acqua preziosa, da raccogliere nelle cisterne sui tetti delle case nelle favelas, perché quando c’è siccità non la tagliano certo ai quartieri dei ricchi; acqua che idrata dopo le copiose sudate tropicali, meglio se trasformata in cerveja o caipirinha. Sissignore, qui lo dico, e l’ho dimostrato: il Brasile è acqua.

   
  

    
 

La Isla Grande. 5. Centro Habana

Non so come mai Centro Habana sia il mio quartiere preferito. Forse perché dopo le stradine fatiscenti e le piazze plasticose di Habana Vieja qui sembra di essere nel mondo vero, nel cuore di una città europea à la Haussmann: larghi boulevard alberati e un reticolo di strade intasate di traffico e di gente. Vale la pena girellare senza meta e osservare la gente che prende l’autobus, fa la spesa, va in banca e al cinema, godere dell’atmosfera animata e popolare, immersa a bagnomaria nella decadenza, tra sontuosi edifici art nouveau attraversati da crepe profonde e ricoperti di muffa. Le vecchie macchine americane e le facce mulatte completano l’atmosfera da macchina del tempo tropicale che mi ha fatto innamorare.

La maggior parte dei musei della capitale è in questo quartiere. Sono quasi tutti enormi, nuovi, luccicanti e vuoti nonostante i prezzi simbolici (per i cubani), e stridono con l’aspetto provvisorio di quanto li circonda: il museo delle Belle Arti ha addirittura una sezione modernissima, tutta vetro e acciaio, per l’arte cubana, e un pettinato palazzo neoclassico per l’arte internazionale. Non manca l’ironia: il museo della rivoluzione è allestito nel palazzo dell’ex-dittatore rovesciato, con i fori delle pallottole ben visibili nei marmi sfolgoranti. Se dovete sceglierne uno, andate qui, illustra perfettamente le contraddizioni della Cuba socialista: se le ricostruzioni della rivoluzione sono appassionanti e accurate, la descrizione della cuba post-rivoluzionaria è talmente finta da risultare esilarante: un paese perfetto, dove tutti i problemi, dalle carestie alle epidemie, sono attribuiti ad occulte interferenze imperialiste, in puro stile sovietico. Certo, ci sarebbe molto da dire sulle ingerenze americane nei confronti dell’isola rebelde, ma qui gli Stati Uniti diventano un fantastico capro espiatorio universale su cui scaricare ogni fallimento.

Rarissimo vedere un cubano nei musei. In compenso, ogni sala ha un impressionante numero di assistenti, che si risvegliano dal loro sonno (letteralmente) quando passeggio tra le sale, e iniziano a seguirmi ossessivamente, a guidarmi nell’itinerario cacciando un urlo ogni volta che sbaglio sala… hanno paura che distrugga qualcosa? Devono farsi vedere operosi davanti ai servi del capitale? Ogni tanto, qualcuno tra le decine di attendenti che strappo dal torpore è curioso, e mi chiede dell’Italia di come si possa vivere in un paese con l’inverno.

Ah, se siete da queste parti non mancate una visita alla fabbrica di sigari Partagas: l’economia cubana si regge per un buon 20% sull’esportazione dei puros, come li chiamano qui, e sono amati alla follia dai locali. Attenzione a non beccarla nei periodi di chiusura, quando ai lavoratori vengono date molte settimane di tregua dal loro massacrante lavoro, così pericoloso per la colonna vertebrale.

Alla Partagas ho imparato un sacco di cose interessanti: che in ogni fabbrica si producono tutti i tipi di sigari, a rotazione, con gli operai che imparano la produzione di una marca per qualche settimana, poi cambiano. Che ogni tipo di fermentazione e ogni mix di tabacco sono leggermente diversi, e i veri gourmet del tabacco ne gustano le sfumature. Che le fabbriche cubani sono una finestra aperta sul XIX secolo: gli operai siedono su un banchetto di legno e preparano i sigari a mano per 8 ore al giorno, in assenza totale di tecnologia, nell’afa alleviata da grossi ventilatori; che una volta alla settimana si lavora con la musica e un altro giorno agli operai viene letto il “giornale” (cioè il foglio di propaganda del regime). Ogni operaio ha diritto poi ad un certo numero di sigari “per consumo personale”, che però posso comprare in nero. Con una piccola commisione della guida, ovviamente.

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La Isla Grande. 4. Casas particulares

A Cuba non ho quasi mai dormito in alberghi. Quelli statali sono squallidi e anonimi, quelli storici affascinanti, ma cari come il fuoco; e poi, il lusso non fa per me. In compenso, da qualche anno il governo ha permesso ai cubani di ospitare i turisti nelle loro case. Mi e’ subito piaciuta moltissimo l’idea di condividere la vita quotidiana degli autoctoni, molto meglio che non rinchiudermi in una struttura pensata espressamente per i turisti. Le consiglio senza compromessi, anche se gli standard di qualità sono molto variabili: spesso la biancheria è quella che passa il governo, con lenzuola semitrasparenti e asciugamani di cartone. A volte sono appartamenti, sempre un po’ vecchio stile, a volte graziose case coloniali con giardino e immancabili sedie a dondolo nel patio, tutte devono esporre all’esterno il simbolo legale, di colore diverso per chi ospita cubani o turisti.

La prima casa l’ho trovata su internet dall’Italia. Tutte le altre con il passaparola. Il dueño della casa, il giorno della partenza, inesorabilmente chiederà “e ora dove vai?” e, qualunque sia la risposta, dirà: “che combinazione, ho un amico/conoscente/parente/cuggino di quarto grado che affitta una stanza proprio lì! Te lo chiamo?”. Questa piovra isolana funziona molto bene: di solito i proprietari di case belle e curate hanno amici con case simili. Se poi all’arrivo la casa non mantiene le promesse, basta andarsene (o abbassare pesantemente il prezzo pattuito), sin compromiso. Però vuoi mettere che bella la sensazione di scendere dal bus in una città sconosciuta ed essere accolti da una signora di mezza età, con il tuo nome scritto sgrammaticato su un pezzo di cartone, che ti dà il benvenuto?

Quando la prima sera all’Avana arrivo da Maria Elèna il fuso mi manda al tappeto dopo un breve scambio di convenevoli. Quando alla mattina mi sveglio presto, trovo una ragazzina seminuda in cucina, che senza battere ciglio mi avverte che non c’è acqua. Riempie un barattolo di yogurt da una pentola piena e si lava la faccia.

Altre due lezioni di cubanismo. 1) Fatalismo: il mio progetto doccia, come capiterà spessissimo nel viaggio, deve attendere, modificarsi, e la capacità di adattarsi diventerà essenziale. 2) Ospitalità cubana: se sei in casa, sei di casa. La padrona di casa – madre della ragazzina si scusa con un diluvio di parole e mi spiega che c’è un interruttore comune a tutto il palazzo che salta; è gestito da quelli del piano di sotto, che si dimenticano spesso di riavviarlo. Perché non si lavano, aggiunge. “Son cochinos”.

Maria Elèna è un bel personaggio: quarantenne belloccia, due figli ma nessun marito, affitta camere e si lamenta dell’esoso fisso mensile che deve versare allo stato, della che polizia controlla continuamente i documenti e dei clienti che tornano a casa ubriachi e accompagnati da prostitute. La sua casa è dotata di tutti i confort, e il nome italiano del figlio piccolo mette un sospetto sulla provenienza dei finanziamenti. Abituata ad un alto tenore di vita, è cordiale e calorosa, e passa la sua giornata a chiacchierare al telefono con amici e conoscenti. L’atmosfera non è esattamente riposante, ma più che un ospite pagante mi sento un membro di un’enorme famiglia allargata, ed essere lontano da casa mi rende automaticamente bisognoso di affetto, oltre che di alloggio.

Al mio ritorno all’Avana, un mese dopo, Maria Elèna mi vedrà dalla terrazzo e mi urlerà il bentornato sbracciandosi. E a me sembrerà di essere tornato da una vecchia amica.

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La Isla Grande. 3. Habana Vieja: l’entropia vince sempre

L’Avana è una città antica, fondata dai conquistadores spagnoli, che arrivarono a Cuba nel 1519, poco dopo essere incocciati nell’isola vicina, Santo Domingo. Su una baia riparata costruirono un porto, un paio di forti e un primo insediamento, diventato oggi centro storico: il quartiere di Habana Vieja. Da non confondersi con il quartiere impropriamente chiamato Centro Habana (nulla è come sembra), dove alloggio, espasione ottocentesca di una decadenza fascinosa; ancora più in là, l’antica riserva di caccia del Vedado, ora quartiere moderno, dove sorgono alberghi storici e locali notturni. Centro Habana e il Vedado sono racchiusi in un abbraccio protettivo dal Malecòn, il lungomare più famoso del mondo, spruzzato dalle onde dell’oceano per la gioia dei fotografi. Tutto intorno, una vastissima periferia urbana affollata da quasi tre milioni di persone.

Nel terso mattino tropicale la mia curiosità viene travolta da tonnellate di marmo, abbacinanti nel sole: la fontana della India, il maestoso hotel Inglaterra (ottima la colazione), le statue di sconosciuti eroi cubani, il Teatro Nacional dove si esibì Eleonora Duse, un trionfo di statue angeliche. E il Campidoglio! uguale a quello di Washington (anzi, un po’ più alto). Il simbolo statunitense per eccellenza nel cuore della Isla Rebelde! Tutto intorno per fortuna pulsa il mondo latino: autobus scassati si arrestano a fermate invisibili, macchine vecchissime intasano le strade e una discreta movida gay affolla i dintorni. Bienvenido a Cuba.

Di fronte all’hotel Inglaterra inizia Habana Vieja, con il suo ingresso più ovvio: calle Obispo, una versione cubana delle vie dello shopping occidentali, satura di negozi, bar e turisti. Sicura, tirata a lucido, edifici coloniali con fiammanti intonaci color pastello, restaurati di fresco con i fondi dell’UNESCO, i cubani la chiamano “calle proibida” per i prezzi esorbitanti. Qui eroiche quadre di operai si affannano a puntellare, ricostruire, aggiustare, riverniciare, si oppongono strenuamente all’umidità del Caribe che tutto divora e ammuffisce. I balconi in ferro battuto sono lucidi, i colori sgargianti, i negozi ordinati e i mercatini puliti. A qualcuno piacerà l’effetto complessivo ma io lo trovo plasticoso.

In un locale pieno di atmosfera ma dal nome inquietante (“la lluvia de oro”) un gruppo suona quello che i turisti vogliono sentire, son cubano a buon mercato e un distinto avventore usa il russo che ha imparato in Unione Sovietica (non: in Russia) con i turisti. Calle Obispo è affollata da inglesi e scandinavi a cui non sembra vero di vedere il sole e poter scoprire la pelle bianca, olandesi dalla faccia inespressiva, italiani rumorosi, frotte di canadesi, qualche raro americano che forse non si è ancora reso conto della rivoluzione e sfoggia completo di lino e panama. Come topolini in un labirinto di cui vogliono solo trovare l’uscita, sono tutti qui, affollati nelle piazze restaurate e nei locali storici: se Hemingway sapesse cosa ha generato la sua famosa frase (mi mojito en la Bodeguita, mi daquirì en el Floridita), se la rimangerebbe all’istante.

Per fortuna, vale sempre il lapidario secondo principio della termodinamica: in un sistema isolato, il disordine, che i fisici chiamano entropia, è destinato ad aumentare. E’ possibile che da qualche parte esista dell’ordine, ma questo deve essere compensato da un aumento maggiore di disordine da qualche altra parte.

A due isolati di distanza, l’altra faccia dell’Avana, neanche tanto nascosta, fa tornare i conti e stordisce senza compromessi: le strade si riempiono di buche, la gente ozia sugli usci o fa la coda in tristissimi negozi semivuoti, bancarelle improvvisate vendono cianfrusaglie tra bambini che si lanciano palle da baseball ed escono da scuole di quartiere con fazzoletti rossi al collo. I palazzi sono decadenti come un libro di Huysmans, puntellati con grossi pali di legno, con intonaci corrosi dall’umidità, vestigia di un passato fastoso che l’economia rivoluzionaria non riesce più a mantenere, resistono a fatica contro il tempo, così come le persone che li abitano combattono una guerra quotidiana per sopravvivere. E’ questo il vero sforzo sovrumano per contrastare l’inevitabile avanzata dell’entropia tropicale.

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La Isla Grande. 2. Tre lezioni per iniziare

Il viaggio verso il sole dei Caraibi inizia molto prima dell’alba in un nebbione padano, con la sagoma di un bus che appare in un anonimo parcheggio a un gruppo di viaggiatori assonnati e infreddoliti. Il nebbione ci prova, ma non ce la fa. Il volo per Madrid ha molto ritardo, ma qualche volontà superiore si assicura che riesca a posare le mie chiappe sul boeing panciuto che mi porterà all’Avana. E’ ora di pagare il prezzo del viaggiare soli: spavento, cambiamenti di umore e la fortissima sensazione di fare una grande cazzata. Per fortuna l’aeroporto di Madrid è bellissimo, mi sembra di essere Pinocchio in trip lisergico, nella pancia di un’immensa balena dalle costole colorate: se Malpensa lo potesse vedere, sprofonderebbe nella Brianza per la vergogna.

Atterrati, la frontiera è morbida per i turisti in euro: formalità veloci, un cordiale “bienvenido a Cuba” dalla poliziotta della dogana. Al controllo bagagli, una signora anziana con gli occhi dolci si informa sul mio stato di salute, e mi chiede spudoratamente qualche euro di mancia. Dietro le porte mi aspetta Mayelin, una quarantenne un po’ alterna mandata da Roberto, il trafficone che mi ha trovato una stanza.

Prima lezione di cubanismo: tutti si conoscono. Se qualcuno non ha quello che ti serve, sicuramente c’è un amico che puoi procurarti un alloggio, un passaggio, un sigaro di contrabbando, una donna.

Infatti non c’è, come invece mi avevano invece assicurato, Maria Elèna, la proprietaria della casa dove dormirò, ma solo una tassista (cioé un cubano con una macchina).

Seconda lezione: a Cuba le cose raramente sono come te le raccontano, ma funzionano sempre.

Aspettando il mio turno al cambiavalute, chiacchiero con Mayelin: è simpatica, cordiale, per niente imbarazzata dalla situazione. Ha due figli adolescenti, lavorava sulle navi da crociera con suo marito, ma ora la compagnia è fallita e si arrangia come può. Cubana agiata con macchina di proprietà e casa in zona residenziale, ha bisogno di moneta forte per mantenere il suo stile di vita. Mi sussurra: “se la polizia ci ferma, di’ che ci siamo conosciuti in una crociera in Italia”.

Terza lezione: parlare con cubani sconosciuti è illegale per gli stranieri.

L’aria è umida, puzzolente di benzina scarburata, le strade buie e senza illuminazione. La pago in macchina, di nascosto, come se stessi comprando droga.02.Murales

La Isla Grande. 1. Introduzione

In bilico tra utopia e pragmatismo feroce, Cuba riesce trattenere i suoi abitanti ma non la sua cultura, tra miti socialisti, orgogliosa povertà e lamento per libertà negate. Sono partito a scoprirla a gennaio 2012, e sono tornato a maggio 2013, nel crepuscolo del regno di Fidel I. Ora, alle soglie della fine dell’embargo e del Gran Cambiamento che ne conseguirà, ho raccolto i miei appunti di viaggio nell’Isla Grande del Caribe, e li ho organizzati a puntate.

Ne è venuto fuori un ibrido. Una serie di brevi racconti, più che un blog tematico, in bilico tra cronaca e riflessione, dove uno scienziato curioso si guarda intorno, osserva e racconta ciò che vede e ciò che non si vede.

Buona lettura a tutti!

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Si è mai veramente pronti per un viaggio? E’ facile essere pronti per una vacanza: basta mettere tutto in valigia e non scordarsi le prenotazioni. Si può credere di essere pronti per un viaggio breve, dove tutto sembra sotto controllo. O per un viaggio di lavoro. Ma quando si chiude lo zaino e ci si mette in cammino per scoprire un nuovo mondo la tentazione dello scienziato è di continuare a rimandare: non ho studiato abbastanza! Devo ottenere altri risultati preliminari! E intanto il tempo passa e il mondo cambia irreversibilmente.

Tra un lavoro e l’altro mi sono concesso il lusso più grande di questo secolo: trovare tempo. Tempo per calarmi anima e corpo in un mondo diverso, per lasciarmi impregnare da sensazioni ed esperienze, per parlare con i locali e cercare di vivere come loro, sforzarmi di capire e raccontare. Zaino in spalla (i mezzi pubblici sono infinitamente più informativi di una guida turistica), da solo (per incontrare più gente possibile).

Mi sono documentato, certo: senza una bella literature review come posso iniziare un progetto? Con Cuba non è stato facile. Chiunque ha qualche pregiudizio, quasi sempre raccolto senza verificare: dittatura repressiva, paradiso sessuale, comunismo anacronistico. Cuba è il Grande Polarizzatore degli animi.

I miei pregiudizi sono positivi. L’utopia del socialismo, con il suo richiamo all’uguaglianza e il rifiuto dell’avidità, mi ha sempre affascinato. Me lo posso permettere, perché non l’ho mai vissuto sulla mia pelle. Quindi il mio punto di partenza è: viva Cuba, eroica e ribelle sotto l’embargo, Lenin e canna da zucchero, Che Guevara e Buena Vista Social Club.

Ma non c’è solo la retorica governativa: ci sono fatti, indicatori, statistiche che mi sono diligentemente studiato: bassissima mortalità infantile, aspettativa di vita 78 anni, enorme numero di medici per abitante, accesso gratuito ad educazione e sanità, sovvenzioni alla cultura. Numeri inauditi per un paese con un PIL infimo, di gran lunga i migliori dell’America latina.

L’altro lato della medaglia è la repressione del dissenso, il controllo della stampa, la mancanza di libertà essenziali. Ma la gente, cosa pensa? Sono felici? Farebbero cambio con il sistema capitalista? Si rendono conto delle differenze?

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Chihuahua

A volte le tappe inserite per pura convenienza (uno snodo ferroviario, un posto sperduto per spezzare una lunga tratta…) si rivelano più interessanti delle imperdibili “attrazioni”, imballate di turisti.

Per esempio, se dico Chihuahua, cosa vi viene in mente? Gli orribili cagnetti? La canzone dance che girava nelle discoteche qualche anno fa? E invece il Chihuahua è il più grande stato del Messico, un’Inghilterra abbondante, e il nome della sua capitale, che dopo esser passato da posti come Cerocahui o Bahuichivo, non suona più tanto strano: in Tarahumara significa “posto arido e sabbioso”, ed è molto azzeccato. Come Las Vegas o Phoenix, questa città sorge nel bel mezzo del deserto, circondata da paesaggi da far west, con le montagne aride che si stagliano all’orizzonte. Nulla è vicino: la capitale, quasi 1500km; la frontiera americana, con la famigerata Ciudad Juarez (palma d’oro di città più pericolosa del mondo per diversi anni), altri 400; la spiaggia, 8 ore di macchina attraverso la sierra e i narcos. Qualsiasi altra cosa degna di nota: da 2 a 4 ore.

Eppure questo isolamento non aliena il quasi milione di abitanti di Chihuahua, moderatamente benestante grazie agli stabilimenti di assemblaggio dislocati qui dalle aziende statunitensi. C’è bel centro storico, pedonale, dove la gente passeggia nel tepore alla sera, una cattedrale sfarzosa, una villa art nouveau costruita da un ricco politico amante della Francia. Il modernissimo museo dello stato di Chihuahua mi svela un altro, interessantissimo mondo, ignorato dalle guide turistiche: grotte, dune di sabbia finissima e la spettrale zona del silenzio, un territorio in cui radio e comunicazioni non funzionano a causa di una grande quantità di magnetite nel sottosuolo. Di fronte, nel collegio gesuita, ora sede del palazzo del governo, venne fucilato il padre della patria Manuel Hidalgo. Pancho Villa era di queste zone, e la rivoluzione iniziò proprio qui nel nord, dalle popolazioni dei contadini e degli indios oppressi dai latifondisti. La casa del “centauro del nord” in città è ora diventata il museo de la revolucion e ospita la macchina sforacchiata dove fu assassinato. Villa mi piace: paffuto, sanguigno, ribelle, analfabeta attento all’educazione delle masse, unico straniero in grado di mettere a ferro e fuoco una città americana, me lo immagino a cavallo, con il sombrero le cartuccere a tracolla che viene giù dalle montagne e ispira centinaia di corridos, le stupende ballate che cantano le gesta degli eroi messicani.

Esteticamente, non è che il modello sia cambiato molto, in effetti. Passeggiando per le strade, l’impressione è quella di un film di Sergio Leone trasposto nel XXI secolo: per strada, la gente indossa cappelli e giacche da cowboy, i lustrascarpe lavorano per davvero, puliscono dalla polvere gli stivali da vaccari, venduti in decine e decine di negozi in una strada del centro. Fogge inusitate e livelli di tamarraggine inarrivabili. Eppure la gente è educata, silenziosa, riservata, e sembra difficile immaginarsi la situazione di qualche anno fa, quando i narcos si sparavano per le strade. “Somos rancheros” mi spiega una gentile e bella addetta in un museo, dandomi la chiave per capire gli autoctoni: gente di campagna che crede di essere in una città, a cui piace andare a letto presto e stare a contatto con la natura. C’è un rispetto contadino anche nella parlata: dalle frotte di reverenziali “a sus ordenes” raccolti al mercato ai chiarimenti invocati con “comandi!”. Di conseguenza, la sera la città muore e trovare un ristorante aperto può rivelarsi un’impresa, e i negozi aprono con moltissima calma a metà mattina. Decisamente lo stress è sconosciuto quanto i turisti.

Riparto dal Messico con la conferma che amo i luoghi nascosti. Chihuahua, con la sua identità nortena e il carattere fiero è la perfetta icona del Messico “minore”, lontano fisicamente e culturalmente da quello turistico del sud, ma altrettanto rappresentativa del carattere della nazione, un po’ come le piccole città del nord Italia, lontane dallo stereotipo turistico. Lascio un pezzo di cuore su questi altipiani aridi e dimenticati… ora vorrei vedere la capitale e il sud tropicale per apprezzare la differenza, ma questo è un altro Viaggio.

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Sierra Madre

La Sierra Madre Occidentale attraversa il Messico del Nord per oltre 800km: i gringos, dalla loro parte, la chiamano montagne rocciose. Nelle guide turistiche questa parte del Messico è praticamente assente: forse perché la sierra, oltre ad essere selvaggia e inospitale, è decisamente pericolosa. Qui i narcos hanno enormi piantagioni di marijuana e papaveri da oppio per produrre la droga che i ricchi vicini le chiedono, e sicuramente non vogliono visitatori tra i piedi, con l’unica eccezione del corridoio di sicurezza intorno al Chepe, il treno che attraversa la Sierra. Ironicamente, ai narcos i turisti fanno comodo: permettono di riciclare il denaro sporco attraverso alberghi e attrazioni turistiche. L’accordo è chiaro: voi rimanete lì intorno e noi vi non vi facciamo niente; voi raccontate in giro quanto è bello qui, l’esercito non si allarma e portate altri soldi. Facile.

La natura qui ancora stravince sull’uomo e la “civiltà” si riduce quasi sempre a qualche squallido villaggio di baracche cadenti e rottami, collegato da tremendi sterrati. Gli unici posti in cui non si respira la rassegnazione alla povertà e di abbandono sono i pueblos magicos, paesi “protetti” dal governo messicano ed adeguatamente foraggiati. Anche qui però, i sorrisi sono merce rara.

In queste zone si concentrano gli indios Tarahumara, o Raràmuri che, scacciati dai conquistatori, si sono rifugiati nelle zone più impervie della Sierra. Facilmente riconoscibili per la pelle molto scura, i vestiti sgargianti delle donne e i sandali fatti in casa con vecchi copertoni e lacci di cuoio, evitano il più possibile di mischiarsi con quelli che ancora chiamano “gli usurpatori”. Si dice che siano fantastici corridori, in grado di percorrere anche cento chilometri al giorno su sentieri di montagna. Tutte le ricerche antropologiche parlano di un popolo filosofo, a cui gli agi del mondo materiale non interessano, organizzati in un’affascinante struttura sociale dove tutto viene messo in comune. Purtroppo, non riesco a cogliere questa profondità. I miei occhi miopi vedono solo persone che mi evitano, mi parlano solo per chiedere soldi e bambini sporchi e vestiti di stracci. Come altri nativi americani, l’orgoglio e il senso di credito verso chi li ha cacciati dai loro territori purtroppo si traduce in una chiusura che li porta a vivere nella povertà e ad importare i nostri lati peggiori, come l’alcolismo.

La zona del Chepe è famosa per i suoi canyons, un gigantesco sistema di gole profondissime. Il bello è quindi zompettare su e giù dai canyon usando i mezzi pubblici: la strada è da percorrere è più interessante che la destinazione. La discesa più bella è quella da Bahuichivo ad Urique, dove il camion copre in 3 ore e mezza i 54 chilometri che separano i due paesi. Dopo un incagliamento su una buca e il pronto intervento di alcune ruspe, improvvisamente si apre il canyon di Urique, con una strada che sembra uscita direttamente da un film di indiana Jones: uno strerrato senza protezioni, abbarbicato alla parete di una gola che scende scende senza finire mai e che sembra tanto vicina al mio finestrino. Lorena, l’avvenente bigliettaia, ferma il camion ad un bellissimo punto panoramico sopra lo strapiombo e rompe la mia teoria sui narcos. Sì, ai turisti non fanno nulla, ma se capiti in mezzo a una sparatoria tra di loro non è simpatico. “Ma per fortuna a Urique queste cose succedevano solo in passato”, continua. “Anni fa, quindi?” “No no, fino a due mesi fa, quando è arrivato l’esercito”. Ah. In effetti, se nella discesa il camion è stato superato da due enormi jeep piene di soldati in kalashnikov, nella risalita, nel punto in cui si cambia il mezzo, un pickup pieno di signori con passamontagna e altri kalashnikov controllava l’operazione. Nei canyon, alle quote più basse, la marijuana cresce rigogliosa e decisamente non è il caso di essere troppo curiosi.

Da Creel, il centro turistico della zona, si può invece scendere di quasi 2000m a Batopilas, un pueblo magico sul fondo dell’omonimo canyon: questa volta la strada è asfaltata, ma molti tratti sono in rifacimento o semidistrutti dai massi che si staccano dalle pareti, e che il furgone deve aggirare. La vegetazione cambia dai pini, alle querce, fino al caldo, con il ritorno dei cactus e degli alberi da frutta tropicali: mango, guava, papaya. Si scende attraverso decine e decine di tornanti e qualche ponte sospeso fino ad ammirare il museo curato da Rafael, uno dei pochi messicani entusiasti e ciarlieri che ho incontrato. Dopo cena (cioé alle 19), mentre prendo il fresco nella bella piazza di Batopilas, mi trovo improvvisamente sotto una surreale pioggia di fiori che scendono dall’enorme albero tropicale sotto cui sono seduto. Non faccio domande, questo è il Messico e sono in un pueblo magico, no? Mi faccio cadere i fiori in testa e guardo i bambini che accorrono per raccoglierli.

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