Nicaragua/4: Granada, la città a destra

Se Leon è una signora di mezza età che per far colpo punta sull’intelligenza e sul carattere, Granada è la sua gemella che, dopo averne passate tante, ha scelto la chirurgia estetica e il trucco vistoso, assomigliando sospettosamente ad una prostituta. La città più visitata, idolatrata e raccontata del Nicaragua si presenta così: sfacciata, colorata, turistica, un po’ coloniale ma anche un po’ Disneyland, o Las Vegas.

Bella è bella, non c’è che dire. La cattedrale, gialla e rossa, è lucida e perfetta; ne stanno affrescando l’interno con un progetto che durerà almeno 5 anni. Il convento di San Francesco ospita una serie di musei che raccontano le tradizioni locali, l’arte precolombiana e quella recente del Nicaragua. Il lago, a un chilometro dal centro, si offre per passeggiate romantiche all’ombra del vulcano Mombacho, la cima perennemente avvolta da una fitta nube, a ricordare la sagoma di Sandino con il sombrero.

Peccato sia tutto un po’ finto. Se Leon è sempre stata al di fuori dei grandi interessi commerciali ed ha potuto dedicarsi alla cultura, Granada, al contrario, era il fulcro commerciale del paese: il ricco porto sul lago ha sempre fatto gola ai pirati, che l’hanno distrutta e incendiata a ripetizione. E ogni volta ricostruita. Quindi, tutto quello che si vede ora, se va bene, ha qualche secolo. In tempi più recenti, prima dell’apertura del canale di Panama, la via più breve tra New York e San Francisco, passava da qui: le navi risalivano il Rio San Juan dai Caraibi, scaricavano le merci, che venivano portate a dorso di mulo sul pacifico, dove altre navi le aspettavano. C’era anche un servizio passeggeri, con tanto di trenino a vapore, costruito dal magnate delle ferrovie americano Cornelius Vanderbilt che è stato usato e raccontato da Mark Twain.

Ricca e conservatrice, Granada ha chiaramente sempre fatto incazzare la sua rivale, che era la capitale. Nell’800 la rivalità politica arrivò ad una guerra civile, dove un vero e proprio filibustiere, e cioè uno straniero con l’incarico di mercenario, mosse guerra a Granada. Gli Stati Uniti, che si sono sempre impicciati degli affari di questa parte del mondo, armarono ufficiosamente, e con il beneplacito di Leon, William Walker da Nashville, Tennessee, che in breve espugnò Granada. Il gringo, che viene descritto come “mingherlino dagli occhi grigi”, da bravo americano, si fece prendere la mano: nel 1856 si autoproclamò presidente del Nicaragua e svelò il suo progetto diabolico: costruire uno stato filoamericano e schiavista (qui la schiavitù non esisteva più dal 1824) in centroamerica. Gli Stati Uniti gli voltarono le spalle quando espropriò Vanderbilt, e lo lasciò senza appoggi di fronte ad una coalizione di vari paesi centroamericani. Walker si arrese solo quando il colonnello José Zavala riuscì a rubare la sua bandiera sotto il fuoco incessante urlando “i proiettili dei filibustieri non ammazzano!”, venne rimpatriato, ricevuto come eroe in USA perché insomma era pur sempre uno di loro, e Granada venne rasa al suolo.

La zona intorno a Granada, terra di fertili pianure vulcaniche, è densamente popolata: le fattorie e città si susseguono le une alle altre, secondo il solito pattern obbligatorio: su una laguna, vicino ad un vulcano, con una popolazione indigena da schiavizzare e che ora vive in un quartiere dove ne sopravvivono le tradizioni (barrio Xaltava a Granada e Monimbò a Masaya: vale la pena passarci). Si può tranquillamente passare qualche giorno a zonzo da queste parti, magari usando gli efficientissimi mezzi pubblici locali. C’è il vulcano Masaya, che è molto attivo. Tanto attivo che ora si ci si può solo affacciare al suo cratere per pochi minuti, ammirare la lava incandescente che ribolle, e poi tornare in sicurezza. C’è la laguna di Apoyo, in un vecchio cratere, con l’acqua trasparente per fare il bagno. Ci sono i paesini dei maghi, dove abitano i curanderos (stregoni) più potenti del paese. C’è la tranquilla città di Masaya, con un famoso mercato artigianale che a me è sembrato una trappola per turisti (meglio fermarsi in piazza a mangiare il baho, la specialità locale a base di carne e yucca). Si può anche salire al Mombacho comodamente, con un camion militare, e guardare il panorama e la foresta nebulare dalla sua cima avvolta dalle brume. Al ritorno, però, troverete torme di americani vocianti che affollano i bar sulla calle la Calzada e faccendieri che vi proporranno piccole truffette. Dopo aver pagato una birra il doppio che nel resto del paese, trovo il mio rifugio nella fritanga di Chico Tripa, mitico ristoratore di periferia, dove ascoltando Pupo in spagnolo mi riconcilio con questa città. Andate a Granada, ma scappatene velocemente.

Qui si conclude la parte di terra del mio viaggio. Per rendere la transizione verso l’acqua dolce più morbida, mi concedo un giretto in una barchetta tutta per me sulle isolette vicino alla città, un pugno di scogli lanciati dal Mombacho in una remota esplosione, il cui conto è stato fatto tornare a 365 per ragioni estetiche. Sono minuscole, la maggior parte private e abitate da ricconi che le visitano qualche giorno all’anno, alcune sono hotel o bar, altre erano di personalità vicine alla dittatura, o all’establishment odierno, o di stranieri. Non manca una bella fortezza da cui venivano avvistati i pirati, e uno scoglio popolato da scimmiette, ora obese per il cibo dei turisti. Dal lago arrivano vento e onde, e l’atmosfera è quella di una Venezia tropicale, turistica, semiabbandonata e decadente quanto la nostra. Il modo perfetto per iniziare i miei itinerari lacustri.

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Nicaragua/3: le terre alte

La mia seconda tappa di terra inizia con una strada che attraversa la riarsa piana di Leon, si infila precisa come una freccia tra due vulcani della catena dei Maribios, che sbuffano un po’ di fumo come a dire “se mi girano col cavolo che passate”, poi ancora pianure fino ad incocciare sua maestà la panamericana, che qui sembra una provinciale di campagna qualunque. La NIC-1 sale decisamente verso gli altipiani nicaraguensi, una vasta zona montuosa a nord del paese, poco appariscente, ma piena di natura e storia. La mia base sarà Estelì, un po’ perché è comoda per muoversi, ma soprattutto perché nel film “la canzone di Carla” di Ken Loach, un autista di autobus ci va dalla mia amata Glasgow. E io chi sono per sottrarmi al mio destino?

Estelì è molto poco turistica. Detto in parole più povere, non c’è praticamente nulla da visitare, a parte qualche fabbrica di sigari. Ed e’ fresca. Molto fresca. Incastonata tra le montagne boscose, tira un vento assassino che mi obbliga a tirare fuori tutti i (pochi) strati pesanti che mi ero portato. Ma perché venire qui allora? Beh, passeggiare nella pancia del paese, lontano dai turisti, osservare questa città di campagna, dove i vecchi si vestono ancora da cowboy con il cappellone e gli stivali, è già molto. Ma queste zone sono anche state uno dei fronti caldi dei primi combattimenti di Sandino negli anni 30, della rivoluzione sandinista degli anni 70, e anche dei controrivoluzionari foraggiati dagli americani negli anni 80. Da che mondo e mondo, la guerriglia si fa sulle montagne. Insomma, qui tanta gente ci ha lasciato le penne, e, come a Leon, queste città progressiste non hanno dimenticato i loro martiri.

Con una combinazione di scassatissimi trasporti locali riesco ad esplorare le vallate impervie, interrotte all’improvviso da radure dove le mucche pascolano serene. Nei mercati delle cittadine si vendono sacchi di caffè, i bambini stendono le arachidi al sole a seccare, l’atmosfera è rilassata e sonnacchiosa e le “gallerie dei martiri e degli eroi” fanno da sfondo alle chiacchiere dei vaccari. Quando il chicken bus strapieno arranca a passo d’uomo su una salita, e io mi chiedo quando ci chiederanno di scendere a spingere, il conducente mette su una bella canzone country con nitriti di sottofondo (giuro) per rassicurare la truppa che si arriverà a destinazione. A Jinotega, raggelata e incastonata tra montagne e lagune, la radio locale ripete ossessivamente che sono state disperse “due mule giallastre e un mulo scuro” e c’è una bella ricompensa per chi li trova. A Matagalpa il caffè è ovunque e tra una tazza e l’altra aleggia lo spirito di Carlos Fonseca, il sandinista più rock di tutti i tempi.

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La sera, oltre al cinema, si può andare al rodeo, e forse non a caso: al mio rientro a Estelì, la prima sera, la trovo sprofondata nel buio totale. Mi infilo in un taxi per evitare di essere rapito e venduto in scatolette, e il tassista mi spiega che manca la luce in tutta la città. Niente cinema, né acqua calda, né ricarica del cellulare. Ma ci vuole altro per scoraggiare questi montanari pratici: la padrona dell’hotel ha già pronta la mia razione di candele e fiammiferi, mentre nella fritanga sulla strada hanno puntato il faro di una moto sulla cucina e servono il piatto con una candelina, in un silenzio quasi spettrale. Il giorno dopo la luce è tornata. Però manca l’acqua.

Avendo più tempo, e, soprattutto, un mezzo proprio, sarebbe stato bello esplorare le riserve naturali dai nomi evocativi: “Miraflor”, “Cerro El Diablo”, “La Dalia”, invece di avere solo il tempo di salire di fretta e nel vento gelido il Cerro la Cruz sopra Jinotega. E gia’ il panorama era spettacolare. Alle quote alte, le coltivazioni cedono il campo alla foresta nebulare, un ecosistema fighissimo che si fonda sulla presenza quasi costante della nebbia: gli alberi non devono pompare acqua in alto perché la trovano già nell’aria e sui rami possono svilupparsi delle simil-radici, e ospitare piante simbiotiche come le bromelie, utili per immagazzinare acqua. L’atmosfera è gotica e sfuocata e le temperature fresche, alla faccia dei tropici.

Infine, se vi capita di venire nel nord nel Nicaragua, per nessuna ragione perdetevi il Canyon di Somoto: una gola “scoperta” da pochi anni (i locali la conoscevano da sempre, ma loro non contavano), al confine con l’Honduras, proprio alla sorgente del fiume più lungo del centroamerica, il Rio Coco. Si esplora in parte a piedi e in parte a nuoto (l’acqua non è per nulla fredda), ci si può tuffare da altezze improbabili e sentirsi dei piccoli Indiana Jones. Attenzione però: serve una guida con l’equipaggiamento per tenere le vostre cose all’asciutto, e diversi caporali sfruttano la gente della zona, che nelle gole ci scorrazzava da ben prima che il canyon venisse offerto ai turisti. Prendete un locale dalla faccia poco rassicurante e dalle scarpe scassate: vi stupirà con la sua gentilezza e competenza, e i vostri soldi andranno direttamente alla sua famiglia.

Nicaragua/2: Leon: la città a sinistra

Leon è una delle due città vecchie del Nicaragua, un centinaio di km a ovest (e cioè, sulla mappa, a sinistra) dalla capitale, capitale del paese per più di 200 anni, e vanta un clima sempre torrido e un centro storico delizioso, adornato da leoni e vecchie chiese. Lontano dall’essere un esempio di devozione, Leon è sempre stata una città progressista e riformista: qui il dittatore Somoza padre fu assassinato nel 1956 e durante la rivoluzione contro Somoza figlio, alla fine degli anni ‘70, caddero bombe e si combatté casa per casa. E i reduci sono tutti lì, davanti museo della rivoluzione, pronti a raccontare le loro avventure e a scroccare un po’ di grana ai turisti perché Sandino, purtroppo, non paga la pensione. Si respira un’atmosfera da ospizio rivoluzionario: gli ex combattenti sono settantenni un po’ svaniti ma con ricordi (e cicatrici) che parlano da sole; se da lontano sembrano gli avventori di un tranquillo bar sport di periferia, sotto le parole brillano ancora ideali, avventure, dolore e morte.

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In tutta la città poi è un susseguirsi di tributi, mausolei, prigioni convertite a musei, università militanti, targhe commemorative agli “eroi e martiri” del fronte sandinista, che più che celebrare la libertà sembrano voler evitare che il ricordo, anche nei minimi dettagli, svanisca. Mi è venuta in mente, per contrasto, la piazzetta anonima dietro il duomo di Milano, dove nessuno capisce di essere davanti ad un pezzo di storia italiana: a Piazza Fontana, dove sono iniziati gli anni di piombo, ci sono solo due targhe contrastanti, su cui nessuno ci ha mai fatto ragionare. Questa rivoluzione sconosciuta, con i suoi miti e le sue storie, merita di essere raccontata: lo farò in uno dei prossimi post. Per il momento mi accontento di vedere i reduci che accompagnano alla loro povertà la dignità e l’orgoglio di chi non ha piegato la testa.

Una passeggiata a Leon merita a prescindere: la cattedrale, bianca abbacinante, dovrebbe essere la più grande dell’america centrale si affaccia su un parco dove la gente passeggia tranquillamente con le famiglie, le tante altre chiese testimoniano una grandezza ormai passata, mentre non mancano i musei interessanti e la vita notturna per i giovani universitari. Nonostante il numero crescente di turisti, si respira l’aria di una città che fu grande e che ora fa lo struscio di sera, e va al mare, che è a meno di 20km, la domenica. Il vate nazionale, il Ruben Dario che fu poeta, giornalista, ambasciatore e formatore della coscienza latinoamericana, abitò qui e celebrò il Nicaragua nell’ode al vulcano Momotombo. Ora riposa nella cattedrale, e il leone di marmo non potrebbe essere più triste.

A guardare bene, la città originaria non era stata fondata qui, ma ad una trentina di km dal sito attuale, sul lago Managua da quel Francisco Hernandez che, con scarsa originalità, aveva fondato anche l’altra città vecchia del paese, Granada, sull’altro lago, il Nicaragua. Per non farsi mancare nulla, Hernandez venne tradito per il potere, decapitato, il suo cranio con una candela usato come lampione, e poi finalmente sepolto insieme al suo assassino, Pedraria, sotto la cattedrale della città vecchia. Peccato che questo simpatico conquistador avesse fondato Leon vecchia proprio davanti al Momotombo, che le raffigurazioni dell’epoca mostrano con forma irregolare e 5 bocche attive. Vedendolo adesso, perfettamente conico, si intuisce perché la città si è spostata, distrutta da un’eruzione particolarmente intensa nel 1610, dopo una serie di terremoti. Gli spagnoli decisero quindi di trasferirsi su terreni più sicuri, lontano dai pirati, dove una popolazione locale viveva da secoli (e probabilmente non a caso). Senza chiedere il permesso, gli costruirono intorno la nuova Leon, li inurbarono e crearono l’ottimo affare degli schiavi a km 0. Ancora oggi, vicino agli autobus per le spiagge, il barrio Subtiava è abitato dai discendenti di quei nativi.

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Nicaragua/1: Nica che?

Un paese sconosciuto

Chi ha avuto modo di frequentarmi negli ultimi tempi sa che il mio interesse per il mondo latino e’ stato catturato da uno staterello sconosciuto del centro America. Sicuramente, il nome non evoca alcun riferimento spaziale: la geografia degli stati “minori”, e in particolare quella del peduncolo tra i due continenti americani non ce la insegna nessuno. Per capire di cosa si parla, la cosa migliore e’, quindi, partire dai dati.

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Google maps ci dice che il Nicaragua e’ piccolo (circa un terzo dell’Italia) e sta un migliaio di km sopra all’equatore, stretto tra l’Oceano Pacifico e il mar dei Caraibi. Infatti la sua bandiera ha come estremi due bande azzurre. Gente logica.

Un paese affascinante

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Guardandolo piu’ da vicino, si scorge un lago immenso al suo centro. Questo bestione, grande piu’ di 20 volte il nostro Garda, si chiama, logicamente, lago Nicaragua. Nonostante il lago sia molto vicino al pacifico, il rio san Juan ne scarica l’acqua verso l’altro oceano: i pirati dei caraibi risalvano il fiume e attaccavano le citta’ sul lago. Pero’. I pirati fluviali mi mancavano, e la logica ha gia’ ceduto il campo al in realismo magico. Prima del canale di Panama, le navi arrivavano al lago risalendo il fiume, impacchettavano le loro merci su muli che le portavano al pacifico, dove altre imbarcazioni le raccoglievano. Il primo canale l’hanno pensato proprio qui, e’ piu’ breve, ma il progetto venne abbandonato, ufficialmente per la sismicita’ della zona, anche se ora i cinesi premono per scavarlo di nuovo.

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La cartina politica e’ asimmetrica: la capitale, le citta’ e le strade stanno tutte verso il Pacifico. Verso l’Atlantico, province diventano enormi, segno universale di aree spopolate. Anche le strade sembrano assenti, soprattutto, lungo la costa. Per forza. Piu’ di meta’ del paese e’ un’immensa giungla/foresta/palude, vuota, con alcune e minoranze indigene che vivono in maniera tradizionale e una comunita’ di neri anglofoni, portati come schiavi qualche secolo fa.

Un paese difficile (anche da raggiungere)

Ma come mai questa miniera d’oro, dove appena gratto luccicano fatti succosi, e’ praticamente sconosciuta? Beh, e’ pur sempre il secondo stato piu’ povero d’America, sconquassato da una recente rivoluzione (parola chiave: sandinismo) che si e’ scontrata con una forte nostalgia della dittatura (parola chiave: contras). Aggiungete un paio di terremoti che hanno distrutto la capitale negli ultimi decenni e numerose eruzioni: non e’ poi cosi’ strano che sta gente avesse altro a cui pensare che non coccolare turisti ricchi e viziati. Di riflesso, arrivarci non e’ facile, e bisogna affrontare un volo aereo lungo, scomodo e molto caro. Ma ora la situazione politica e’ stabile, il Nicaragua e’ (quasi ovunque) sicuro e sta piano piano risollevandosi dal suo passato burrascoso. I turisti non dovrebbero ancora averlo invaso.

Un paese che ti chiama

Volevo portare qui un viaggio di Vagabondo e ho passato molto tempo a documentarmi, leggere libri, guardare film e studiare blog. Poi il viaggio e’ stato annullato, ma io mi ero gia’ innamorato, quindi ci vado da solo. Prendendo spunto dall’itinerario descritto qui, divido anch’io il viaggio in tre parti: la terra, l’acqua dolce e il mare. Peccato che i collegamenti, specialmente quelli acquatici, siano estremamente aleatori, rendendo il mio piano soltanto un canovaccio: so dove vorrei andare ma non so se ci riusciro’ perche’ da qui le informazioni sono introvabili. E vi diro’, questo elemento aleatorio che manca completamente nel nostro mondo occidentale mi piace, e mi fa sentire molto latino.

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Raccontini Brasiliani /3: La volta in cui mi sono sentito brasiliano

Il programma era semplice: ultima mattinata in spiaggia, doccia veloce, lasciare la camera e via da praia da pipa, bella e finta, verso posti più a sud, speriamo più incontaminati. Per risparmiare tempo vado alla spiaggia più vicina, una lunga distesa di sabbia fine con cavalloni impetuosi, perfetti per fare surf. Meno per fare il bagno, ma con solo due ore bisogna ottimizzare. La parte razionale del mio cervello macina orari, calcola traiettorie ideali e elimina tempi morti. Tutto preso in queste attività, non registro il nome della spiaggia, che sarebbe inesorabilmente diventato segno: praia do amor. Ci si accede dalla cima di una scogliera sabbiosa; di solito, per scendere, i proprietari dei chioschi installano scalinate più o meno pericolanti, ma qui un sentiero sfrutta il naturale degradare della costa, infilandosi in un ampio canalone. Proprio all’imbocco del sentiero è apparsa. Ha un copricostume bianco, i capelli neri, lunghi e mossi, scompigliati dal vento, gli occhi scuri, e sorride. La vedo solo di tre quarti, mi sta davanti e scende con agilità. Ha i piedi nudi ma sembra volare sui gradini, quasi senza toccare il suolo, eppure non è esile. Dopo aver superato due turiste che scendono contratte e impaurite, le ringrazia aggiungendo qualche parola di incoraggiamento. Le tengo dietro, a fatica, nonostante io abbia le scarpe. Arriviamo in fondo, ci incamminiamo. Io ho poco tempo, non voglio allontanarmi, la spiaggia è lunghissima e deserta. Lei si toglie il copricostume. Ha un bikini colorato, ma non di quelli sfrontati che in Brasile indossano anche le signore di mezza età, il sedere tondo, sicuro indicatore di chi apprezza la tavola è ben coperto, un filo di pancetta trema al ritmo dei passi svelti. Le sono a fianco, a qualche metro di distanza, il vento sferzante copre ogni rumore mentre i colori del paesaggio brillano sotto il sole caldo. Ci muoviamo velocemente. La mia attenzione è completamente assorbita dalla sua presenza, molto probabilmente lei pensa al mare e al vento. Io accenno una deviazione verso la sabbia asciutta – lei mi può vedere, chissà, forse si fermerà, è così raro vedere una ragazza da sola da queste parti, stenderemo l’asciugamano vicini e inizieremo a chiacchierare con una scusa. Lei tira dritto. Dovrei seguirla? In altri tempi mi sarei buttato sulle sue tracce come un segugio, inseguendo un’esile possibiltà di abbordaggio. Questa volta continuo la mia deviazione, mi sdraio sulla spiaggia, e la vedo diventare sempre più piccola fino confondersi con il paesaggio. Non è stato un rigurgito di razionalità che ha illuminato l’evidente assurdità della situazione a farmi cambiare idea – ciao piacere sei carina probabilmente anche simpatica simpatica io tra due ore devo partire e non ti rivedrò mai più però ci tenevo a fare due parole lo stesso – tutt’altro. Ho voluto che questa possibilità mi sfuggesse tra le dita come la sabbia della spiaggia, per poterci ritornare con il pensiero in futuro. Per poter pensare a tutto quello che non è stato e che non poteva essere, distillare la possibilità di un istante in infiniti momenti di saudade per la praia do amor. In quel momento mi sono sentito un po’ brasiliano anch’io.
   
    
 

Raccontini Brasiliani /2: la fermata dell’autobus

Ci sono momenti in cui un’immagine, un concetto che fastidiosamente è sfuggito per molto tempo si svelano nella loro nitidezza: gli elementi erano già tutti lì, ma mancavano i dettagli, l’armonia, il senso. Forse è, in piccolo, quello che provano i mistici quando parlano dell’illuminazione, o i matematici quando hanno l’intuizione risolutiva con cui dimostrare un teorema. A me è successo alle 13.54 di domenica 16 agosto 2015, ad una fermata dell’autobus, a Goianinha. Dov’è Goianinha? Fino all’altro giorno, lo ignoravo. E non è che le mappe siano di aiuto, visto che non è nient’altro che un buco, ma con una fortuna: trovarsi ad un incrocio strategico. Da nord a sud infatti scende l’autostrada BR101, la be-ehi come la chiamano i brasiliani, che attraversa il Brasile intero da nord a sud, per quasi 5000km. Fossimo in America, le avrebbero dedicato canzoni, storie, leggende; qui no, la poesia viene risparmiata per cose più serie, come la saudade, la natura e le donne: le strade alla fine servono solo per spostarsi. La BR corre parallela alla costa e, proprio all’altezza di Goianinha, si stacca una strada a fondo chiuso piena di buche che porta all’incantevole colonia argentina di Praia da Pipa. Ne consegue che una persona che voglia andare da Pipa a qualsiasi altro luogo di questo pianeta, come me, deve per forza passare da Goianinha. Io ci arrivo dopo un’oretta in uno scassatissimo van pieno di famiglie che tornavano dal mare, nonni e poppanti uniti in una globale epopea proletaria senza distinzioni di mare o colore della pelle. Il silenzioso e gentilissimo cobrador dai capelli argentati e dalla faccia di pietra mi indica come proseguire: scavalca la be-ehi con una passerella, e troverai una fermata dell’autobus. In effetti, ha ragione. Quello che ha dimenticato di aggiungere è l’enorme atto di fiducia spesso necessario per spostarsi in questa parte del mondo: la fermata dell’autobus dice, semplicemente, che lì si ferma un autobus. Abbagliato dalla cristallina logica di questo segno, le mie domande da europeo piccolo borghese sembrano improvvisamente assurde: quale autobus passa? e quando? Mi siedo, e aspetto. Poi, ho una soffiata da un informatore che me lo da’ per le 13.30, manca poco più di mezz’ora. Butto lo zaino sulla panchina, il sole picchia dallo zenit ma per fortuna una tettoia offre una tregua, mentre il vento solleva la sabbia che invade la strada. E’ domenica e Goianinha dowtown è morta, solo un piccolo supermercato e la pompa di benzina danno segni di vita. Un’umanità varia arriva lentamente, in silenzio, come lasciata cadere da un contagocce, e in silenzio se ne va. Alcuni si siedono sulla mia panchina, con l’espressione paziente degli ultimi. Qualcuno più tamarro sente musica dal cellulare. Le ragazze vestite a festa stanno attente a non sporcarsi i piedi con il fango e la polvere. Passano delle signore in carne, dopo poco tornano con i sacchetti della spesa. Ragazzi attraversano l’autostrada senza usare la passerella, scavalcando le barriere di cemento. Una macchina parcheggiata ha una specie di rimorchio con una grossa gabbia piena di galline. Dopo una mezz’oretta un tipo esce dal nulla, sale e mette in moto. Una macchina bianca si ferma e il guidatore mi chiede dove sto andando, vuole rendersi utile. Gli dico la mia destinazione. Lui annuisce con aria grave e dice “sì è il posto giusto”, e se ne va. Un taxista accosta, attacca bottone e mi informa che il mio autobus non sarà qui prima di due ore; sono già passati 15 minuti dall’orario della soffiata, mi sa che ha ragione. Si offre di portarmi allo stesso prezzo del bus – se trovo altre due persone. Gli vorrei dire “rapaz, ma hai visto dove siamo? Mancano solo le balle di fieno che rotolano sotto il sole”, ma lui continua a sorridere. Passa un carretto – poco più di un pianale – carico di fieno, trainato da un cavallo marrone. Il contadino è a torso nudo, dello stesso colore del cavallo, e non muove un muscolo. Tutto è immobile, l’aria bollente, polverosa. Io sto bene, e arriva l’illuminazione. Non mi chiedo cosa stia facendo lì, in ferie. Sto aspettando l’autobus dopo essere tornato dalla spiaggia, come quelli che mi circondano. Non mi sembra di star perder tempo, al contrario. Mi sembra di essermi fuso con il paesaggio, con la flemma delle persone senza nome che mi circondano. Penso che quell’attesa speranzosa sotto la panchina mi sta insegnando molto di più sul Brasile delle stupende viste di Rio o delle cascate di Iguaçù: senza un’immersione nella lentezza e nella fatalità il sudamerica diventa un parco giochi per bambini viziati. Dell’autobus neanche l’ombra, ma in compenso sbuca dal nulla una coppia di brasiliani. Dobbiamo andare nello stesso posto. Pedro, il taxista, aveva ragione, accidenti. E infatti ricompare e torna all’attacco. Ok, hai vinto. Dall’illuminazione all’improvvisazione, partiamo.

   
   

Raccontini Brasiliani 1: il Brasile è acqua

Primo di tre racconti abbastanza melensi, ispirati dai miei giorni in terra brasiliana.

Os homens da terra (que sabem os homens da terra?) dizem que são os raios da lua sobre o mar. Mas os marinheiros, os mestres de saveiro, os canoeiros riem dos homens da terra que não sabem nada. Eles bem sabem que são os cabelos de Iemanjà, que vem olhar a lua. (J. Amado)

  Vi vedo, vi vedo, tutti con i vostri ditini alzati a puntualizzare, cangaçeiros nascosti nel sertão, fazendeiros e sem terra che litigate per un pezzo di caatinga, mineiros delle colline rocciose, funzionari del planalto centrale, che dite in coro: ma qui è tutto secco! E’ inutile. Siete in netta minoranza. Il Brasile vive sull’acqua. Dolce o salata, poco importa: la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è schiacciata sulla costa o allungata su fiumi grandi come laghi. Se Salvador flirta con la sua baia, e le dà il nome “di tutti i santi” perché troppo grande per essere dedicata ad uno solo, Rio fa invece la donna volubile, entra nella costa impetuosa con i suoi morros aguzzi, per poi ritrarsi a formare spiagge di sabbia bianca, ad uso dei bohemien dei grattacieli e di chi scende dalle colline per sbarcare il lunario, che il mare è di tutti, ricchi e poveri. Se l’indomito esploratore che si è spinto nell’interno del continente per imbattersi nel rio Iguaçù e nelle sue cascate ha esclamato “madre de dios, quanta agua!” non può essere un caso: anche qui, lontano dall’Atlantico, placide pianure allagate si gettano improvvisamente nel vuoto e fanno sentire il loro rombo per tutto il Paranà. E’ chiaro, è evidente! E se non siete ancora convinti, cosa mi dite allora delle civiltà fluviali, che solo le strade d’acqua strappano alla giungla, dove l’asfalto non può arrivare: barche come automobili, canoe come biciclette, fino al punto in cui l’acqua dolce cede il passo a quella salata, la palma alla mangrovia contorta, e le maree, non più le piogge, decidono i livelli delle acque? Uomini d’acqua, pescatori, barcaioli, marinai, semplici traghettatori, a piedi nudi, la pelle cotta dal sole e lo sguardo umile di chi sa di non essere padrone del proprio destino. Acqua piovana che passa tra le sabbie dei lençois e arriva, pura, a formare pozze cristalline; acqua mistica, per lavare la chiesa di nostro Signore del Bonfim e per celebrare la mãe-de-agua, Iemanjà, la dea africana che, trascinata contro il suo volere sulle coste brasiliane insieme ai suoi figli schiavi, si è adeguata ad essere chiamata madonna dei naviganti pur di mantenere il suo vestito bianco e azzurro di mare e acqua; acqua preziosa, da raccogliere nelle cisterne sui tetti delle case nelle favelas, perché quando c’è siccità non la tagliano certo ai quartieri dei ricchi; acqua che idrata dopo le copiose sudate tropicali, meglio se trasformata in cerveja o caipirinha. Sissignore, qui lo dico, e l’ho dimostrato: il Brasile è acqua.