Il pedalatore

Quando l’ho visto, ho pensato ad un miraggio. Dopotutto siamo nel deserto. Ci sta. Nel mezzo dell’immensa Valle del Los Cirios, in Baja California, appare un tipo arrampicato su una bicicletta d’altri tempi, di quelle con la ruota davanti gigante. Una parte del mio cervello, probabilmente già assuefatta al surrealismo messicano, non lo nota nemmeno. Poi la parte razionale si sveglia, e lo aspetto un paio di km più avanti. E’ vestito tutto tecnico, ha in testa uno strano casco bianco che ricorda quello dei poliziotti inglesi, e sta spingendo il suo velocipede su una lieve salita.

Quando gli rivolgo la parola, ho un po’ paura che scompaia. E invece è vero. Si chiama Geoffrey, viene da Londra, e sta percorrendo l’America con la sua bicicletta. “Sono partito dal Canada 6 mesi fa e seguo la costa pacifica. Ora vado a Guerrero Negro a vedere le balene. I like whales. In fondo alla baja california prendo il traghetto, poi continuo verso il Guatemala e poi giù giù fino in Argentina”. Non ho cuore di dirgli che il pacifico, laggiù, è un affare cileno, sto ancora cercando di mettere insieme i pezzi del puzzle.

“Queste bici le faccio io!” – interrompe i miei pensieri esclamando con orgoglio – “era il mio lavoro in Inghilterra. Poi ho deciso di partire. Sulla bici c’è tutto quello che possiedo.” All I own. Urca. Cioé questo tipo secco e bruciato dal sole, gentile, che parla bene spagnolo e sembra ci stia con la testa, ha venduto tutto, si è fatto una bici e ci sta attraversando un contiente? Equipaggiato bene, per carità: pannello solare, tenda, due borracce sul manubrio, telefono satellitare, go-pro, e probabilmente, non più di una maglietta e mutanda di ricambio. Ogni tanto si prende una camera d’albergo, ma alla mattina, così se la gode per 24 ore. I copertoni sono di gomma piena, non si forano e sono ricavati riempiendo e incollando diversi copertoni normali – “durano 8000km!”. Probabilmente ha un sito, una piattaforma di crowdfunding, o un blog, ma non lo voglio sapere. Me lo preferisco così, pazzo e romantico,

I pedali sono installati direttamente sulla ruota gigante, niente catena o cambi: “riesco a fare circa 60km al giorno”. Una fatica immensa. E mi sa che deve stare lontano dalle montagne, è appena dovuto scendere dalla bici per una salitina da nulla. “This is a big adventure!”, taglia corto. E fa bene. Se uno si mette a ragionare, queste cose non le farà mai. E invece Geoffrey, sudato, cotto, affaticato, è felice come quasi nessuno tra quelli che conosco con un bel lavoro e una bella casa. Con lucida follia, e un po’ di preparazione, è riuscito a consacrare la sua vita alle divinità pagane che anch’io cerco faticosamente di venerare: la Semplicità e la Lentezza. E a dimostrare senza arroganza che le avventure vere si possono realizzare e non solo sognare.

2015/01/img_0001.jpg

Baja Blues: el Sur (seconda parte)

A Sud la transpeninsular flirta con il mare di Cortez, si avvicina e si ritrae nel deserto, sempre meno aspro; c’è sempre un’isola, irta di montagne come la schiena di un drago, a proteggere la costa. Mulegé è un paesino, ma ha una porta imponente come se avesse mura, una prigione bianca e l’immancabile missione. Ha sofferto l’uragano, appoggiato sul greto di un fiume che ora è pieno di terra e sassi. I primi negozi per turisti: artigianato locale della tribù Cochimì. Ci sarà un posto per dormire tra qui e Loreto, 140km più a sud – penso – e invece mi sbaglio, solo spiagge da sogno nella Bahìa della Concepciòn, sabbia bianca, mare trasparente, montagne tutto intorno e camper parcheggiati a due passi dal mare. Avessi un’amaca l’attaccherei tra due alberi, invece continuo: quando le rupi arrivano fino al mare, la strada entra nelle valli della Sierra la Giganta, i picchi erti sembrano contro il tramonto sembrano artigli di aquila pronti a ghermire i malcapitati di passaggio. Al bordo della carreggiata cappellette dipinte di fresco, coloratissime, adorne di cactus, e poi finalmente Loreto, l’antica capitale di tutta la California, un sospiro di sollievo. O forse no, qui ci sono turisti, alberghi sul lungomare, rumore per le strade, ridatemi il deserto! Non basta a compensare la missione da cui i gesuiti prima e i francescani poi colonizzeranno le due californie.

Meglio scappare tra i falchi e gli avvoltoi della Sierra aguzza e rocciosa, perfetta per arrampicare, tra i canyon stretti e i guadi allagati per scoprire i segreti di altre missioni arroccate qui nel mezzo del nulla: San Javier, san José de Comondù.. 26esimo parallelo, nella baia di Loreto altri draghi fanno la guardia: la isola Carmen, la piccola isola danzante, di fronte a Puerto Escondido, rifugio per yacht da ricchi dove gli inservienti mi cacciano in malo modo, mi avranno guardato in faccia. La transpeninsular vira a est, si allontana dal mare di Cortez e entra ancora nella Sierra la Giganta, in una valle stretta, sinuosa, piste sterrate partono per paesi dai nomi che raccontano storie: Agua Amarga, Ultima Agua, finché gli spazi si dilatano, rimane solo un altopiano di cactus e cespugli verdi, con la transpeninsular che si perde verso l’infinito, a Ciudad Insurgentes, da qui a ovest c’è il porto Adolfo Lopez Mateos, adagiato su un canale nella laguna dove passano le balene, ma anche le ragazze che passeggiano per le strade non sono male.

Ciudad Consitucion è una cittadina senza attrattive e senza turisti, quindi perfetta per sentire la pancia di un paese, magari chiacchierando con le tortilleras più gentili del mondo, prima di continuare e attraversare altri duecento km di nulla, attraverso Santa Rita, Las Pochitas, El Cien, San Agustin, con la strada distrutta dall’uragano, lunghi tratti sterrati e polverosi a ricordare la furia degli elementi. La Paz. La capitale. 24esimo parallelo. Grande, ricca, turisti locali abbienti e un po’ di americani vecchi al braccio di messicane giovani. La civiltà. Meglio scappare, nella Bahia de los Suenos, su strade secondarie, attraverso la Sierra el Novillos, uno sguardo al mare senza sole, e poi giù a riprendere la transpeninsular a San Antonio, vedere i turisti, tatuati, che fanno windsurf a los Barriles e poi Santiago, dentro la Sierra la Laguna. Sul Tropico del Cancro.

Nell’unica camera affitata da un ristorante, Sergio mi svela i segreti della sierra: piscine di acqua termale, cascate, montagne, qui c’è l’acqua che disseta tutte le grande città della zona, ma non ci viene nessuno, preferiscono stare al mare, e allora l’esplorazione si impone, chilometri e chilometri di sterrati, mi perdo, ho paura che la macchina perda la sua sfida con la sabbia profonda, ma alla fine trovo la piscina naturale, calda, è un paradiso, scotta ma c’è il fiume fresco a due passi, poche persone, tutte locali, mi svelano l’altro accesso per queste montagne: Todos Santos, dall’altro lato della punta estrema, sull’oceano pacifico, oltre la zona de los cabos, le due città attrezzate per il turismo americano, con resort all inclusive, bar per bere allo sfinimento, strip club, campi da golf nel deserto e la gazzetta del gringo. Almeno hanno costruito un’autostrada a doppia corsia per poter attraversare velocemente queste terre, arrivare al 23esimo parallelo, e risalire verso il tropico dal lato dell’oceano, per arrivare alla cittadina dei finti artisti e dei surfisti tatuati, portale della sierra, americana e turistica ma dove ancora si può chiacchierare con una nonna mentre prepara il suo stufato all’aperto. Su questo tramonto tropicale, su una spiaggia deserta, tra pellicani e cavalloni finisce il mio road trip. Ora si continua con tutti i possibili mezzi pubblici, a cominciare dal traghetto fino a Topolobampo, nel Messico continentale.

Baja Blues: el Sur (prima parte)

29esimo parallelo, la transpeninsular fende il deserto, i cactus si alternano alla yucca, le rocce, gli altipiani, poi Rosarito, Villa Jesus Maria e una pianura immensa, di cespugli bassi, spinosi, e polvere, fin dove l’occhio può arrivare, tagliata in due, dalla strada, dritta come un fuso: è il Vizcaìno, il nuovo deserto, quello più a Sud, chiamato come l’esploratore spagnolo, che arriva al 28esimo parallelo. Il confine. La Baja California diventa Baja California del Sud. L’orologio si sposta avanti di un’ora, ma non se ne accorge nessuno, neanche il deserto.

E’ ora di tornare all’oceano, a Guerrero Negro. Le più grandi saline del mondo: 40mila ettari di laguna producono decine di migliaia di tonnellate di sale che finiscono sulle tavole di tutta l’America. Paludi piatte, moscerini, uccelli che sguazzano nell’acqua bassa nella laguna Ojo de Liebre, dove le balene grigie vengono ad amoreggiare e a partorire, dopo aver passato l’estate in Alaska. Ora ce ne sono 400 nella baia, a febbraio saranno 1500 e più. Enormi, sbuffano, soffiano, spruzzano, si immergono, giocano. Sono curiose, sbucano con la testa per osservare chi li osserva, si fanno toccare. Gilberto il balenaro fa il cuoco in California per 4 mesi all’anno, ma poi torna qui per stare con le balene per altri 4 mesi. “E gli altri 4 mesi?” “Dormo”.

La strada torna verso l’interno, taglia la penisola in diagonale, il buio mi sorprende a Vizcaìno, è ancora deserto, infinito, da qui partono piste in terra battuta che si perdono nel nulla. A est la sierra de San Francisco promette visioni lisergiche di disegni ancestrali, ma la strada è sterrata, ripida, non si passa. Ai cespugli si aggiunge l’erba secca, San Ignacio è un’oasi, verde di palme e tamerici, finalmente un paese che non è sdraiato sulla transpeninsular, ma ha la sua piazza centrale, una chiesa decorata e tanto verde per rinfrancare l’occhio e lo spirito dopo tanta polvere. La valle si stringe, il Vulcano delle Tre Vergini incombe sui cactus, ripido, isolato, percorso dai mufloni dalle grandi corna e inaccessabile al piede umano. Il deserto si colora di verde, erba, arbusti, i grandi cactus sembrano meno solitari, quando appare il mare dalla costa arida, un mare duro, miniere di rame e scheletri di capannoni arrugginiti, anche qui i segni dell’uragano, e Santa Rosalia. Bella come la patrona di Palermo, casette di legno colorate costruite dai minatori francesi, negozi, librerie, la biblioteca “Mahatma Gandhi”, la bollente chiesa di acciaio progettata dall’ing. Eiffel, facce meno consumate dal caldo e dalla polvere, tacos di pesce, lo stufato di carne detto birria, i primi turisti biondi, le prime code ai semafori. Qui ricomincia la civiltà e l’avventura scala una marcia.

Baja Blues: el Norte

La Baja California è, come ogni penisola, uno stato a direzione obbligata. Probabilmente si arriva dal Nord, da San Diego, e dopo un breve imbarazzo, si capisce che non si può altro che andare a Sud, lungo la carrettera 1, che ha un nome bellissimo: la transpeninsular. La strada porta giù, tra mare e terra, e non si riesce ad essere soddisfatti se non si arriva in fondo, a quasi 2000 km di distanza, a Cabo San Lucas, dove il golfo di California si fonde con l’Oceano Pacifico. La transpeninsular erra da una costa all’altra come un coyote ubriaco, tra deserti, montagne, lagune, accarezza un paesaggio che cambia ad ogni curva, che va raccontato a tempo di musica, con un giro di blues veloce e sincopato, a scandire le soste e le partenze, le tappe volute e quelle improvvisate, gli imprevisti e la meraviglia. Accendete la musica.

La prima strofa del Baja Blues inizia in minore, con i sobborghi di Tijuana che arrivano squallidi fino all’oceano, a Rosarito, dove alberghi e resort per decine e decine di chilometri danno svago e sfogo a giovani americani, finalmente liberi di fare tutto quello che a casa loro non oserebbero mai. Popotla, Nuevo Cantamar, la Fonda, l’autostrada costiera a doppia corsia, no! Meglio la strada interna, verso le valli fertili dei rancheros con i loro pickup sporchi di fango, il vino, i paesi dai nomi tutti uguali: o un santo, o un eroe messicano. Ensenada, 32esimo parallelo, città grande. Turistica. Balneare. In bassa stagione. Anche se è tardi, meglio scendere, scendere verso le missioni abbandonate dei frati domenicani al servizio di sua maestà il re di Spagna, che cercarono di convertire gli indios: Santo Tomas, San Vicente Ferrer, il paesaggio montuoso, stop per la notte all’imbrunire, non ci sono luci, i camion, giganteschi, sfrecciano, è pericoloso continuare, ma l’unico motel è sporco, rotto, freddo e gestito da un proprietario alcolizzato.

Traffico: oltre ai camion, curve, vacche a passeggio, si procede lentamente, ma una deviazione verso est da respiro. Parque Nacional de la Sierra de San Pedro Martir. E come d’incanto, nessuno. La strada attraversa vallate fertili, fattorie, sale come una scala verso gli altipiani più aridi, le radure, poi ancora più su, le rocce, più su, i primi pini, ancora più su, le foreste di sequoie, il parco dove i coyote inseguono i cervi, l’aria profuma, il terreno è ghiacciato e il silenzio assoluto. Dall’osservatorio astronomico, a 2700m, a 100km dalla strada principale, si vede il mare ad est, l’oceano ad ovest, e il picacho del diablo, la cima più alta della baja california, a sud.

Giù, giù, e ancora camion, e paesi cadenti allungati lungo la strada, facce dure, scavate, indie, barbe sfatte e fango e polvere, l’asfalto sparisce già ai lati della transpeninsular (qui è un lusso, bellezza!), 31esimo parallelo, Vicente Guerrero, San Quintin, sfruttata, inquinata e abbandonata, Làzaro Càrdenas, pianure fertili e verdi, gente, paesi sempre più lunghi che si fondono, gommisti, benzinai, poi… stop. Che il nulla abbia inizio. Prossima stazione di servizio: 308km. Benvenuti nella valle de los Cirios, degli alberi a forma di cero, allampanati, inquietanti, che crescono solo qui, nel deserto, lontano dalle coste. La strada si svuota, si affianca all’oceano per regalare un tramonto, prima di virare verso l’interno, le prime montagne, El Rosario de Arriba, l’ultimo avamposto della civiltà, il ristorante di Mama Espinosa, amante del motocross, poi il regno del cactus gigante, dita storte puntate verso il cielo sopra un mare di arbusti, spettrali nella nebbia mattutina. Sembra tutto finto. Un avvoltoio sbrana i resti di un animale investito per la strada e io mi ritrovo a fischiettare il motivo di Trinità.

Catavina, Chapala, sono nomi più che paesi, due baracche con tetto di lamiera pomposamente chiamate “restaurante”, un gommista e un abarrote per le spse. Parador Punta Prieta, bivio: di nuovo a est, la Bahia de Los Angeles. Paradiso. Gli angeli sono le isolette che punteggiano la baia, chiusa dall’esterno da un’isola più grande, l’angelo custode. Deserto, colline aride, mare blu, per terra un unicorno fatto di foglie di palma piegate, e senso di tragedia. L’uragano è passato qui il 15 settembre. Il fiume, ora secco, si è gonfiato a dismisura, ha raccolto l’acqua di tutte le montagne e l’ha portata qui, era largo un miglio. Ha distrutto case, alberghi, ma ha risparmiato le persone. Ora rimangono bar chiusi, alberghi in riparazione, stormi di pellicani, e cinque ragazze carine. “Erano sei”, dice José Luis, esperto nel business dei pneumatici usati e albergatore, “ma la più bella se n’è andata”.

San Diego vs Tijuana

In attesa di dare conto della battaglia finale dei cavalieri di MYC….

Un po’ meno cafona di LA, molto meno cool di SF, quintessenzialmente californiana, San Diego si spalma su una cinquantina di km sulla costa, fino al confine messicano. Un importante ingrediente dell’opulenza è il biotech: istituti scientifici di altissimo livello si affiancano ad aziende a sfondo biologico, e creano un enorme indotto. La gente e la natura sono entrambi più californiani che mai: sorrisi smaglianti, fisici palestrati, cameriere che ti stordiscono di parle, luce accecante, palme che ondeggiano al vento e oceano per surfisti. La gente guida enormi macchine in strade altrettanto enormi e alla mia domanda di informazioni sulle fermate degli autobus neanche l’omino delle reception del lussuosissimo hotel del convegno riesce a contenere una microsmorfia di stupore. Senza una macchina, qui, non esisti.

San Diego non è bella. Il centro è un agglomerato di parchi, ristoranti e banche, qualche grattacielo e un triste lungomare. Per strada si aggirano barboni di ogni sorta, ognuno con il loro carrellino della spesa, che dormono all’addiaccio. La Jolla, la zona universitaria, una ventina di km a nord del centro, è tutta una fila di condomini di lusso, shopping malls, altre banche (ovunque!) e bar vuoti alle 10 di sera, fino alle spiagge dei surfisti. La gente, serissima, parla, parla e parla, con l’involontaria arroganza di chi si sente il capo del mondo.

Eppure, c’è un altro mondo tra le pieghe di San Diego. Un mondo fatto di tassisti, spazzini, guidatori di autobus, addetti alle pulizie. Facce tonde e molto meno curate, fisici tozzi, tratti latini. Un esercito di servitori che permettono alla città di continuare a funzionare, e che altrettanto improvvisamente spariscono. Li vedo aumentare gradualmente mentre prendo l’autobus e poi il tram che mi porta a San Ysidro, l’ultimo sobborgo americano prima del confine. Lo sfarzo di downtown cede il passo prima alla più grande base navale della marina americana sul pacifico, e poi alla solita, infinita, zona suburbana californiana fatta di case e centri commerciali, ma più squallidi e meno patinati. Sul tram, piano piano, scendono tutti gli americani, sono l’unico gringo all’ultima fermata.

Passare il confine è banale. C’è una passerella, un tornello da cui non si può tornare indietro, e basta. In una stanzetta fortunatamente mi accorgo della scritta “visti turistici” e posso farmi timbrare il passaporto e pagare il visto, e basta. Neanche un poliziotto americano. I messicani passano senza controlli, e sarebbe stato facilissimo infilarmi nella coda ed entrare illegalmente.
Già dal tram, il territorio messicano era diverso: casette ovunque, strade strette, gente ammassata. Ma appena varcato il confine, bienvenidos a latinoamerica amici: le persone, dall’aria decisamente povera, sono ovunque, corrono, urlano, mendicanti chiedono l’elemosina, bancarelle vendono cibo e souvenir, tassisti offrono i loro servizi a voce alta. Sembra impossibile che a 500m ci siano gli stati uniti. Nessuna traccia, come in Europa, di una zona intermedia in cui i costumi di due paesi confinanti sfumano uno nell’altro. Qui la divisione è netta, e la pressione esercitata sulla frontiera da questa umanità sudata e povera è pari solo all’indifferenza da parte dell’americano medio per questo mondo che ha sotto casa.

Che poi Tijuana a me è piaciuta tantissimo. La gente quasi non parla inglese, ci sono pochissimi stranieri per le strade e il mio tassista, il gracile José Luis, mi istruisce sulle caratteristiche dei diversi tipi di tequila e sulle zone della città che è meglio evitare. E’ vero, che non sia un posto per signorine si sente nell’aria (ma fino a pochi anni fa, durante la guerra tra bande di narcotrafficanti, era molto peggio). Ma la vita notturna in avenida revolucion è impagabile: la musica esce alta da tutti i locali e si mischia agli urli dei karaoke stonati su canzoni latine, le bancarelle affollano i larghi marciapiedi, e ragazze cicciotte e strizzate in microabitini passeggiano al braccio di ragazzi in camicia. Mangio una quesadilla in un baretto con cavi elettrici a vista, decorato con la madonna de Guadalupe e frasi sgrammaticate in inglese. Su una parete laterale, un piccolo poster di san diego sembra fuori posto. L’America è ormai un ricordo.