La Isla Grande. 5. Centro Habana

Non so come mai Centro Habana sia il mio quartiere preferito. Forse perché dopo le stradine fatiscenti e le piazze plasticose di Habana Vieja qui sembra di essere nel mondo vero, nel cuore di una città europea à la Haussmann: larghi boulevard alberati e un reticolo di strade intasate di traffico e di gente. Vale la pena girellare senza meta e osservare la gente che prende l’autobus, fa la spesa, va in banca e al cinema, godere dell’atmosfera animata e popolare, immersa a bagnomaria nella decadenza, tra sontuosi edifici art nouveau attraversati da crepe profonde e ricoperti di muffa. Le vecchie macchine americane e le facce mulatte completano l’atmosfera da macchina del tempo tropicale che mi ha fatto innamorare.

La maggior parte dei musei della capitale è in questo quartiere. Sono quasi tutti enormi, nuovi, luccicanti e vuoti nonostante i prezzi simbolici (per i cubani), e stridono con l’aspetto provvisorio di quanto li circonda: il museo delle Belle Arti ha addirittura una sezione modernissima, tutta vetro e acciaio, per l’arte cubana, e un pettinato palazzo neoclassico per l’arte internazionale. Non manca l’ironia: il museo della rivoluzione è allestito nel palazzo dell’ex-dittatore rovesciato, con i fori delle pallottole ben visibili nei marmi sfolgoranti. Se dovete sceglierne uno, andate qui, illustra perfettamente le contraddizioni della Cuba socialista: se le ricostruzioni della rivoluzione sono appassionanti e accurate, la descrizione della cuba post-rivoluzionaria è talmente finta da risultare esilarante: un paese perfetto, dove tutti i problemi, dalle carestie alle epidemie, sono attribuiti ad occulte interferenze imperialiste, in puro stile sovietico. Certo, ci sarebbe molto da dire sulle ingerenze americane nei confronti dell’isola rebelde, ma qui gli Stati Uniti diventano un fantastico capro espiatorio universale su cui scaricare ogni fallimento.

Rarissimo vedere un cubano nei musei. In compenso, ogni sala ha un impressionante numero di assistenti, che si risvegliano dal loro sonno (letteralmente) quando passeggio tra le sale, e iniziano a seguirmi ossessivamente, a guidarmi nell’itinerario cacciando un urlo ogni volta che sbaglio sala… hanno paura che distrugga qualcosa? Devono farsi vedere operosi davanti ai servi del capitale? Ogni tanto, qualcuno tra le decine di attendenti che strappo dal torpore è curioso, e mi chiede dell’Italia di come si possa vivere in un paese con l’inverno.

Ah, se siete da queste parti non mancate una visita alla fabbrica di sigari Partagas: l’economia cubana si regge per un buon 20% sull’esportazione dei puros, come li chiamano qui, e sono amati alla follia dai locali. Attenzione a non beccarla nei periodi di chiusura, quando ai lavoratori vengono date molte settimane di tregua dal loro massacrante lavoro, così pericoloso per la colonna vertebrale.

Alla Partagas ho imparato un sacco di cose interessanti: che in ogni fabbrica si producono tutti i tipi di sigari, a rotazione, con gli operai che imparano la produzione di una marca per qualche settimana, poi cambiano. Che ogni tipo di fermentazione e ogni mix di tabacco sono leggermente diversi, e i veri gourmet del tabacco ne gustano le sfumature. Che le fabbriche cubani sono una finestra aperta sul XIX secolo: gli operai siedono su un banchetto di legno e preparano i sigari a mano per 8 ore al giorno, in assenza totale di tecnologia, nell’afa alleviata da grossi ventilatori; che una volta alla settimana si lavora con la musica e un altro giorno agli operai viene letto il “giornale” (cioè il foglio di propaganda del regime). Ogni operaio ha diritto poi ad un certo numero di sigari “per consumo personale”, che però posso comprare in nero. Con una piccola commisione della guida, ovviamente.

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La Isla Grande. 4. Casas particulares

A Cuba non ho quasi mai dormito in alberghi. Quelli statali sono squallidi e anonimi, quelli storici affascinanti, ma cari come il fuoco; e poi, il lusso non fa per me. In compenso, da qualche anno il governo ha permesso ai cubani di ospitare i turisti nelle loro case. Mi e’ subito piaciuta moltissimo l’idea di condividere la vita quotidiana degli autoctoni, molto meglio che non rinchiudermi in una struttura pensata espressamente per i turisti. Le consiglio senza compromessi, anche se gli standard di qualità sono molto variabili: spesso la biancheria è quella che passa il governo, con lenzuola semitrasparenti e asciugamani di cartone. A volte sono appartamenti, sempre un po’ vecchio stile, a volte graziose case coloniali con giardino e immancabili sedie a dondolo nel patio, tutte devono esporre all’esterno il simbolo legale, di colore diverso per chi ospita cubani o turisti.

La prima casa l’ho trovata su internet dall’Italia. Tutte le altre con il passaparola. Il dueño della casa, il giorno della partenza, inesorabilmente chiederà “e ora dove vai?” e, qualunque sia la risposta, dirà: “che combinazione, ho un amico/conoscente/parente/cuggino di quarto grado che affitta una stanza proprio lì! Te lo chiamo?”. Questa piovra isolana funziona molto bene: di solito i proprietari di case belle e curate hanno amici con case simili. Se poi all’arrivo la casa non mantiene le promesse, basta andarsene (o abbassare pesantemente il prezzo pattuito), sin compromiso. Però vuoi mettere che bella la sensazione di scendere dal bus in una città sconosciuta ed essere accolti da una signora di mezza età, con il tuo nome scritto sgrammaticato su un pezzo di cartone, che ti dà il benvenuto?

Quando la prima sera all’Avana arrivo da Maria Elèna il fuso mi manda al tappeto dopo un breve scambio di convenevoli. Quando alla mattina mi sveglio presto, trovo una ragazzina seminuda in cucina, che senza battere ciglio mi avverte che non c’è acqua. Riempie un barattolo di yogurt da una pentola piena e si lava la faccia.

Altre due lezioni di cubanismo. 1) Fatalismo: il mio progetto doccia, come capiterà spessissimo nel viaggio, deve attendere, modificarsi, e la capacità di adattarsi diventerà essenziale. 2) Ospitalità cubana: se sei in casa, sei di casa. La padrona di casa – madre della ragazzina si scusa con un diluvio di parole e mi spiega che c’è un interruttore comune a tutto il palazzo che salta; è gestito da quelli del piano di sotto, che si dimenticano spesso di riavviarlo. Perché non si lavano, aggiunge. “Son cochinos”.

Maria Elèna è un bel personaggio: quarantenne belloccia, due figli ma nessun marito, affitta camere e si lamenta dell’esoso fisso mensile che deve versare allo stato, della che polizia controlla continuamente i documenti e dei clienti che tornano a casa ubriachi e accompagnati da prostitute. La sua casa è dotata di tutti i confort, e il nome italiano del figlio piccolo mette un sospetto sulla provenienza dei finanziamenti. Abituata ad un alto tenore di vita, è cordiale e calorosa, e passa la sua giornata a chiacchierare al telefono con amici e conoscenti. L’atmosfera non è esattamente riposante, ma più che un ospite pagante mi sento un membro di un’enorme famiglia allargata, ed essere lontano da casa mi rende automaticamente bisognoso di affetto, oltre che di alloggio.

Al mio ritorno all’Avana, un mese dopo, Maria Elèna mi vedrà dalla terrazzo e mi urlerà il bentornato sbracciandosi. E a me sembrerà di essere tornato da una vecchia amica.

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La Isla Grande. 3. Habana Vieja: l’entropia vince sempre

L’Avana è una città antica, fondata dai conquistadores spagnoli, che arrivarono a Cuba nel 1519, poco dopo essere incocciati nell’isola vicina, Santo Domingo. Su una baia riparata costruirono un porto, un paio di forti e un primo insediamento, diventato oggi centro storico: il quartiere di Habana Vieja. Da non confondersi con il quartiere impropriamente chiamato Centro Habana (nulla è come sembra), dove alloggio, espasione ottocentesca di una decadenza fascinosa; ancora più in là, l’antica riserva di caccia del Vedado, ora quartiere moderno, dove sorgono alberghi storici e locali notturni. Centro Habana e il Vedado sono racchiusi in un abbraccio protettivo dal Malecòn, il lungomare più famoso del mondo, spruzzato dalle onde dell’oceano per la gioia dei fotografi. Tutto intorno, una vastissima periferia urbana affollata da quasi tre milioni di persone.

Nel terso mattino tropicale la mia curiosità viene travolta da tonnellate di marmo, abbacinanti nel sole: la fontana della India, il maestoso hotel Inglaterra (ottima la colazione), le statue di sconosciuti eroi cubani, il Teatro Nacional dove si esibì Eleonora Duse, un trionfo di statue angeliche. E il Campidoglio! uguale a quello di Washington (anzi, un po’ più alto). Il simbolo statunitense per eccellenza nel cuore della Isla Rebelde! Tutto intorno per fortuna pulsa il mondo latino: autobus scassati si arrestano a fermate invisibili, macchine vecchissime intasano le strade e una discreta movida gay affolla i dintorni. Bienvenido a Cuba.

Di fronte all’hotel Inglaterra inizia Habana Vieja, con il suo ingresso più ovvio: calle Obispo, una versione cubana delle vie dello shopping occidentali, satura di negozi, bar e turisti. Sicura, tirata a lucido, edifici coloniali con fiammanti intonaci color pastello, restaurati di fresco con i fondi dell’UNESCO, i cubani la chiamano “calle proibida” per i prezzi esorbitanti. Qui eroiche quadre di operai si affannano a puntellare, ricostruire, aggiustare, riverniciare, si oppongono strenuamente all’umidità del Caribe che tutto divora e ammuffisce. I balconi in ferro battuto sono lucidi, i colori sgargianti, i negozi ordinati e i mercatini puliti. A qualcuno piacerà l’effetto complessivo ma io lo trovo plasticoso.

In un locale pieno di atmosfera ma dal nome inquietante (“la lluvia de oro”) un gruppo suona quello che i turisti vogliono sentire, son cubano a buon mercato e un distinto avventore usa il russo che ha imparato in Unione Sovietica (non: in Russia) con i turisti. Calle Obispo è affollata da inglesi e scandinavi a cui non sembra vero di vedere il sole e poter scoprire la pelle bianca, olandesi dalla faccia inespressiva, italiani rumorosi, frotte di canadesi, qualche raro americano che forse non si è ancora reso conto della rivoluzione e sfoggia completo di lino e panama. Come topolini in un labirinto di cui vogliono solo trovare l’uscita, sono tutti qui, affollati nelle piazze restaurate e nei locali storici: se Hemingway sapesse cosa ha generato la sua famosa frase (mi mojito en la Bodeguita, mi daquirì en el Floridita), se la rimangerebbe all’istante.

Per fortuna, vale sempre il lapidario secondo principio della termodinamica: in un sistema isolato, il disordine, che i fisici chiamano entropia, è destinato ad aumentare. E’ possibile che da qualche parte esista dell’ordine, ma questo deve essere compensato da un aumento maggiore di disordine da qualche altra parte.

A due isolati di distanza, l’altra faccia dell’Avana, neanche tanto nascosta, fa tornare i conti e stordisce senza compromessi: le strade si riempiono di buche, la gente ozia sugli usci o fa la coda in tristissimi negozi semivuoti, bancarelle improvvisate vendono cianfrusaglie tra bambini che si lanciano palle da baseball ed escono da scuole di quartiere con fazzoletti rossi al collo. I palazzi sono decadenti come un libro di Huysmans, puntellati con grossi pali di legno, con intonaci corrosi dall’umidità, vestigia di un passato fastoso che l’economia rivoluzionaria non riesce più a mantenere, resistono a fatica contro il tempo, così come le persone che li abitano combattono una guerra quotidiana per sopravvivere. E’ questo il vero sforzo sovrumano per contrastare l’inevitabile avanzata dell’entropia tropicale.

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